lunedì 27 gennaio 2020

Unità d'Italia, piemontesi peggio dei nazisti: le stragi di Pontelandolfo e Casalduni del 14 agosto del 1861

Le stragi di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto1861

                                                           


Il 2 agosto 1861, Massimo D’Azeglio, in una lettera al senatore Carlo Matteucci, pubblicata poi dai giornali, scrive : "Noi siamo proceduti innanzi dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato a farsi benedire parecchi sovrani italiani; ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, si erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così i nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate ... perché contrari all’unità".

Il D’Azeglio scrive quello che moltissimi pensano.

Il governo «italiano» risponde addossando allo Stato Pontificio la responsabilità che il brigantaggio è alimentato da Francesco II con la protezione del Papa e che non si può dubitare della "legittimità" dei plebisciti. In realtà, com’è riconosciuto dalla stessa Commissione d’inchiesta, fazione esercitata dal governo duosiciliano in esilio a Roma è del tutto trascurabile e l’aiuto prestato è limitato all’invio sporadico di qualche agente di collegamento e di scarsi soccorsi materiali. In tutte le province duosiciliane la guerriglia è un fenomeno di ribellione popolare del tutto spontaneo per liberarsi dagli invasori.

Quasi tutti i paesi duosieiliani sono in rivolta. Numerosi sono i collaborazionisti uccisi dai partigiani.


La notte tra il 4 ed il 5, le montagne che cingono Pontelandolfo sono piene d’insorti: i fuochi accesi sono tantissimi. I liberali collaborazionisti dei piemontesi impauriti fuggono dalla cittadina.

Il giorno dopo, a Pontelandolfo, si tiene l’antichissima Fiera di S. Donato. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, è gremito di almeno cinquemila persone venute da altri paesi. Durante la processione arrivano anche gli insorti di Cosimo Giordano, accolti festosamente da tutti gli abitanti al grido di "Viva Francesco II.

Il 7, Casalduni è semideserta, numerosi sono a Pontelandolfo per la fiera. Verso le 18 qualcuno porta la notizia che alla fiera di San Donato sono arrivati il Giordano e il suo gruppo, che dappertutto sventolano i vessilli delle Due Sicilie e che è stato proclamato un governo provvisorio. La gente rimasta si raduna spontaneamente, si dirige alla caserma della guardia nazionale, ne scardina l’ingresso, s’impadronisce delle armi e delle munizioni e abbatte gli stemmi savoiardi.

Il 9, a Cancello, i soldati piemontesi uccidono 29 civili che manifestano contro gli occupanti. I guerriglieri dei La Gala assaltano un treno carico di truppe, a cui infliggono numerose perdite.

A Napoli, il Cialdini, temendo che la situazione diventi incontrollabile, telegrafa al generale Cadorna: "Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli od altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila e Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte" .

Il giorno dopo, Ruvo del Monte, S. Giorgio, Molinara, Pago e Pietrelcina sono accerchiate dal truppe del 31 ° bersaglieri comandato dal maggiore Davide Guardi: le case sono saccheggiate, 23 persone uccise, il denaro delle casse comunali confiscato. L’ufficiale taglieggia anche i possidenti, ne arresta numerosi perché rifiutatisi di pagare e con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato. Tra questi bersaglieri molti sono quelli che si fanno fotografare, sorridenti, accanto ai cadaveri degli insorti a cui tengono sollevata la testa per i capelli. Tra i taglieggiatori vi è anche il maggiore Du Coll del 61’ fanteria.

Il Sannio ed il Molise sono praticamente sotto il controllo della resistenza. Cerreto Sannita è isolato e così pure Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fa arrivare questa informativa al Cialdini: "Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino, lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni".


