mercoledì 12 gennaio 2022

Viaggio a ritroso in Albania e in Grecia

 






 

Ernesto Scura

Col mio primo viaggio in Albania credevo di aver assolto il compito di arbëresh, quasi un dovere, di visitare la mia terra d’origine. In verità provai una grande emozione, come un pellegrino in visita ai santuari della propria fede. Mi si spiegò, con dovizia di particolari, che il mio cognome è originario di Skuraj, un villaggio del circondario di Kruja, legato all’epopea di Skanderbeg.

 Non mancò l’omaggio di un opuscolo, con dedica del direttore del Museo di Kruja, in cui appunto si parla di Kruja e di Skuraj e del perché quella regione ha preso il nome di «Kurbini» (= Quando cadete?), volendo significare l’ostinata resistenza di quegli abitanti agli accaniti e lunghi assedi dei Turchi.

Oggi Skuraj è un villaggio di pochi abitanti con poderosi resti di antiche fortificazioni. Il cognome Skura, sporadicamente riscontrabile in altre regioni dell’Albania, è qui inesistente.

Fu a questo punto che maturai la convinzione che noi arbëresh abbiamo tre Patrie legate appunto all’itinerario del nostro esodo. I nostri ricordi non vanno oltre gli avvenimenti italiani; solo le usanze ed il rito religioso ci riconducono fino alla Grecia (E bukura Morè : il bel Peloponneso).

Unico filone, comune alle tre Patrie, il mito di Skanderbeg e, naturalmente, la lingua.

Volli percorrere a ritroso il villaggio dei nostri antenati, visitando appunto la Patria intermedia, la Grecia.

Se per l’Albania ho parlato di emozione, per la Grecia devo dire commozione. Prima grande sorpresa, gli albanesi arbërorë sono milioni sparsi in villaggi, paesi e città del Peloponneso, dell’Argolide, dell’Attica, dell’Eubea, della Beozia, della Corinzia. Altri, non più ,albano, foni, sono mescolati con i greci, forse ignari della loro origine.

I cognomi, Skuras, Stamatis, Musakion, Prifti, Bellushi, Zoga, ecc. sono tra i più diffusi in Grecia, al punto che, ogni qualvolta esibivo il passaporto in albergo, non mancava il commento compiaciuto : «tu greco», accompagnato da un ampio sorriso che subito spariva quando, con decisione, precisavo: «io arbëresh, ossia come voi dite, arvanitis».

Evidentemente la mia qualifica di arvanitis non suscitava lo stesso entusiasmo che accendeva il mio cognome.

Mi dovetti subito rendere conto che, presso i greci, il termine arvanitis ha un velato significato dispregiativo. Senz’altro un antico retaggio di xenofobia, risalente forse all’epoca dell’immigrazione dei pelasgi.

Per fortuna questo inconveniente viene automaticamente compensato dalla presenza di numerosi arvaniteis nei quali ci si può imbattere percorrendo la Grecia, a caso, senza un programma preordinato.

Porthoelli sulla punta estrema dell’Argolide, è una ridente cittadina sul mare, centro di turismo internazionale, al quale si perviene, partendo da Corinto, dopo aver attraversato un lungo corollario di paesi albanesi.

Fugaci scambi di battute lungo il percorso, diffidenza iniziale seguita da sorrisi di gioia ed inviti a rimanere tra quella gente che si riconosce perfettamente nella nostra lingua e, finalmente, siamo a Portohelli.

La certezza di essere in Grecia vacilla di ora in ora, man mano che aumenta l’impatto con la gente e il dialogare si fa più lungo e più … albanese. Si accende da ambo le parti una curiosità inappagata da secoli, un domandare e rispondere veloce e preciso nella comune lingua, non privo di battute spiritose, il più delle volte sorseggiando un caffè o un bicchierino di «uzo».

Chiedo ad un vecchio abbronzato e rugoso se apprezza la presenza di tanta bella gioventù in mostra sulla spiaggia e mi risponde : «Nani Çë deti u bë kos (yogurt), s’kam lugen» (ora che il mare è diventato yogurt non ho … il cucchiaio).

In effetti la mia domanda era volutamente maliziosa.

Jannis è un giovane insegnante arvanita di Iliokastro che, d’estate, arrotonda lo stipendio lavorando nell’albergo. Conoscendoci riscopre il suo patrimonio culturale, quasi acquistasse una nuova dimensione.

E’ ansioso di imparare a scrivere in albanese e gli promettiamo di farlo invitare al corso di lingua a Prishtina.

Ovviamente gli spieghiamo che Prishtina è la capitale del Kosovo, in Jugoslavia, dove altri milioni di albanesi parlano e scrivono la nostra lingua.

Rimane frastornato. Per lui gli albanesi erano solo gli abitanti dell’Albania e di “alcuni” paesi della Grecia. Forse non sa nemmeno che ce ne sono milioni in Grecia e in Turchia e tanti in Siria dove si chiamano «Arnauti», e poi in Egitto, nel Libano, in Bulgaria e perfino nell’Unione Sovietica, concentrati in un paese della Bessarabia, Karakut, ed in tre villaggi sul mar d’Azov (Gammovka, Georgievka, Devnenskoe).

Naturalmente gli parlo degli albanesi d’Italia e dei milioni di albanesi che si trovano in America. Infine gli faccio rilevare che il suo cognome, Drugas, deriva da «druga» (matterello).

E’ raggiante. Ci lasciamo nella certezza di rivederci a Prishtina.

Risaliamo l’Argolide attraversando una lunga teoria di paesi albanesi e finalmente siamo a Prohimi.

Ci riveliamo subito per Arbërorë e la piazzetta del paese si riempie di gente.

Mi chiedono come mi chiamo. Scandisco Scu-ra. Dozzine di mani mi afferrano per abbracciarmi. Sono gli Skuras del paese. Man mano che l’entusiasmo cresce, ne arrivano altri, chiamandomi «Kushëri», cioè cugino.

Nasce spontaneo un confronto linguistico. L’identità è quasi perfetta.

A fatica riusciamo a partire, vincendo l’insistenza di tutti quelli che ci vogliono ospitare, non prima di aver promesso di ritornare.

Attraversiamo la Corinzia e la Beozia e le scene di entusiasmo si ripetono.

Arriviamo di domenica pomeriggio a Pili, un villaggio vicino a Tebe.

Dopo i primi convenevoli, davanti al bar si raccoglie una folla di vecchi e di giovani. Le manifestazioni di affetto si intrecciamo alle bevute di birra e si materializzano con vigorose strette di mano. I bambini ci guardano con occhi smarriti quando gli chiediamo l’età o la classe che frequentano. Capiscono ma non parlano la nostra lingua albanese.

I grandi ci spiegano che cosi vogliono i maestri, a scuola, agitando lo spettro di gravi difficoltà nell’apprendimento della lingua greca.

L’albanese lo impareranno dopo … da grandi.

Spiego che io non ho avuto alcuna difficoltà ad imparare la lingua italiana nella quale, anzi, mi distinguevo nei confronti dei mie coetanei italiani.

Segue un silenzio imbarazzante e finalmente un giovane, pur esprimendosi in albanese, cerca di farmi capire che questa lingua non serve in quanto non è di alcuna utilità nei rapporti con gli stranieri, quindi sarebbe meglio imparare l’inglese ed il francese.

Incalzo dicendo che io parlo anche l’inglese, il francese ed il rumeno e tuttavia non disdegno parlare albanese.

Mentre scuote la testa gli chiedo: «Ka të vdes kjo gjuhë?»(Deve morire questa lingua?). La risposta è agghiacciante: «ka të vdes!» (deve morire).

Un mormorio di disapprovazione si leva da tutti gli astanti che si sentono quasi in colpa per l’infelice sortita del giovane e, come per farsi perdonare, aumentano la stretta della fratellanza proponendoci di andare a visitare, su per i dirupi delle montagne, la cosa più sacra ai loro ricordi di arvaniti.

