giovedì 22 marzo 2018

La risposta di Filalete




 Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

L’Ordinario  più rozzo, infelice, incolto e privo di carità cristiana che, con indebita violenza si scagliò contro gli Arberisht e il loro Rito Greco, fu, senz’altro, sul finire del 1700, l’Arcivescovo di Rossano Andrea Cardamone. L’Arcivescovo Rossanese male sopportava che il Bugliari fosse stato nominato Vescovo Presidente e che avesse fatto trasferire il Collegio Italo-Greco Albanese da San Benedetto Ullano a San Demetrio Corone, villaggio albanofono quest’ultimo, dove imperava la sua giurisdizione. Quindi con il trasferimento del Collegio nei locali del soppresso monastero basiliano di San Adriano, il nuovo vescovo greco assumeva il diritto di percepire le rendite derivanti dai terreni e da altri immobili dell’ex feudo basiliano e,  con la sua investitura, la prerogativa di vigilare sull’avito Rito degli italo Albanesi. Tutto ciò poco piacque all’avido arcivescovo di Rossano. Egli, infatti, come d’altronde era in uso nella “borgiastica” chiesa latina,  reagì con estrema inaudita violenza al nobile mutamento voluto dal Vescovo Greco, Francesco Bugliari, tentando di introdurre, senza riuscirvi, per la forte opposizione della popolazione, il rito latino nelle comunità di San Giorgio ( Mbuzati) e di San Demetrio Corone.  Il parroco greco di San Giorgio, D .Domenico Lopez, non gradendo questa violenta “innovazione” della Curia Latina di Rossano, giustamente, ricorse alla Regia Giursidizione denunciando e rivendicando gli abusi perpetrati dal losco ordinario rossanese. Il Cardamone, dovendo difendersi, fu costretto ad inviare una relazione al Delegato della Reale Giurisdizione, che gliela aveva caldamente richiesta, nella quale cercò di mettere, falsamente, in rilievo  l’ignoranza, la malafede e la corrosiva ignoranza del parroco greco e della popolazione. Il Vescovo latino cercò in tutti i modi di latinizzare e di rendere ignobile la popolazione Arberesh, infatti tentò anche di stimolare violenza attraverso noti usurpatori di terre demaniali , agenti sotto la sua protezione. Ignorante, invece, si mostrò il prelato latino quando dovette indirettamente scontrarsi con il Vescovo Greco Bugliari e Domenico Bellusci, autori della elaboratissima e lucidissima lettera a difesa del parroco di San Giorgio, del Rito Greco e della Nazione Albanese tutta. La lettera venne pubblicata a Napoli nel 1796 dal Bugliari e dal Bellusci come Risposta di Filalete.