I FATTI DI CASALDUNI E PONTELANDLFO


Il generale De Sonnaz, per sedare la rivolta di Pontelandolfo, invia da S. Lupo un drappello di 45 uomini del 36’ fanteria, comandato dal tenente Cesare Augusto Bracci. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci parte da Campobasso, ma, giunto in località Borgotello, è accolto da colpi di fucile. Un bersagliere rimane ucciso. Si dirigono poi a Pontelandolfo, ma circondati da numerosi partigiani a cavallo nei pressi della masseria Guerrera, si danno alla fuga in ordine sparso dirigendosi verso Casalduni. Inseguiti, sono costretti a uno scontro a fuoco. Due soldati rimangono uccisi. Nel frangente uno dei soldati, accusato il tenente Bracci di incapacità, gli spara col fucile uccidendolo. Tutti gli altri, tranne un sergente che si nasconde tra i rovi della boscaglia, si consegnano ai guerriglieri. Il Sergente partigiano Pica e i suoi uomini, ordinato ai prigionieri di mettersi in colonna, si dirigono verso Casalduni. I guerriglieri sono accolti da una folla festante. Tra la folla in piazza vi è anche il vice sindaco Nicola Romano, autore di brogli durante il plebiscito-farsa. Anche lui inveisce contro i prigionieri, ma, riconosciuto dalla folla, è legato ad un albero della piazza e fucilato. Per i prigionieri è istruito un processo sommario. Ne viene decisa la fucilazione, eseguita alle ore 22,30 del giorno 11.

La notizia degli avvenimenti di Casalduni arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni: "Eccellenza, quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud.

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni " non rimanesse pietra su pietra ". Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono anche truppe ungheresi che si distinguono per loro immondi atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. 11 soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è ucciso anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell’episodio: "... il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo...".

Due giovani, di cognome Rinaldi, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’Università di Napoli e si avviava all’avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. l due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione. ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le sacre ostie sono calpestate. Le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messo a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo «italiano». Il "Popolo d’Italia", giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese " La Patrie " e dell’opinione pubblica europea.

Il giornale fiorentino "Il Contemporaneo" pubblica alcune statistiche sui primi nove mesi della "libertà" piemontese nel Regno delle Due Sicilie: morti fucilati "istantaneamente" 1.841, fucilati "dopo poche ore" 7.127, feriti 10.604, prigionieri e arrestati 20.000, 3000 ex soldati deportati nel campo di concentramento di S. Maurizio (presso Torino), famiglie "perquisite" (saccheggiate) 2.903, case incendiate 918, paesi totalmente distrutti 14, paesi incendiati 5, chiese saccheggiate 12, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22, comuni insorti 1.428, persone rimaste senza tetto 40.000.

Ai criminali assassini Cialdini, Negri, Melegari, Rossi e agli ungheresi, lo Stato italiano ha concesso onorificenze e medaglie d’oro. Questi criminali ancora oggi sono considerati e venerati come «eroi del risorgimento».

I martiri di Pontelandolfo e Casalduni sono, invece, completamente ignorati dallo Stato italiano, che però continua a perseguire i nazisti, che, al confronto con le canaglie savoiardopiemontesi, sembrano teppisti da oratorio. 

Antonio Pagano.