Montiamo sul cassone di un furgone che per un sentiero sconnesso e angusto, sballottandoci, ci porta ad una chiesetta bizantina incastonata tra le rocce. Tutt’intorno si notano i ruderi di qualcosa che doveva essere molto più grande.

Ci raccontano di un grande monastero con trecento monaci che furono tutti torturati e massacrati dai turchi dopo aver distrutto la chiesa e il monastero. La chiesetta fu ricostruita, in seguito, dagli stessi abitanti di Pili, utilizzando in parte i materiali residuati.

Nel frattempo arrivano gli altri che erano presenti al bar e tutti fanno a gara nel darci delucidazioni sui ruderi.

C’è anche il giovane che voleva la morte della nostra lingua.

«Këtu ish pusi» dice, «dreposht kallo; gjeret punojnë dherat», cioè : «qui c’era il pozzo. Laggiù i monaci lavoravano i terreni».

Gli chiedo: «Është e bukur kjo gjuhë?» (= E’ bella questa lingua?). Risponde senza incertezze: «Shumë e bukur!» (= molto bella!).

(da LIDHJA N°2-3/1981)

Note sull’autore

Ernesto Scura nato a Corigliano nel 1933 da genitori arbëreshe di Vaccarizzo Albanese, scrive correntemente la lingua albanese avendo partecipato ai Seminari Internazionali di Lingua e Cultura Albanese di Prishtine (Kosovo – Jugoslavia). Pur essendo ingegnere Ernesto Scura è un cultore di albanesità, proteso a scavare ed attingere dai suoi viaggi elementi universali unificatori validi per l’ARBERIA, intesa come diaspora. Ha pubblicato in LIDHJA : “Viaggio a ritroso in albania e in Grecia”, (n.2-3, 1981, pp. 10-11); “Albanesità: indagini e deduzioni” (n.4, 1981, pp. 1-2); “Genesi di una diaspora”, (n.5, 1982, p.77).”Gli Illiri nell’Afghanistan” (N°8/1982).

 

mercoledì 22 dicembre 2021

La Comunità e Chiesa Greco Albanese di Barletta tra il XVI e il XVIII secolo



Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

 Antichi rapporti hanno sempre legato la Puglia con la sfera politica e religiosa bizantina, soprattutto attraverso i contatti commerciali con i litorali dalmati e greco albanesi. L’influenza culturale di Bisanzio sull’ambiente pugliese affonda le sue radici fin dai tempi della guerra greco-gotica (535-553) resistendo sia all’invasione longobarda del 568, sia agli attacchi musulmani dell’847, questi ultimi repressi grazie all’opera militare di Basilio il Macedone (867-886).1 Nel 553, con la conquista della Puglia da parte dell’imperatore d’Oriente Giustiniano, si avviò la prima colonizzazione bizantina e con essa anche l’introduzione della lingua e della liturgia greca, aspetti rilevanti che rimasero inalterati nel corso dei secoli. Negli anni 871-1071, decisiva fu la difesa che i bizantini opposero alle incursioni dei saraceni, preservando il loro potere sia da essi che dai longobardi avviando l’inizio alla “bizantinizzazione” dell’Italia meridionale.

Come già accennato, gli interscambi politici e socio economici della Puglia con il Levante, si mantennero vivi per molti secoli e nel XV secolo, dopo la parentesi angioina, divennero ancor più solidi con la politica estera che gli aragonesi adottarono con la vicina Albania di Skanderbeg. I rapporti tra Giorgio Castriota Skanderbeg e Alfonso il Magnanimo prima e Ferrante in seguito furono di cordialissima “amicizia”2 considerandosi, oltre che amici anche fedeli alleati contro gli ottomani.3

Agli inizi del XVI secolo con la dinastia degli Asburgo tale attività diplomatica divenne più fluida ed intensa soprattutto per gli interessi e le preoccupazioni che Carlo V nutriva per la questione peloponnesiaca. Dopo la caduta di Corone, Modone e di altre roccaforti cristiane nel Peloponneso 1532-34), su loro esplicita richiesta molti, greco albanesi preferirono rifugiarsi nell’Italia meridionale insediandosi - come avvenne a Napoli a Palermo, Venezia e Livorno - prima nelle città costiere dove fervente era l’attività commerciale e in seguito, buona parte di loro, nell’entroterra del Regno. A Barletta si insediò un consistente nucleo di greco albanesi, che venne identificato, come Coroneo. Già dall’inizio non ebbero problemi nell’integrarsi con la popolazione residente, mostrando altresì un forte attaccamento alle loro origini etniche e religiose. In principio il loro luogo di culto fu la Chiesa di San Giorgio, successivamente, essendo aumentato la loro presenza in città, decisero di trasferirsi in un luogo più ampio e confortevole: la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, poi denominata dei Greci.4       

Il primo gruppo greco albanese si insediò a Casale Trinità (attuale Trinitapoli) che era sotto la giurisdizione del regio Capitano di Barletta secondo il privilegio del 31 ottobre del 1496) concesso all’Università da Federico d’Aragona. Esiste la probabilità che il loro primo luogo di culto fosse la Chiesa di Santa Maria de Lureto. L’unica notizia che si ha di questa chiesa si desume dalla Santa Visita del 1547. Era una chiesa fuori Barletta, “ruinata” per causa della guerra; aveva di entrate un tomolo di sale; ed a don Giacomo de Mascia che la gestiva si ordinava “di accomodare la cappella e di farci l’immagine della Madonna” nel termine di 15 giorni.5 Dal manoscritto di Mons. Salvatore Santeramo, “Barletta nel 500”, non si hanno notizie certe riguardo le prime attività religiose che i greco albanesi svolsero in quella Chiesa, tuttavia egli sostiene che: “Verso la fine del 1400 essendo capitati a Barletta 200 famiglie greci e illiriciani (greco albanesi) per maltrattamenti guerreschi ebbero ogni riconoscimento di liberi cittadini e, costituiti in colonia, presero alle loro dipendenze le Chiese di San Giorgio e di Santa Maria degli Angeli. Difatti il 13 maggio 1601 come risulta dal notaio Orazio de Leo i sacerdoti greci, don Antonio e don Emanuele Acconti, per 60 ducati si impegnavano a celebrare messe nelle feste comandate e di amministrare i sacramenti ai parrocchiani di nazionalità greca abitanti in Barletta.”6 Quindi è da ritenere, secondo le informazioni del Santeramo e del Di Napoli, che in Barletta, tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, l’esistenza due chiese aperte al culto dei greco albanesi il cui procuratore era Don Giovanni Gisi.7

Tuttavia le prime fonti documentali riguardo l’insediamento in città dei così detti “coronei”, in verità greco albanesi, “negozianti peloponnesiaci” risalgono al 1536.8 Importante, in tal caso, è un documento che conferma la presenza dei greco albanesi in Barletta in quell’anno, desunto da un atto di vendita concernente una casa nell’isola di Zakinthos (Zante) in strata Sante Trinitatis, dove compaiono tra i nomi dei testimoni un “dominus Franciscus de la Checa de Barolo, Iohannes, presbiter grecus, il Capitano Antonius Stratigò Paleologo (già attivo presso la Comunità greca di Napoli) e dell’abbate Lattantius Acconzaiocus.9 Quindi è comprovante che i primi insediamenti “Coronei” a Barletta si sono avuti qualche anno dopo la caduta di Corone, considerando con ciò che i flussi migratori greco albanesi dal Peloponneso verso l’Italia meridionale si svilupparono, senza interruzioni, per tutto il XVI ed il XVII secolo.