La Risposta inizia con il sottolineare il rozzo integralismo e la totale mancanza di educazione e carità cristiana del Cardamone e che non veritiera è la pretesa superiorità dei Latini sui Greci e che è ingiusto quanto vile il modo con cui il Monsignore chiama gli Albanesi Greci superbi e mendaci. Nella seconda parte dello scritto viene messa in evidenza la difesa non solo dell’avito Rito, ma anche quella della “ Nazione “ Arberesh, che con duri sacrifici ha trasformato in terreni fertili sterili deserti, contribuendo al progresso dell’agricoltura e della pastorizia in una terra dove regnavano solo miseria e pestilenza. Nonostante tutto ciò la chiesa latina e i baroni non cessarono di molestarLa.  A questo punto è bene che si leggano le parti più salienti ed importanti della Risposta di Filalete, offrendo la possibilità ad ognuno di interpretarne liberamente i suoi contenuti.
Per rispondere compitamente, e come conviene all’Arcivescovo, giova da principio rilevare da quella sua relazione il livore, e l’avversione, che a torto nutrisce contro la Nazione, ed il Rito de’ Greci. Non contento egli di inveire contra l’Arciprete di San Giorgio, con cui solo ave le gare, e le contese, si prende spesso occasione di scagliarsi con dente amaro sopra li Greci tutti, chiamandoli mendaci, riottosi, superbi, arroganti. Tratti sono questi che non solamente s’oppongono al buon senso, alla retta ragione, ed all’evidenza dei fatti; ma che ledono in una maniera la più sfacciata li princìpi della carità, e politica cristiana, che in un pastore d’anime specialmente dee risplendere. Non so se vi sia alcuno, che riandando tra se stesso l’antiche sciagure d’ Greci, e riflettendo alla depressione, in cui si trovavano presentemente ridotti, non ne resti vivamente penetrato dalla compassione in sentire li tanti insulti, che ricevono di vantaggio per mano di quegli stessi, che per dovere del loro carattere avrebbero da sollevargli. Se quindi poi si muovono a qualche moderato, e legittimo risentimento, tutta colpa, che potrebbe al più attribuirsi loro, sarebbe quella di non essere veramente di stucco, o di quella perfezione eroica, per cui abbiamo da meritare d’essere canonizzati per Santi. La colpa però vera piuttosto s’ha da imputare tutta quanta a que’ tali Vescovi, che in cambio d’adoperare dolci lenitivi, e balsami piacevoli, come esige il loro dovere, quando li Greci siano effettivamente impiagati, piuttosto gli feriscono tutto giorno coi motteggiamenti, coll’ingiustizia, e colle brighe, che attaccano per disturbargli dal pacifico esercizio del loro Rito. E questa è la maniera, con cui la carità cristiana ordina ai Sagri Pastori di dovere trattare il loro gregge? Superbi, quindi arroganti, e riottosi sono li figli, e li sudditi, o piuttosto li Padri e li capi, a’ quali manca quella prudenza che comanda di dissimulare talvolta anche li veri difetti? Fosse il nome Greco per avventura un difetto, che non possa lasciarsi d’ insultare senza offendere il bene della Religione, e della Patria? E pure se voglia farsi giustizia alla verità, bisogna confessare, che non sia nome più glorioso di questo, né Nazione più benemerita del Lazio che la Grecia.
In questo altro brano della lettera, come giustamente ci fa osservare il Papas Prof. Giuseppe Ferrari, viene ricordata al Cardamone e messa in evidenza la netta differenza fra gli Arberesh e i Greci:
“Gli albanesi che compongono le popolazioni di San Giorgio e le altre Università di Rito Greco situate nella Calabria, non sono l’istesso, che li Greci: hanno origine diversa e diverso linguaggio, si distinguno nel genio, nell’indole, e nel costume. L’uniformità dell’istesso Rito, che professano, non basta ad inferire una generale corrispondenza in tutti gli altri caratteri, che sogliono diversificare tra loro le Nazioni. Non per questo che non convengono nell’istesso rito latino tante nazioni dell’Occidente, hanno da considerarsi alcune degne di quelle censure, che solamente si meritano l’altre. Sarebbe perciò troppo ignorante, ed impertinente chi pretendesse un giorno d’imputare agl’Italiani le presenti folli stravaganze de’ Francesi, soltanto perché gli troverà aver sempre servito a Dio coll’istesse cerimonie della Chiesa Latina. Gli Albanesi dunque per rapporto al’istesso Rito, che esercitano, possono in senso largo chiamarsi qualche volta Greci…senza però che abbiano quindi da restare soggetti a quei rimproveri, che sogliono li latini scagliare contro i Greci
In questo stralcio, il Bugliari e il Bellusci, dopo aver difeso il Rito Greco, con inverosimile dottrina prendono le difese dei loro fratelli di sangue, gli Arberisht:
“Li Vescovi latini, o perché ignoranti del Rito Greco non poteano fare da maestri sopra quelli che Lo professavano, o per la voglia di soggettarli alla loro dipendenza, trovarono sempre mai qualche pretesto di zelo per iscreditarli, ed infamarli ora presso i Sovrani, ed ora presso la Santa Sede. Li preti latini che pian piano s’introdussero nelle Popolazioni Albanesi, avidi di entrare in parte degli emolumenti della Chiesa, non lasciavano di  prestare mano alla favorevole disposizione che trovavano dal canto degli Ordinari. Li Baroni anche delle rispettive Colonie per l’avversione che aveano per i privilegi dei Coronei, e dell’esenzioni, che godevano allora li Sacerdoti Albanesi assieme coi figli, e mogli, non mancavano di concorrere alla persecuzione del Rito Greco.
Inoltre l’Arcivescovo Cardamone tentò anche di introdurre la promiscuità del rito ( rito greco e latino) nelle comunità Arberisht, ma tale tentativo fu vano sia per la validità dei due grandi personaggi nel difendere le avite tradizioni religiose, sia per la forza di carattere delle popolazioni albanofone.
Sugli abusi perpetrati dalla Chiesa Latina alle miserande, coraggiose ed infine vincenti popolazioni Arberisht c’è, sicuramente, ancora molto da documentarsi e da scrivere.


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