mercoledì 22 gennaio 2020



La Storia del Rito
a cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro
Uno degli aspetti tradizionali più gelosamente custoditi dagli albanesi in Italia è quello religioso. Ancora oggi in buona parte delle comunità italo-albanesi si mantiene vivo il rito greco-bizantino. Alquanto interessante risulta l’esame della parabola che ha portato la Chiesa Universale a dividersi in una Chiesa d’Occidente ed in una Chiesa d’Oriente e quante difficoltà hanno avuto gli albanesi a conservare il loro essere Chiesa d’Oriente in Italia, patria della Chiesa d’Occidente. La presenza della tradizione della Chiesa Orientale in Italia ha origini antiche: esse risalgono alla prima metà del VI secolo, quando Giustiniano, Imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, s’impossessò dell’Italia. Questo dominio si prolungò durante gli anni, anche se successivamente interessò solamente le regioni meridionali dell’Italia, che vanno dalla Puglia alla Calabria e fino alla Sicilia. In questo contesto un avvenimento di grande interesse per la Chiesa di tradizione orientale in Italia furono le migrazioni di moltitudini di monaci che, perseguitati dagli imperatori avversari del culto delle sacre immagini, i cosiddetti iconoclasti, lasciarono la loro terra e si stabilirono in Italia, soprattutto in Sicilia, dove, benchè sempre soggetti al dominio di Costantinopoli, trovarono requie. La conquista della Sicilia da parte degli arabi spinse questi monaci ad emigrare verso la Calabria. In questa regione si assiste perciò ad una grande fioritura del monachesimo basiliano, detto così perchè i monaci si ispiravano alla regola di San Basilio. Poi anche per quest’ordine iniziò lento ma inesorabile il declino. Già verso la metà del XV secolo il cardinale Bessarione sui monaci greci d’Italia così si esprimeva: “ La maggior parte di essi ignora la lingua greca quanto gli italiani, e non sa neppure leggere l’alfabeto di San Basilio. Altri, che hanno imparato a leggere il greco, non comprendono il senso di quanto leggono. Un numero piccolissimo di essi, un po’ più istruiti, lo capiscono appena”1(Batiffol 35). La vicenda di questi epigoni della Chiesa Orientale in terra d’Italia stava per esaurirsi, quando, a rinvigorire quella tradizione, arrivarono gli albanesi. Così il Rodotà nella sua solita ridondante prosa riassume gli avvenimenti: “Dell’albore eccelso simbolo del grecome Imperio abbattuto, le radici trapiantate in Italia sarebbero state miseramente svelte, se, stando questo per esalare l’ultimo respiro, non ne avesse Iddio riparata, d’una maniera meravigliosa, l’imminente rovina. Per farlo risorgere nelle medesime Provincie, si valse delle oppressioni degli Albanesi, i quali dopo i marziali cimenti sostenuti pel corso d’alcuni lustri contro l’audace Ottomano, obbligati finalmente a cedere alla poderosa possanza di lui, vennero a stabilire la loro sede in queste Regioni, e vi trapiantarono anche il rito greco nativo, che tuttora costantemente ritengono”… Tra l’arrivo dei monaci orientali e quello degli albanesi un grave evento aveva turbato la pacifica convivenza tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente: lo scisma. Nel 1054, con il reciproco anatema tra il Patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario, e il Papa di Roma, Leone IX, i destini della Chiesa Cattolica e della Chiesa Ortodossa andarono dividendosi. Gli albanesi che raggiunsero l’Italia durante il XV secolo appartenevano alla Chiesa d’Oriente, e precisamente al Rito Bizantino. Giuridicamente la Chiesa d’Albania negli ultimi due secoli del I millennio era stata soggetta al Patriarcato di Costantinopoli. Tuttavia allorchè Costantinopoli cadde in mano turca e quando successivamente l’ Albania fu occupata dai Normanni, di fatto, il Patriarcato di Costantinopoli non rivendicò più questo suo