Inoltre, un insieme di documenti archivistici più voluminoso, riguardante la vita sociale e religiosa degli Arbëreshë, perché così possono essere definiti quelli di Barletta, è fruibile dalla metà del XVI secolo. I greco albanesi in poco tempo ottennero la loro chiesa parrocchiale e attraverso un notaio, alle dipendenze dirette dei greci dimoranti a Barletta, Bernardino De Paccis10

Ecco alcune notizie che riguardano i cittadini greci dimoranti in Barletta. Più di 40 greci di Corone e di Jannina, compreso il Vicario generale, Manobio Tracicosus e l’arciprete Nicola Malauguro dei chierici coronei in un atto del notaio P. de Geraldinis del 5 marzo 1553, convennero di nominare Andrea Draguleo loro rappresentante innanzi a tutti i tribunali, perché si chiegga, si ottenga e venga riconosciuta dalla Summaria e dal Vicerè la loro franchigia che L’Università di Barletta non vuol riconoscere e chiedono gli arretrati. Più tardi, il 27 settembre 1554, allo stesso Dracoleo si dà l’incarico di dividere tra i greci e abanesi il grano che si ricava dalla Curia Romana. Di seguito si elencano molti contratti trascritti dal notaio Bernardino de Pacis che realmente è notaio dei greci dimoranti a Barletta.

 A differenza dei greco albanesi che si stabilirono a Napoli, essi non trovarono sul posto un preesistente luogo di culto religioso e per ottenerlo dovettero negoziare con le autorità locali.

I greci dunque ebbero ben presto la loro chiesa in Barletta. Il resoconto storico del Zeno, redatto a Napoli nel 1858 e conservato nell’Archivio Diocesano di Barletta, sostiene che: «Quelli di Barletta […] sono stati ricevuti come Cattolici Romani, di rito Greco, non essendo permesso nel Regno altro culto, e nemmeno tollerato, per le leggi vigenti». Perciò: «Si deve ritenere sempre che [la chiesa di santa Maria degli Angeli] fosse stata fondata per Chiesa Cattolica unita alla Chiesa Occidentale, ed è follia il voler sostenere il contrario […] altrimenti non sarebbe loro stato permesso di fondare Chiese di rito Greco Scismatico, perché proibito dalle leggi di Stato, dai Concordati fatti colla S. Sede Romana». 11

Un aspetto rilevante riguardo la Comunità greca di Barletta è quello della presenza, quasi stabile, dell’Arcivescovo di Corone, Benedetto. Egli non conosceva la lingua italiana e per comunicare si serviva dei suoi parenti oppure di soggetti appartenenti al clero coronense.12 Sicuramente era una persona molto agiata visto che i suoi interessi venivano curati dai banchieri genovesi operanti in Napoli.13

Dal 1553 in poi la figura di Benedetto non viene più menzionata dalle varie fonti e ciò lascia presumere che proprio in quella data egli morì. A sostituirlo, nella guida pastorale dei greco albanesi di Corone e di Jannina, fu il Vicario Generale Manobio Tarcicosus o Tarsichei, coadiuvato dal papas Nicola Malauguro.14

Mentre nella comunità greca di Napoli l’insediamento fu caratterizzato dall’elemento militare e meno da quello economico, in Barletta come a Livorno i tratti essenziali furono determinati dall’emporion.

In un tempo non determinato la chiesa di Santa Maria degli Angeli fu ceduta ai greci coronei di rito greco cattolico e pare ciò sia avvenuto verso la seconda metà del 1400, quando molti greci e illiriciani per maltrattamenti guerreschi come sopra si è detto, emigrarono dalle regioni dalmate e greche sulle coste specialmente dell’Italia meridionale.15

Della cessione della chiesa greca cattolica fa menzione nei libri delle Sante Visite, specialmente in quella del 1639, in cui l’Arcivescovo don Tommaso Ancora esegue in quella chiesa la S. Visita locale e personale ed il chierico greco Antonio de Francesco mostra all’Arcivescovo le scritture della cessione della chiesa, il libro dei beni e quello dei battesimi. Dichiara che per la sua cresima invece della formula usata dalla Chiesa Cattolica, i greci recitano una orazione sul battezzato e per ciò l’Arcivescovo fa obbligo di tenere esposta in chiesa la bolla di Papa Clemente VIII che riguarda i riti greci.16

D’ora in poi pubblico, integralmente, le notizie apprese dal Libro di Alfredo di Napoli e da quello di Mons. Santeramo, di cui sopra si è fatto cenno.

Ecco alcune informazioni che riguardano i cittadini greci dimoranti in Barletta. Più di 40 greci di Corone e di Jannina, compreso il Vicario generale, Manobio Tracicosus e l’arciprete Nicola Malauguro dei chierici coronei in un atto del notaio P. de Geraldinis del 5 marzo 1553, convennero di nominare Andrea Draguleo loro rappresentante innanzi a tutti i tribunali, perché si chiegga, si ottenga e venga riconosciuta dalla Summaria e dal Vicerè la loro franchigia che L’Università di Barletta non vuol riconoscere e chiedono gli arretrati. Più tardi, il 27 settembre 1554, allo stesso Dracoleo si dà l’incarico di dividere tra i greci e abanesi il grano che si ricava dalla Curia Romana. Di seguito si elencano molti contratti trascritti dal notaio Bernardino de Pacis che realmente è notaio dei greci dimoranti a Barletta.

Nel 1550, 8 ottobre, l’Arcivescovo Benedictus coronense, dimorante in Barletta, per alcune somme che deve esigere in Napoli ed in Sicilia nomina procuratore il medesimo Draguleo, che ora dimora in Napoli, dalla quale città, detto procuratore, potrà spedire lettere di cambio del banco di Gian Francesco Ravaschieri, dimorante in Barletta. L’Arcivescovo si serve di lui come interprete di suo nipote Manolio. Tale procura egli la ripetette il 2 novembre dello stesso anno a favore di Nicola Draguleo, non potendo l’arciprete Nicolò Malauguro anche di Coron soddisfare in tale affare, egli esigerebbe in Napoli ed in Sicilia da tutti i banchi ed anche dalla Regia Curia tutte le loro entrate. Non conoscendo l’Arcivescovo la lingua italiana chiama suo interprete il nobile Olivieri Figueroa anche di Coron.

Il 4 marzo 1551, alcuni greci di Corone vollero si scrivessero nella scheda dello stesso notaio i loro connotati, così come erano annotati nella Cancelleria di Napoli, con i loro nomi e cognomi. Sono: il venerabile don Manolio, Angelo Santa Bressegni, e Antonio Draguleo, Andrea Draguleo, Todaro Vojla, Nicola Sabigino, Nicola Sarcopola, Andrea Colonna. Il 12 giugno 1551 Serina, Catinella e Anussa figle del conte Poliaczo di Corone, con il consenso di Nicola Poliaczo nominarono loro procuratore Nicola Draguleo, perché le avesse rappresentate in tutti i tribunaliper avere da Pietro di Toledo Vicerè parte dei 5000 ducati che si dividono tra i greci e albanesi di Corone. Il 13 giugno 1551 la stessa cosa fece l’arcivescovo Benedetto, monopolitano di Coronense e cioè scelse lo stesso Draguleo affinchè per mezzo del Vicerè, Pietro di Toledo, presso tutti i tribunali avessero sostenuto la questione della restituzione che i Coronesi possedevano nella città di Corone, specie quei beni che si trovavano nel territorio di Sua Maestà.

Diverse al tre donne di Coron e cio è Elisabetta Draguleo, Petronella Romana , Veneranda C atoytis ,vedova, scelsero come procuratore lo stesso Andrea Draguleo, perchè per loro avessero esatto in Napoli le somme che esse ivi possedevano. E’ da ritenersi ancora che i greci esigevano un assegno dal re e di ciò si parla dal Nobile Andrea Colonna per i 15 ducati di resto che doveva esigere dalla Regia Curia o dal Real Credenziere e della Reale Cancelleria di Napoli come da atto del 4 marzo 1551.