potere. Nel XV e XVI secolo si era consolidata in quella regione una situazione che faceva dipendere tutta l’Albania dall’Arcivescovo di Ocrida che poteva fregiarsi del titolo di Arcivescovo di tutta l’Albania. La stessa giurisdizione dell’Arcivescovo di Ocrida si estendeva anche sugli albanesi d’Italia. Questa situazione è stato uno dei motivi per cui anche le autorità ecclesistiche accolsero di buon grado i fedeli d’oriente. Altro motivo storico è da ricercare in ciò che accadde nel 1439 con il Concilio di Firenze. A quel Concilio parteciparono tutti i rappresentanti delle Chiese d’Oriente e di Occidente, che alla fine dei lavori firmarono un documento formale d’intesa, sancendo l’unione tra le due Chiese. Appena giunti a Costantinopoli i gerarchi della Chiesa d’Oriente che avevano firmato l’intesa dovettero subire la dura contestazione del popolo, che, per varie ragioni, che spesso esulavano dal contesto religioso, non voleva l’unità. Sopraffatti dalla contestazione denunciarono che il loro consenso era stato estorto dai rappresentanti della Chiesa d’Occidente, di conseguenza l’unione sancita a Firenze non era valida. Nonostante ciò la Chiesa d’Oriente non ripudiò ufficialmente il Concilio di Firenze se non nel 1484 quando, in un sinodo riunito a Costantinopoli, stabilì la formula per ricevere i latini che si convertivano 3. Tra il 1439 ed il 1484, dunque, almeno ufficialmente, la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente erano tornate all’unità, appartenevano all’unica Chiesa indivisa. A questa Chiesa a pieno titolo può ascriversi la Chiesa Cattolica-greco-bizantina degli albanesi d’Italia.
La giurisdizione religiosa sugli albanesi d’Italia
In questo clima l’Arcivescovo di Ocrida nomina Pafnuzio metropolita d’Italia. Una volta nominato lo invia dal Papa, il quale aveva la giurisdizione su tutta l’Italia, affinchè comandasse agli albanesi d’Italia di obbedire a Pafnuzio. Il Papa Giulio III accettò l’invito, nominò Pafnuzio Arcivescovo di Agrigento ed in un Breve che gli consegnò affermava che il nuovo metropolita poteva liberamente esercitare il suo ministero e che nessuno doveva impedirglielo. In pratica le attività che poteva svolgere Pafnuzio erano la celebrazione, l’amministrazione dei sacramenti secondo i riti, i costumi, le tradizioni e le osservanze della Chiesa Orientale, con l’unico limite di non generare il pericolo negli animi e di non derogare dalla rettitudine ecclesiastica. Questo caso esprime una situazione di comunione tra due tradizioni ecclesiali che vivono integrate sullo stesso territorio in pieno accordo gerarchico. Prima di Pafnuzio il metropolita per gli albanesi d’Italia fu Giacomo, che visse fino al 1543, il secondo fu Pafnuzio, che come si è detto fu nominato direttamente dall’arcivescovo di Ocrida, e che morì nel 1566; poi venne Timoteo, già vescovo di Corizza; infine Acacio Casnesio, ultimo metropolita di Agrigento, ma che di fatto non potè mai esercitare le sue prerogative 4. Tale situazione, che si basava sullo spirito di unione stabilito a Firenze, rese possibile l’emanazione di alcune decisioni papali. Il documento più esplicito è il Breve di Leone X “Accepimus nuper” del 18 maggio 1521. In questo documento il papa confermava il libero esercizio delle proprie tradizioni per tutti i fedeli di rito greco, permetteva la celebrazione dei sacramenti per i fedeli orientali anche nel territorio di un vescovo latino ed imponeva ai vescovi latini di avere un vicario generale orientale in caso di presenza di fedeli orientali nei territori sottoposti alla loro cura spirituale. Nulla mutò fino al Concilio di Trento.
Il Concilio di Trento