La stessa cosa, e più chiaramente dichiara la vedova Parrinella, moglie del defunto capitano Giorgio Romanatis, dimorante in Barletta, come risulta dallo stesso testamento rogato dal notaio Bernardino de Paccis del 21 dicembre 1554. In detto testamento la Parrinella nomina suoi eredi Elena Pullo nipote e Resina Greca, sua figluola. Elegge la sua sepoltura nella chiesa di San Giorgio di Barletta. “Item declama essa testatrice come nelli anni passati per servitio di Sua MaestàCesarea.” Sergio de Coron scacciato dai turchi e se ne venne in queste parti de Italia per lo che piace a Sua Maestà di darli 30 ducati de moneta de provisione  in quolibet anno dalla Reale Corte, quali ducati 30 essa testatrice passando da questa via providere vole et mediante la volontà delli Superiori et del Serenissimo et invictissimo re nostro, Filippo et del Re.mo et Ill.mo Cardinale suo locotenete generale, et della Regia Corte, li passa alli detti sui heredi, videlicet ducati 15 alla  dicta Helena et ducati 15 alla detta Resina. Per il resto delle robe Elena e Resina faranno metà per ognuna”.

Anche l’Università di Barletta provvede allo stato miserando dei greci ed il notaio Matteo Curci ci riferisce che nel settembre 1567 la detta Università, essendo sindaco Girolamo Bonelli, provvide per il vescovo Buduo  una casa presso Santa Maria degli Angeli, pagando la somma di ducati 35, cosa che risultava in un deliberato dell’Università.

Altro documento importante è quello del primo luglio 1574, notaio Bernardino de Paccis, nel quale Marullo Trasicoto greca, a seguito della morte del marito Giovanni Romano, con il consenso di Andrea Draguleo , per 45 ducati vendette a Tiroba de Maralditijs, vedova di Todaro Romano, tutte le armi e diverse vesti del marito e cioè: “un giacho de maglie, un paro de arme per armar e, un corìo de cavallo, un feltro biondo, un cappello verde, una casadra rinfoderata di tela nigra, uno stocco con coltello puntarolo e corregia, due libretti a stampa, una casacca rossa, uno cigno e sopracigno, uno cordone de cavalli, una sella, una briglia, una berretta nigra ed altri oggetti.”

In altri due rispettivi istrumenti, del 10 aprile 1553 e del 17 marzo 1575, sempre dello stesso notaio, si trascrivono i due riti che i greci eseguono per il matrimonio e per la sepoltura di un defunto. La chiesa in cui si svolgono le due cerimonie è quella di Santa Maria degli Angeli, così in tutti i documenti l’appella il notaio.

Ecco il rito del matrimonio:

Innanzi al giudice Giovan Battista Spaluctia e notaio, nelle venerabile chiesa fi Santa Maria degli Angeli, don Stamato Agristi de Coron, padre di Michele Agristi, suo figlio legittimo e naturale, alla presenza del reverendo Vicario Generale dei chierici Coronensi, nei mesi trascorsi, stipulò il matrimonio del predetto figlio con la onesta donna Maria de Pigliorà, figlia del magnifico Pigliorà. Il matrimonio avvenne “ante faciem Ecclesie, interveniente sacerdotali benedictione, secundum usum, morem et consuetudinem nobilium Coronensium.” Il detto don Stamato prese per mano la sua nuora Maria e la consegnò al predetto Michele, il quale la prese come sua moglie ed egli stesso promise al padre ed al suocero che l’avrebbe trattata come vera sua moglie, governandola e mai disprezzandola. Poi seguirono altre cerimonie.

Per la sepoltura.

Il notaio come sopra e come giudice Giuliano Curtius, furono invitati per parte di Arcade greca, moglie, di Elia Bisceglia, greco de Coron, nella casa presso la chiesa diSanta Maria degli Angeli, nella quale si celebrano i divini uffici, dai greci e dagli albanesi abitanti a Barletta, trovano la detta Arcade languente e lacrimante. Difatti nell’ora quasi ventiquattresima essa morì ed il giorno 17, all’ora sedicesima, portata nella chiesa in “lectorum mortuorum”, si celebrarono i divini uffici dei morti e poi fu sepolta nella sepoltura di detta chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Si annota ancora tra i greci e albanesi di Coron nella detta scheda comparisce abitante in Barletta un nobilis Antonio Aurifex.

Il 6 settebre compariscono dinanzi allo stesso notaio 21 greci, i quali essendo occupati in ardui negozi, scelsero come loro procuratore Andrea Draguleo, che per loro deve chiedere presso la Magna Vicaria, presso la Regia Camera della Sommariae presso il Vicerè, la franchigia concessa da Sua Maestà il re in ogni specie di gabelle e di dazi; chiedono la retroazione delle somme versate all’Università di Barletta e perciò presentano un loro memoriale come sopra si è detto. Si aggiunge ancora che i greci avevano in Barletta una fabbrica di mattoni di creta e difatti Andrea Caminara de Coron e Tommaso Servus si obbligano il 31 marzo del 1551 con Stefano Doloro di Corone di approntargli otto mila mattoni di creta in maxaria promettendo di consegnarceli per tutto il mese di aprile al prezzo di 15 carlini al migliao.

Tra i greci si trovano di quelli che esercitavano l’industria del trasporto di merci con barche proprie per mare. Così il primo luglio dello stesso anno 1551, nella scheda dello stesso notaio, si legge che Giovanni Caccola di Coron, ora in Barletta, convenne con Benedetto de Lucijs di Bitonto e con Ambrosio de Beccarijs di trasportare, per mezzo di cinque grippi seu barche, 2176 tomoli di sale dalle saline di Barletta, al luogo detto “il Chiancone” di Santo Spirito, al prezzo corrente sulla piazza di Barletta.

Concludo questa nota dichiarando agli studiosi che la scheda di Bernardino de Paccis, importantissima, non è stata letta tutta dal sottoscritto per mancanza di tempo.

Nel 1722 non fu più officiata e fi affidata alle così dette “gesuitelle” dirette da suor Paola della Croce al secolo Paola Ruggi, già monaca del monastero di Sant’Orsola a Napoli. La Ruggi morì nel 1734 ed l’ordine dei Gesuiti fu soppresso nel 1722. 17

Essendo tornati i greci in Barletta (fine XVIII secolo), essi pretesero per loro chiesa Santa Maria degli Angeli e gli annessi pagando al re 600 ducati. Nel 1799 venne in Barletta un “papasso” che la officiava, ma scismatico o greco ortodosso. Essendo finita la comunità greca, la chiesa rimase in mano a pochi eredi di famiglia cattolica. Richiesta dai conventuali che amministrarono S. Antonio, perché la loro richiesa ha bisogno di riparazioni, i detti eredi al mese diottobre del 1959 l’hanno ceduta a detti padri che la officiavano con il rito cattolico.

Notizie su Thomas Bathas realizzatore di alcune importanti  icone nella Chiesa Greca di Barletta.16 Nacque a Creta nel 1554 e si stabilì a Corfù prima del 1586, rimanendovi fino al 1558. Dal 1581 fu membro della Confraternita di San Giorgio dei Greci a Venezia con il nome di Tomio da Corfù Batta.

Stabilitosi a Venezia ricoprìla carica di Vicario della Confraternita nel 1592, 95, 98 guadagnandosi da vivere insegnando pittura greca. Nel 1598 fornì il disegno raffigurante il Cristo Pantocrator nella conca absidale della Chiesa di San Giorgio dei Greci.

Da alcuni documenti si apprende che nel 1594 il pittore ricevette un pagamento per aver “conzato”il quadro della Madonna “De’ Gratia”fatto per mano de Santo Luca, da identificarsi con la Madonna Nicopeia nella Basilica di San Marco.

Recentemente sono state a lui ascritte numerose opere: una grande tavola firmata raffigurante l’apocalisse, nell’omonimo monastero dell’isola di Patmos, nell’ambito della quale il Chatzidakis attribuisce altre icone raffiguranti San Cristodulo, la Sepoltura di San Giovanni teologo , San Giovanni teologo e Procoro, la Madonna in trono, il Cristo in trono e la Madonna Hodighitria.
In un intervento di poco successivo lo studioso attribuisce al Bathàs anche il Cristo in trono della chiesa di San Giorgio dei Greci a Venezia, e pubblica per la prima volta il “
Pantocrator” e la “Madonna Hodighitria” della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Barletta come opere sicure del Bathàs.17

 

 



 Note:
 1 G. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (877-1071), Firenze 1917; V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978 - Alfredo Di Napoli, I greci di Barletta (sec. XVI-XX): storia di un’integrazione sociale e religiosa. La controversia sulla chiesa di s. Maria degli Angeli (1842-2003) Ed. L’Aurora Serafica, Bari 2014 pp.13-14.
 2 Marino Barlezio, Historia de vita et gestis Scanderbegi Epirutarum Principis. Bizzardo, Venezia 1610, pag. 91 – 92.
 3 G.M. Monti, La spedizione in Puglia di Giorgio Castriota, Iapigia, Bari, 1939 pp. 126-126). – Gli aragonesi investirono di alcuni feudi pugliesi Skanderbeg e la sua famiglia, si veda G.M. Monti, o.c. pp. 296-301 e in appendice i documenti pp. 302-320. 
4 Biblioteca Santa Teresa dei Maschi – De Gemmis, Fondo Francesco Saverio Vista. Busta XI (exb.28/9. Notizie e documenti trascritti o raccolti da Francesco Saverio Vista relativamente alla colonia greca ed alle chiese greche di Barletta A. Di Napoli, o.c. pag. 16). Cfr. R. Russo, Le cento chiese di Barletta, ed. Rotas Barletta 1997, pp 461-462.
5 S. Santeramo, Barletta nel 500 pag. 113.
6 Manoscritto d S. Santeramo, Barletta nel 500, trascrizione a cura di Vincenzo Tupputi, Centro Regionale Servizi Educativi Culturali Via Indipendenza n.12 – Barletta. Regione Puglia 2003 pp 91-92. 7 Di Napoli, o.c. pag.43.
 8 Codice Diplomatico Barletta, a cura di S. Santeramo e C. E. Borgia, Fasano 1988, Vol. V, doc. n° 279, pag. 154.
 9 Codice Barlettano, come sopra - Cfr. Di Napoli, o.c. pag. 28.
10 Di Napoli, cit. pag. 36. 
11 Di Napoli, cit. pag. 39.
12 Fiorella, D. A. R., La Comunità greca di Barletta, in C. Dicorato. – Cfr. G. Doronzo, I borghi antichi di Barletta. Vol. V. Regione Puglia, pag. 84. 
13 Codice Diplomatico Barlettano, a cura di S. Santeramo e C.E. Borgia, vol. VII, doc n.n.757-758, p.p. 434-35; n. 826 p.p. 468-469. Cfr. Fiorella, cit. 
14 Manoscritto di S. Santeramo, Barletta nel 500, trascrizione a cura di Vincenzo Tupputi Centro Regionale Servizi Educativi Culturali Via Indipendenza n.12 – Barletta. Regione Puglia 2003 p. 93.
15 S. Santeramo, cit. pag. 92. 
16 Di Napoli cit. pag. 49
17 De Napoli- Santeramo citati. 18 www.comunebarletta.bt.retecivica/città/luoghi/greci/bathas

giovedì 14 ottobre 2021

La tratta degli schiavi albanesi dal XIII secolo alla fine del XIV in Italia e nel bacino del Mediterraneo

 La tratta degli schiavi albanesi dal XIII secolo alla fine del XIV in Italia e nel bacino del Mediterraneo




 Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Un aspetto molto importante e poco discusso dagli storici, è quello della tratta degli schiavi albanesi dal XIII secolo alla fine del XIV secolo in Italia e nel bacino del Mediterraneo europeo. Alla disgregazione politica dei Balcani, pesante eredità tardo bizantina, un altro fenomeno si incubò, incrementandosi, nella problematica delle migrazioni ed è quella della tratta degli schiavi, albanesi valachi, armeni ed altri, che tradotti, ora da pirati, ora da turchi, nei possedimenti delle potenze occidentali sul Mar Egeo e del Mar Nero, in seguito divenivano oggetto di compravendita nelle varie città italiane ed in particolare a Venezia e a Genova. Le caratteristiche particolari della tratta schiavistica articolata nelle due città italiane, hanno conosciuto una maggiore attenzione da parte degli studiosi e conseguentemente una più cospicua fortuna storiografica. Questi centri urbani erano tra i più popolati del Continente, con strutture portuali e vocate economicamente al commercio internazionale, queste due potenze marittime potevano, inoltre, disporre di forti e agguerrite colonie mercantili, come sopracitato, nei bacini del Mar Egeo e del Mar Nero: nelle località di Chio, Pera, Caffa, Tana e Famagosta, dove i veneziani intrapresero a negoziare schiavi dalla seconda metà del XIII secolo.1
La presenza di schiavi albanesi in Genova nel tardo medioevo è legata per grande parte alle vicende politiche e militari dell'antico Epiro. La caduta in mano turca, il 29 marzo 1430, di Tessalonica -principale emporio del commercio veneziano nel Levante e baluardo della potenza marittima di Venezia- costituì il presupposto per l'invasione dell'Epiro, alla quale il sultano destine uno dei suoi generali: forse, a quanto si dice, Sinan Beg. La città di Giannina si arrese spontaneamente agli Ottomani, i quali estesero di qui le loro scorrerie anche nella parte più settentrionale dell'Albania.2
Le vicende politico-militari dell'Albania si riflettono nella diversa presenza in Genova di schiavi albanesi (o piuttosto di schiave). Come ha sottolineato Domenico Gioffrè, per tutto il periodo dal 1400 al 1450 i documenti notarili genovesi ci hanno conservato soltanto poche notizie, che rimangono tali fino al 1475 e vanno aumentando nell'ultimo venticinquennio del secolo.3  
L'occupazione turca dell'Albania dopo la morte di Scanderbeg e le sempre crescenti difficoltà nel reperimento e soprattutto nel trasporto degli schiavi dall'area del Mar Nero alimentarono un certo flusso nella tratta degli schiavi albanesi, che si mostra in aperta ascesa fra il 1475 e la fine del secolo. La caduta di Caffa nel 1475 precluse infatti pressoché totalmente a Genova il commercio schiavistico nel Mar Nero, donde il maggior rilievo assunto dal traffico di schiavi di altra origine, fra i quali vanno annoverati quelli di origine balcanica: bulgari, serbi, bosniaci, greci..., ed anche albanesi.4  
La conquista turca dell'Albania e la caduta dell'area del Mar Nero in potere ottomano resero più agibile la tratta degli schiavi albanesi, dal momento che quasi tutto l'Est balcanico passò sotto il dominio della Sublime Porta.5  
La presenza di schiavi albanesi in Genova propone in sostanza alcuni elementi caratterizzanti, che la rendono particolarmente notevole. Si tratta di persone che godono di una certa particolare qualità per la loro stessa origine etnica e che sono genericamente considerate come appartenenti alla cristianità. Il loro scarso numero, rispetto ad altre donne, è appunto conseguente a queste specifiche caratteristiche, per cui il commercio di schiavi albanesi, anche dopo la scomparsa di Scanderbeg e la caduta della massima parte dell'Albania in mano turca, risultava aleatorio, tanto più che le coste dell'Epiro, essendo soggette alla presenza ed autorità di Venezia, rendevano gli albanesi partecipi della cristianità occidentale. Nel contempo tuttavia non bisogna dimenticare che la stessa Sublime Porta fece spazio agli Albanesi passati all'Islam, portandoli talvolta alle maggiori cariche dello Stato.6
La tratta degli schiavi operata dai genovesi, importatori da Chio dove signoreggiavano, ebbe inizio, secondo i documenti reperiti dal Gioffrè dal 1419 proseguendo per tutto il secolo. Generalmente molti in pochi anni si guadagnarono la libertà per opera dei “sindicatori” anche per la loro appartenenza alla religione cristiana, cattolica e ortodossa.7
Riguardo la tratta schiavistica, strutturata nell’Italia centro settentrionale, emergono, inoltre degli aspetti particolari molto importanti: la presenza degli schiavi era, se non del tutto, femminile e gli acquirenti, l’èlite del tessuto urbano, si mostrarono più disposti ad investire su adolescenti e bambine con lo scopo di destinarle al servizio domestico. In Venezia e Genova, infatti, era rarissimo l’impiego di manodopera schiavistica nei lavori di artigiano e in quelli agricoli, mentre frequente era l’utilizzo di schiave come balie e nutrici.8