I canoni approvati nel concilio di Trento non riguardavano specificatamente i fedeli orientali, tuttavia alcune decisioni incidevano profondamente sul rapporto di convivenza ormai instauratosi tra questi e la Chiesa d’Occidente. I canoni più marcatamente contrari al regime antecedente riguardavano le visite pastorali dei vescovi i quali “ogni anno sono tenuti a visitare con autorità apostolica tutte le chiese”. Oppure il canone che riguardava le ordinazioni il quale proibiva a chiunque di essere ordinato sacerdoto da un vescovo diverso da quello ordinario del luogo di dimora 5. I decreti del Concilio di Trento erano stati approvati da qualche mese, quando una serie di segnalazioni, provenienti dai primi vescovi riformatori trasferitisi in alcune diocesi dell’Italia meridionale, cominciarono a porre la Santa Sede di fronte alla sussistenza di una gerarchia episcopale e di un clero, che amministravano i sacramenti ed esercitavano giurisdizione nel territorio di quelle diocesi, ma lo facevano nella consapevolezza di dipendere ecclesiasticamente non dal Papa bensì dal Patriarca di Costantinopoli6. A questo punto intervenne direttamente il Papa Pio IV che con il Breve Romanus Pontifex, del 16 febbraio 1564, abrogò le esenzioni ed i privilegi concessi dai pontefici precedenti, sottomise le comunità orientali alla giurisdizione dei vescovi ordinari latini. Neanche il documento pontificio sortì l’effetto sperato. Qualche anno dopo i vescovi calabresi, in particolare Prospero Vitaliani di Bisignano e Ludovico Owen di Cassano, chiesero alla Santa Sede di intervenire coercitivamente contro i sacerdoti albanesi perchè professavano opinioni eretiche. Le “opinioni eretiche” professate dagli albanesi, che restavano fedeli alla propria tradizione, riguardavano il battesimo che si amministrava con l’olio Santo benedetto dagli stessi preti e, nel corso della stessa cerimonia, l’eucarestia che si dava agli infanti inferiori all’età della ragione; la cresima, che era conferita dagli stessi sacerdoti; il ripudio della moglie adultera, seguito da nuove nozze; le festività del calendario liturgico che non coincidevano con quelle dei latini. Quanto alla fede, qualcuno non credeva nel purgatorio e nessuno credeva alla processione dello Spirito Santo anche dal Figlio (Filioque)7. Il 20 agosto 1566 Papa Pio V firmò la Bolla Providentia Romani Pontificis, con la quale vietò tassativamente ogni tipo di duttilità e promiscuità liturgica e revocò ai sacerdoti di entrambi i riti tutti i precedenti permessi di celebrare il culto divino secondo l’uso dell’una o dell’altra Chiesa, quando questo non fosse il proprio. Ma anche questo intervento non ottenne i risultati che si prefiggeva in quanto, in mancanza di un prete greco e nell’impossibilità dei preti latini di celebrare nel rito non proprio, gli albanesi si rifiutavano di “odir da lui messa, nè ricever sacramenti, nè accostarsi in Chiesa”, così si esprimeva l’arcivescovo Santoro di Santa Severina in Calabria. Un trattamento più radicale fu introdotto per i vescovi ortodossi che mantenevano la cura pastorale degli albanesi e delle comunità di origine greca. La Curia Romana trasmise agli ordinari latini delle diocesi, in cui tali presuli visitavano gruppi di fedeli, l’ordine di denunciarli, di trattenerli e di trasferirli incarcerati a Roma. Ogni esercizio di sacra giurisdizione, che risultasse indipendente da quella suprema del Pontefice Romano, appariva inammissibile 8. Ma neanche questa minaccia fece recedere i fedeli di rito greco-bizantino dalle loro pratiche religiose. Visti gli insuccessi dei precedenti interventi, la Curia Romana cercò di affrontare il problema degli Italo-albanesi in modo diverso. Fu così che nel 1573 sotto il pontificato di Gregorio XIII fu istituita la Congregazione dei Greci ( la curia Romana mai differenziò gli italo-albanesi dagli italo-greci, chiamandoli sempre con quest’ultima formula). Grazie a questo organismo, e soprattutto grazie all’attività del suo presidente, l’arcivescovo di Santa Severina Giulio Antonio Santoro, la presenza di questa frangia orientale in Italia cessò di essere un problema da risolvere con l’annientamento. Analizzando i fatti storici appare evidente che il compito della Congregazione sarebbe dovuto essere quello di portare i fedeli orientali sotto le ali della Chiesa d’Occidente. Non si poteva intervenire sul rito perchè era evidente che quei fedeli non l’avrebbero mai abbandonato. Occorreva aggirare l’ostacolo per spezzare il loro legame con Costantinopoli. La soluzione si trovò nell’ individuazione di un vescovo di rito greco, però cattolico, abilitato ad ordinare in debita e legittima forma nuovi sacerdoti albanesi e greci. Questa istanza fu fatta propria dal Papa Clemente VIII che la recepì nel documento pontificio noto come Perbrevis Instructio del 31 agosto 1595. Il primo vescovo orientale per origine ecclesiastica e per rito, soggetto direttamente all’autorità del Pontefice Romano fu il cipriota Germano Kouskonaris, il quale, fuggito da Famagosta e abiurata l’ortodossia, viveva stentatamente a Roma come Cappellano del Collegio Greco. L’evoluzione avuta nel campo ecclesiologico si può ormai sintetizzare. Dal punto di vista romano non esistevano più due chiese, due comunità con propria tradizione liturgica, spirituale, disciplinare e teologica, in piena comunione; ma una sola Chiesa nel cui ambito si trovavano delle comunità cattoliche che potevano mantenere parte della loro tradizione, ma non una propria gerarchia . La presenza di un vescovo ordinante per i preti greci rendeva gli stessi preti abili all’esercizio del loro ministero, ma nulla più. Alcuni di loro, non accettati dai feudatari del luogo, subirono feroci persecuzioni. E’ questo il caso del sacerdote Nicola Basta di Spezzano Albanese che per essersi opposto alla latinizzazione del suo paese fu incarcerato nel castello di Terranova, dove il 31 agosto 1666 morì di stenti. Di lì a poco Spezzano Albanese avrebbe perso definitivamente il rito greco a favore di quello latino; su questa strada molte altre comunità albanesi la seguirono.
Il collegio greco di Roma
Come per i monaci greci del XV secolo, anche per i sacerdoti italo-albanesi dei secoli successivi si poneva il problema della preparazione culturale, teologica e pastorale. Le parole di Mons. Filoteto Zassi, Arcivescovo di Durazzo e vescovo ordinante nel collegio greco di Roma, rendono l’idea della situazione: “L’ordinati dell’italo-greci per il passato sono stati per lo più ignorantissimi, e quindi ordinati più per compassione di non mandarli indietro dopo essersi portati da si lontani paesi tra mille strapazzi e spese, che per merito di dottrina … per lo più sono venuti tali, che ho avuto che sudare et io et altri non solamente settimane, ma mesi ancora per farli giungere al primo grado di abilità”. Per far fronte a questo scadimento nella preparazione dei preti di rito greco che avevano come maestri i sagrestani ed i preti loro predecessori, il Papa Clemente XII, dietro insistenza di Felice Samuele Rodotà — che poi diventerà il primo presidente — fonda a San Benedetto Ullano il collegio “Corsini”, dal nome gentilizio del Papa. Nel 1794 il collegio verrà trasferito a San Demetrio Corone presso la ricca Badia dei monaci basiliani. Ben presto la formazione morale ed intellettuale dei giovani che uscivano da quella scuola conferì stima e fama all’istituto, che formava i sacerdoti ed i professionisti laici dei paesi albanesi. Due anni dopo la fondazione del collegio Corsini in Calabria, ne fu fondato uno anche in Sicilia, a Palermo. In tal guisa i futuri sacerdoti delle popolazioni albanesi avevano gli istituti formativi minori nella propria terra, mentre a Roma fin dal 1577 era operante il Collegio Greco per gli studi superiori.
I vescovi