note:
 1 (Per una ricerca più approfondita: S. Tognetti, Note sul commercio di schiavi neri nella Firenze del Quattrocento in Nuova Rivista Storica anno LXXXVI 2002 Società Editrice Dante Alighieri Firenze. pp.1-2. – Ch. Verlinden, Le recrument des esclaves à Venise aux XIV et XV siécle, “ Bullettin de l’Insitute Belge de Rome” XXXIX 1968. pp. 83 -202. – D. Gioffrè . Il mercato di schiavi a Genova nel secolo XV, Collana Storica di Fonti e Studi diretta da Geo Pistarino, 11, Genova 1971. P. 22-23.
2Laura BALLETTO, Schiavi albanesi a Genova nel XV secolo in: ΟΙ ΑΛΒΑΝΟΙ ΣΤΟ ΜΕΣΑΙΩΝΑ, National Hellenic Research Foundation Institute for Byzantine. Research International Symposium 5 the Mediaeval Albanians. Athens 1998. Pag. 325-F. BABINGER, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1967, 8-9.
3 (D. GIOFFRÈ, Il mercato degli schiavi a Genova nel secolo XV, Collana Storica di Fonti e Studi diretta da Geo Pistarino, 11, Genova 1971, 48. - Laura BALLETTO, Schiavi albanesi a Genova nel XV secolo in: ΟΙ ΑΛΒΑΝΟΙ ΣΤΟ ΜΕΣΑΙΩΝΑ, National Hellenic Research Foundation Institute for Byzantine. Research International Symposium 5 the Mediaeval Albanians. Athens 1998. Pag. 326
4 Laura BALLETTO, cit.,. Pag. 327
aura BALLETTO, cit.,. Pag, 331
6 Laura BALLETTO, cit.,. Pag. 348.
7 D. Gioffrè o.c. pag. 78
8 S. Tognetti, Note sul commercio di schiavi neri nella Firenze del Quattrocento in Nuova Rivista Storica anno LXXXVI 2002 Società Editrice Dante Alighieri Firenze. pp.363.
Foto: eventidimenticati.it

 







domenica 29 agosto 2021

Stessa lingua, ma storie genetiche differenti per gli Arbëreshë di Calabria e Sicilia

 

 

di Roberto C. Sonaglia



Un pool di studiosi di antropologia, biologia e genetica, appartenenti a varie università italiane, ha analizzato con tecniche avanzate l’evoluzione del cromosoma Y presso alcune comunità albanesi “autoctone” in Calabria e Sicilia. Questo tipo di popolazioni minoritarie, caratterizzate da una parlata nettamente distinta da quelle che lo circondano – e quindi, si suppone, con una minor facilità di rapporti con i vicini – si prestano a studi che sovrappongano la linguistica all’indagine genetica per verificarne la coincidenza.
Nel caso degli arbereshe, poi, è ben documentato anche l’aspetto storico-demografico: il grosso della migrazione dall’Albania è avvenuto tra il XV e il XVI secolo, per sfuggire all’invasione ottomana dei Balcani. I migranti, però, solo in parte sono arrivati direttamente dalla regione meridionale, la Toskeria: altri hanno sostato per periodi più o meno lunghi nel Peloponneso e in Epiro prima di trasferirsi nell’Italia del sud.

Oggi gli Arbëreshë (distinti dagli shqiptar, gli albanesi della madrepatria) sono 90-100.00 e vivono in 7 Regioni, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Queste ultime sono le due comunità maggiori, quelle appunto studiate dai genetisti. Che hanno individuato storie genetiche diverse per i due gruppi, malgrado l’estrema omogeneità linguistica ed etnografica. In particolare, mentre la maggior parte delle comunità Arbëreshë calabresi sono strettamente legate ai popoli balcanici del loro luogo di provenienza, una parte minore di esse e quelle siciliane sembrano differenziarsene. Si può ipotizzare una maggiore mescolanza di queste ultime con la popolazione circostante? Forse, ma è anche possibile che i popoli della diaspora si fossero già differenziati prima di attraversare il mare.
Come osserva lo studio,  “i nostri risultati suggeriscono che i gruppi Arbëreshë considerati, nonostante le comuni origini nella penisola balcanica e le caratteristiche culturali comuni, possono essere stati generati da due processi demografici paralleli ma indipendenti, derivanti da popolazioni originarie già differenziate. Uno di questi eventi ha forse portato alla formazione dell’attuale comunità insediata nelle aree calabresi del Massiccio del Pollino e della Valle del Crati. L’altro riguarda gli Arbëreshë siciliani, ma coinvolgendo anche parte degli insediamenti calabresi dell’area sud-occidentale del Pollino”.
I due popoli “fondatori” potrebbero essere già partiti dai Balcani diversi in origine; oppure i due possono aver avuto maggiori commistioni con i nativi o – considerata la presenza, messa in luce dalla ricerca, di caratteri genetici propri dei greci – aver subìto influenze durante la tappa intermedia in Epiro e Peloponneso.

 

1)       Stefania Sarno, Sergio Tofanelli, Sara De Fanti, Andrea Quagliariello, Eugenio Bortolini, Gianmarco Ferri, Paolo Anagnostou, Francesca Brisighelli, Cristian Capelli, Giuseppe Tagarelli, Luca Sineo, Donata Luiselli, Alessio Boattini, Davide Pettener, Shared language, diverging genetic histories: high-resolution analysis of Y-chromosome variability in Calabrian and Sicilian Arbereshe, “European Journal of Human Genetics”, 2015.

2)       www.rivistaetnie.com

 

giovedì 15 luglio 2021

IL MONACHESIMO BASILIANO AI CONFINI CALABRO-LUCANI - Una libreria nella Badia di Lungro?

 

Una libreria nella Badia di Lungro?




 Di Biagio Cappelli

In un lucido capitolo ed in vari altri luoghi del volume 68 della collezione « Studi e testi » della Biblioteca Vaticana, il cardinale Giovanni Mercati illustra e discute alcuni antichi elenchi di libri, un giorno appartenuti a monasteri basiliani della Calabria, conservati nel codice Vaticano Reg. lat. 2099.

Gli elenchi che sono da riferire ad un inventario eseguito in occasione di una Visita compiuta ai monasteri basiliani calabresi nel 1575, rappresentano le liste, più o meno complete, dei manoscritti allora esistenti nelle librerie delle badie di S. Giovanni Theriste a Stilo, di S. Bartolomeo a Sinopoli, del Patirion a Rossano, di S. Gregorio Taumaturgo a Staletti, di S. Adriano a S. Demetrio Corone ed infine di un 'altra di cui manca il titolo in capo alla nota.