ordinanti Con la bolla Superna Dispositione del 10 giugno 1732 Papa Clemente XII nominò il presidente del Collegio Corsini, vescovo titolare, cui spettava espressamente la funzione di ordinare i sacerdoti di rito greco-bizantino per le comunità di Calabria. Altre prerogative di questi vescovi riguardavano la conduzione del seminario sottratto alla giurisdizione dell’ordinario del luogo, e la celebrazione delle cresime. Essi non avevano nessuna giurisdizione sul clero e sui fedeli di rito orientale, giurisdizione che rimaneva totalmente in mano ai vescovi latini.
L’Etsi pastoralis
Grazie all’istituzione prima del collegio greco di Roma e poi dei collegi minori di Calabria e di Sicilia, il patrimonio religioso degli albanesi d’Italia poteva essere conservato con sicure possibilità di successo. La nuova stagione non ci sarebbe stata se non l’avesse preceduta una lunga e tenace fedeltà del popolo e del clero alle proprie radici e forme religiose, portate con sè nel cuore, nelle precarie e disagiate traversate marittime, come la più preziosa delle pochissime cose che il duro ed obbligato esilio permise di traslocare . Questa nuova situazione esacerbò ancor più gli animi di coloro che volevano eliminare la tradizione greca nella Chiesa Romana. Spinto da costoro il Papa Benedetto XIV emanò il 26 maggio 1742 la Bolla Etsi pastoralis. Essa conteneva prescrizioni di ordine liturgico, come l’introduzione del Filioque nel simbolo niceno-costantinopolitano da recitarsi nella liturgia orientale; altre di ordine canonico come l’impossibilità del marito di abbracciare il rito orientale della moglie, la quale era tenuta ad uniformarsi al rito del coniuge latino; per contro, alla moglie latina era precluso analogo passaggio se il marito era di rito orientale; i figli dovevano seguire il rito del padre, salvo che la moglie latina non volesse educarli nel proprio rito. Infine stabiliva la supremazia del rito latino su quello greco. Ad una prima lettura, l’Etsi Pastoralis appare come una legge nettamente contraria al rito greco, ma, come Benedetto XV due secoli più tardi ebbe modo di rilevare, quella normativa era dettata dallo spirito di preservare il rito greco, voluto dal disegno divino, e per evitare i contrasti che sorgevano tra gli ordinari latini ed i fedeli e i sacerdoti albanesi. In altri termini l’Etsi pastoralis con la sua regolamentazione, certamente restrittiva, garantì agli albanesi di tradizione orientale un ambito in cui poter sopravvivere.
L’istituzione delle eparchie
Col passare del tempo, però, diventava sempre più manifesta per i fedeli italo-albanesi la necessità di una dimensione stabile e visibile di una Chiesa con un proprio territorio, stretta attorno ad un proprio vescovo. Tale esigenza, avvertita già da tempo presso gli italo-albanesi, diveniva sempre più impellente mano a mano che si constatava come il vescovo greco ordinante continuava ad essere considerato in una posizione di inferiorità rispetto a quello ordinario latino, e questa inferiorità era sentita anche da tutta la popolazione di cui si occupava. Le comunità italo-albanesi più volte hanno espresso a Roma il loro malumore per la prassi canonica instaurata: le loro richieste divennero pressanti verso la fine del secolo scorso. Nel 1888 gli italo-albanesi inviarono al Papa una supplica, per reclamare l’autonomia ecclesiastica, corredata da migliaia di firme. In quel tempo Pontefice era Leone XIII, che mostrava particolare interesse per l’Oriente. A lui successe Benedetto XV, che istituì l’Eparchia di Lungro per gli albanesi di Calabria e dell’Italia continentale. Pio XI nel 1937 ha istituito l’Eparchia di Piana degli Albanesi per gli albanesi di Sicilia, e nello stesso anno ha elevato a Monastero esarchico il cenobio di Grottaferrata. L’Eparchia di Lungro è stata istituita il 13 febbraio 1919 con la Bolla Catholici fideles; primo vescovo fu nominato Mons. Giovanni Mele, nato ad Acquaformosa nel 1885 .
Fonte: www.webdiocesi.chiesacattolica.it
Eparchia di Lungro