L 'ottavo dei codici segnati nella lista dei manoscritti che appariscono conservati nella badia sconosciuta è dallo stesso cardinale Mercati identificato con l'attuale codice Vaticano greco 2030 che contiene opuscoli del beato Efrem e del monaco Nilo. E poiché questo codice, da una sottoscrizione che porta, appare copiato nel 1020, indizione 4., da un Marco chierico di un monastero intitolato al gran martire S. Sozonte; e poiché questo monastero è da identificare con quello di S. Sosti, già esistito nei pressi del borgo omonimo in provincia di Cosenza, sarebbe legittimo concludere che l'intera lista dei codici elencati sotto la badia della quale manca il titolo sia appunto da riferire alla libreria del monastero di S. Sosti. Dato però che questo appare, dalla documentazione potuta raccogliere, già del tutto privo di monaci verso la metà del sec. XVI, è forse più esatto
supporre che l'elenco vada riferito al contenuto della libreria di qualche altro monastero vicino, che ospitando gli ultimi monaci di S. Sosti, ne raccogliesse anche le reliquie.

Spinto dalla lettura avvincente delle pagine del cardinale Mercati ed in conseguenza dal desiderio di cercare di fare un po' di luce sull'argomento, che investe la cultura di un centro monastico basiliano nella Calabria settentrionale, allo studio della quale da tempo ho rivolto la mia attenzione ho voluto tentare una ricerca che nelle sue linee generali mi sembra abbia dato qualche buon risultato.

 

In seguito a quanto il 10 giugno 1573 viene stabilito tra papa Gregorio XIII e Giulio Antonio Santoro, cardinale di Santa Severina ed allora abate commendatario del monastero dei SS. Elia ed Anastasio del Carbone, nel mese di giugno del 1575 il benedettino don Germano di Genova e don Ludovico Grisoni di Napoli visitano la badia di S. M. di Grottaferrata. Essendo poi questi stessi incaricati di estendere la loro Visita anche ai monasteri basiliani di Calabria e di Sicilia, don Germano di Genova appare il 14 novembre dello stesso anno 1575 nel monastero di S. Pietro di Arena. Vi appare però solo mentre attende di poter recarsi nella Sicilia, dove poi alla fine non passa per timore della grande epidemia di peste, che allora infierisce terribilmente in alcune parti dell'isola.

Benchè non siano ancora ritornati alla luce gli Atti completi di questa Visita del 1575, che un tempo erano conservati nell'Archivio del Collegio di S. Basilio a Roma, dove poterono anche vederli e consultarli ed utilizzarli scrittori e giuristi del sec. XVIII, pure la stessa notizia che nel novembre 1575 don Germano di Genova è solo a S. Pietro di Arena, dove attende il momento propizio per recarsi in Sicilia, specie se combinata con l'altra che, invece, al monasteto di S. Basilio Craterete, oltre don Germano, è presente don Ludovico di Napoli, ci dà modo di accertare un dato di fatto. E cioè che la Visita, alla quale si devono gli elenchi dei codici trovati in vari monasteri della Calabria, ha inizio, come del resto è logico per chi viene da Roma, dalla parte settentrionale della regione.

Nessuna notizia circa 1 'itinerario preciso seguito dai due visitatori traspare però dalla disposizione degli elenchi dei codici nel fascicolo che li contiene. Perchè, nell'ordine in cui i fogli di questo fascicolo sono attualmente rilegati, alla badia sconosciuta seguono quella di S. Giovanni a Stilo, di S. Bartolomeo a Sinopoli, del Patirìon a Rossano, di S. Gregorio a Staletti, di S. Adriano a S. Demetrio Corone, mentre in un ordine ipotetico, che si ottiene piegando il fascicolo in senso contrario, si inizia con il monastero del Patirion, cui succedono S. Gregorio, S. Adriano, la badia sconosciuta, S. Giovanni, S. Bartolomeo. E' chiaro da quanto precede come elenchi riguardanti badie topograficamente vicine e si può dire confinanti nei loro territorii, quali ad esempio quella di S. Adriano e l'altra del Patirion, siano sempre separate da note riguardanti monasteri lontani: come, per rimanere nel caso preso in esame, quello di S. Gregorio. Per modo che è da pensare che gli elenchi siano redatti disordinatamente nelle pagine rimaste bianche.

Pure, in questo disordine e per quanto si riferisce ai monasteri predetti, vi è un indizio importante che fa congetturare che l'itinerario seguito nella Visita ha proprio, o quasi, inizio dalla badia sconosciuta. E' precisamente il fatto che tutti gli elenchi sono redatti da due mani: una prima che trascrive i titoli o dà notizia del
contenuto solamente dei primi nove codici della badia sconosciuta; una seconda che segna i rimanenti libri di questa badia e quelli di tutti gli altri monasteri. E poichè una nota che appartiene alla seconda mano, apposta al primo dei codici di S. Giovanni di Stilo, « Istoria della regione... delli Etiopi... tradotta da Ioanne monaco di S. Sabba » presuppone una persona pratica di libri che conosce anche quelli della badia di Grottaferrata, con uno dei quali istituisce un raffronto, sì che giustamente si è supposto che la nota stessa si debba a don Germano da Genova, che oltre ad aver visitato il monastero di Grottaferrata appare assai versato nelle lettere greche; ne viene di conseguenza che quasi sicuramente il catalogatore dei primi nove codici della badia sia don Ludovico di Napoli. Mettendo così in relazione questo fatto con la prova che si è visto noi abbiamo della presenza di ambedue i visitatori in qualche monastero della più settentrionale zona dell'alta Calabria, mentre don Germano appare unico visitatore alla fine del viaggio, siamo indotti a credere che la badia sconosciuta sia da ricercare proprio tra quelle che rimangono a nord di S. Demetrio Corone e di Rossano.



Il monastero di S. Sozonte, dal quale implicitamente prende le mosse la presente ricerca, sorse un tempo in un luogo paesisticamente ammirevole per l'asprezza e la bellezza delle campagne intorno e delle prossime tormentate montagne boscose, sito tra gli odierni abitati di S. Sosti e di S. Donato Ninea, alle falde sud-orientali del monte Mula. Celebre quest'ultimo nell'agiografia italo-bizantina per la vita ascetica che vi conducono S.Leon Luca da Corleone ed altri anacoreti che questi vi trova. Nulla vieta pensare che il monastero di S. Sozonte, già centro di cultura nel 1020, come è documentato dalla notizia del ricordato codice Vaticano greco 2030, sia appunto sorto sopra il precedente eremo, che nel secolo X ricovera i SS. Cristoforo e Leon-Luca. Ma ad ogni modo esso, che poi accoglie alla sua ombra una colonia albanese, e che è restaurato completamente dal monaco Paolo di Carbone abate dal 1447, come appare dalla Visita effettuata da Atanasio Calceopoulos nel 1458, nella prima metà del secolo XVI è in disfacimento anche nei suoi fabbricati. I quali un secolo dopo appariranno delle pittoresche rovine, tra cui è però ancora possibile distinguere chiaramente la chiesa ed un'ala del cenobio, ravvivate dai secolari colori di affrescate immagini di arte bizantina con leggende in caratteri greci. Dipinti ed iscrizioni che oramai soli danno la prova che i ruderi appartengono ad una fondazione dei basiliani, i quali a quell'epoca neanche vogliono riconoscerla come loro. E l'esodo degli ultimi monaci, o dell'ultimo monaco, poichè il visitatore del 1458 non vi trova che l'abate Paolo Camaya di Carbone, rimasti a S. Sozonte avviene, per quanto possia1mo congetturare dai dati esposti e da quanto ora si dirà, alla fine del secolo XV. In quest'epoca, allontanandosi per sempre dall'antico, ma ora tanto desolato monastero, essi cercano e trovano sicuramente rifugio nell'altra badia assai prossima intitolata a S. Maria de Funtibus.

 

 

Questo cenobio fondato e riccamente dotato il 2 maggio 1195, alla presenza di molti prelati e feudatari imperiali e signoriali, da Rogerio e Basilia signori della vicina terra di Brahalla, ora Altomonte, prospera ancora, dopo la desolazione che il Calceopoulos vi nota nella sua Visita, nel secolo XVI nel casale di Lungro. Dove oggi solo una fontana, che un tempo donò il nome al monastero ed alla chiesa, dalle cui fondamenta scaturisce, ne mantiene vivo il ricordo con il suo odierno appellativo di « fontana della Patia ». Che la badia di S. Maria de Fontibus accolga i monaci superstiti di S. Sozonte e nei loro riguardi subentri a questo in tutto, è ampiamente provato dal fatto che nel 1508 il napoletano Paolo dello Porta, concedendo alla Università di Lungro, formata di Italiani e di Albanesi, di cui egli ha la giurisdizione civile, alcuni «Capitoli, immunità e gratie», il cui testo custodito un tempo nell'Archivio comunale di Lungro ora non più esiste, avendolo inutilmente ricercato anni addietro, si intitola « abate del venerabile monastero di S. M. di Lungro e S. Sosti ». Con il 1525 il monastero di S. Maria de Fontibus passa anch'esso in commenda; ma i monaci insegnano sempre le lettere greche in cui sono istruiti. Cosa questa, naturalmente, che ci indica come gli studi siano ancora tenuti in onore nel cenobio. Questa notizia, per noi assai preziosa, è ricavata appunto dagli Atti della Visita del 1575, che aggiungono come ora il monastero sia commenda del napoletano Camillo Venati e la chiesa abbaziale sia officiata da quattro domenicani, ma anche che il settantenne arciprete di Lungro attesti di ricordare i monaci greci dei quali un cinquantennio prima è scolaro e discepolo.

Quasi a conferma di questa notizia un'altra nota anch'essa attinta agli Atti della Visita del 1575, che vengono espressamente citati, ci rende edotti che i visitatori PP. Germano da Genova e Lodovico da Napoli si rendono anche conto dello stato dell'altro vicino monastero di S. Basilio Craterete, che dal 1932 è risorto prospera per la pietà della Badia di Grottaferrata vicino all'abitato di S. Basile. Quivi i visitatori si protestano però fare la Visita senza intenzione di ledere i diritti del titolare dell'episcopato di Cassano, allora monsignore Tiberio Carafa (1571-88), cui il monastero è unito nel 1509, mentre nella Visita del 1458 Atanasio Calceopoulos vi ritrova l'abate Paolo con altri monaci.
 

Dopo la Visita ordinata da papa Onorio III il 10 maggio 1221 a Giovanni vescovo di Crotone e Ioannice o Teodosio abate di Grottaferrata e della quale, pur essendosene dispersi gli Atti, sappiamo che deve raggiungere i monasteri basiliani calabresi di S. Ciriaco di Buonvicino, S. Sosti e S. M. de Fontibus, che con l'altro di S. Basilio Craterete sono scaglionati torno torno alle pendici orientali del gruppo montuoso di cui fa parte il monte Mula, e dopo l'altra Visita, di cui si è più volte fatto cenno, del 1458, da quanto si è detto abbiamo le prove che i visitatori del 1575 si recano almeno in tre dei cenobi siti nella predetta zona.

Il primo è quello stabilito nella fresca valletta di Buonvicino dal locale asceta S. Ciriaco che dopo essersi fermato nell'alpestre contrada di Trepidono e poi nella grotta detta Romano o Venicella, già ostentante lembi di pitture mura,li bizantine illustrate da iscrizioni greche ed oggi sovrastata da una piccola e suggestiva chiesa, fonda il cenobio a lui poi dedicato poco sotto l'abitato. Di questo monastero appunto, per quanto passato in commenda un decennio prima, rimane una particolare relazione della Visita ivi effettuata. L 'altro è il cenobio di S. Maria de Fontibus, il terzo il monastero di S. Basilio Craterete. Se si esclude dunque che i visitatori tocchino S. Sosti per il fatto che il monastero da tempo non è più abitato dai basiliani, ugualmente mi pare che, in base a quanto essi stessi, come si è visto, esprimono, non si debba considerare l'ipotesi che gli stessi visitatori si occupino di prendere nota dei codici che possono trovarsi in una libreria oramai incorporata tra i beni del vescovato di Cassano allo Ionio; quale sarebbe il caso del monastero di S. Basilio Craterete.

Rimangono così le fondazioni di S. Ciriaco di Buonvicino e di S. Maria de Fontibus di Lungro dove i visitatori hanno potuto trovare i libri elencati. Codici che d'altra parte, per la sommarietà con cui vengono inventariati i libri trovati nelle varie case nella Visita del 1458, non possono essere identificati con questo mezzo che pure sarebbe il più idoneo. Mentre per maggiore disdetta ciò non sarebbe neanche sempre possibile dal momento che nella Visita del 1458 non viene redatto alcun inventario dei beni posseduti dal monastero di Lungro in quanto il suo abate Elia non si trova in sede, ma ad Altomonte. Ad ogni modo più che pensare al monastero di S. Ciriaco di Buonvicino, per tutto quanto precede resta sempre lecita e giustificata la supposizione che i delegati alla Visita del 1575 abbiano trovato nella badia di S. Maria de Fontibus i dodici, e forse più, codici elencati sotto la badia di cui manca il titolo; tra i quali codici tre pregevoli e rari per il loro contenuto: una « Dottrina » di Pietro vescovo alessandrino, vari testi relativi a S. Pacomio ed una Vita di S. Nicolò di Mira redatta da Basilio « Lacedemonii archiepiscopi ».

Anche il monastero di Lungro è all' epoca della Visita governato da un abate commendatario da circa un cinquantennio e quindi si potrebbe supporre che gli ultimi monaci Basiliani allontanandosene avessero portato con loro i libri di antica proprietà del cenobio e, ancora una volta, quelli che vi sono entrati con la venuta degli ultimi religiosi di S. Sosti. Tutto ciò può benissimo essere vero. Ma, d'altra parte, mentre non può assolutamente affermarsi che tutti i monaci basiliani abbiano nel 1525 abbandonato il vecchio monastero, trovandosi ad esempio ricordato un « Dionisio monaco greco » nel censimento effettuato a Lungro il 1545, rimane sempre da notare che la stessa Lungro ed implicitamente la sua badia di S. Maria de Fontibus presentano un notevole interesse per gli studi greci e per le scuole monastiche, non soltanto fino al 1525, come si è già visto, ma anche in seguito. Poichè una annotazione aggiunta al nome del predetto monaco Dionisio ci informa che questi tiene a Lungro una scuola di lettere greche aperta a tutti.

E poi sempre la badia di S. Maria de Fontibus mantiene una sua tradizione di decoro e di dignità, che spinge nel 1634 l'abate commendatario del tempo, il milanese cardinale Giulio Roma, del titolo di S. Maria della Minerva, a restaurarne le fabbriche corrose, ed un secolo dopo monsignor Nicolò Colonna dei principi di Stigliano a ripararle ancora, curarle ed adornarle.


Estratto da

BIAGIO CAPPELLI

IL MONACHESIMO BASILIANO AI CONFINI CALABRO-LUCANI

Napoli 1963 in Ungra.it

Biagio Cappelli, Una libreria nella Badia di Lungro?

IV, 31 – Nuova pubblicazione sulla Badia di Grottaferrata. X, 37

Foto:Archivio Sanseverino di Bisignano