lunedì 13 gennaio 2020

Il Re lazzarone

 a cura di Patrizia Stabile


Questo è il Re che la “vulgata” storiografica nazionale ha sempre presentato come volgare, ignorante, fanatico e reazionario. Un Re “Lazzarone”, “popolano”; ed infatti il popolo vero fu sempre con lui.
Nasce a Napoli il 12 gennaio 1751 un nostro amato sovrano, figlio di re Carlo.
Come abbiamo visto nella voce dedicata a Carlo di Borbone, quando nel 1759 questi lascia il Trono di Napoli per quello di Madrid – sancendo di fatto la definitiva separazione delle due Corone – lascia come erede a Napoli il suo terzo figlio, Ferdinando, allora bambino di otto anni, e lo affida ad un Consiglio di Reggenza di otto membri, fra cui emergevano le figure del Primo Ministro Tanucci e dello zio di Ferdinando il principe di San Nicandro.
Il primo ebbe il compito preciso di guidare politicamente il Regno, il secondo quello di educare il fanciullo.
Nato a Napoli il 12 gennaio 1751 dal Re Carlo di Borbone e da Maria Amalia Walburga di Sassonia, morirà sempre a Napoli il 4 gennaio 1825. Il suo è uno dei più lunghi regni della storia, se si considera la datazione a partire dal 1759 (66 anni di regno).
Dal principe di San Nicandro ricevette un’educazione mirata soprattutto alla cura della robustezza del corpo e di marca abbastanza popolare (i suoi tratti e il suo parlare in dialetto gli valsero il soprannome – nient’affatto dispregiativo – di “Re Lazzarone” [Col termine “Lazzari” o “Lazzaroni” erano indicati i popolani di Napoli che si batterono strenuamente ed eroicamente contro i soldati napoleonici e i giacobini repubblicani nel 1799 in difesa e a nome di Ferdinando, della monarchia e della Chiesa. Cfr. la voce apposita in questo sito sul sanfedismo e le insorgenze.]).

Finché fu in età minorile, il Regno fu retto a tutti gli effetti dal Tanucci, che proseguí senza indugi la politica riformista di Carlo di Borbone, di stretta intesa con il Trono di Madrid. Sono questi i decenni del celebre riformismo borbonico, comunque poi proseguito anche da Ferdinando fino agli anni della tempesta rivoluzionaria.
Nel 1768 sposò Maria Carolina d’Austria, figlia dell’Imperatrice del Sacro Romano Impero Maria Teresa d’Asburgo, sorella quindi degli Imperatori Giuseppe II e Leopoldo II e della Regina di Francia Maria Antonietta. Ferdinando ebbe da lei 18 figli, ed erede al Trono fu Francesco, a causa della morte prematura del principino Carlo Tito.
Delle figlie femmine, la primogenita Maria Teresa sposò l’Imperatore del Sacro Romano Impero Giuseppe II, la secondogenita Maria Luisa il Granduca di Toscana Ferdinando III, Maria Cristina il Re di Sardegna Carlo Felice, Maria Amelia il Re dei Francesi Luigi Filippo, Maria Antonietta il Re di Spagna Ferdinando VII.

Maria Carolina, giunta a Napoli appena sedicenne, acquistò subito un grande peso per le scelte politiche di Ferdinando, specie dopo la nascita di Francesco. Lo scontro con il Tanucci era inevitabile, ed inevitabile fu pertanto la progressiva rottura con Madrid, in cui la Regina riuscí a coinvolgere anche
Ferdinando (ragione di profondo dolore fu questo per l’ormai anziano Re di Spagna, che si vedeva in un certo senso sfuggire non solo e non tanto il controllo politico, quanto in certo qual modo anche la persona stessa del figlio Ferdinando).
Nel 1775 Maria Carolina entrò a far parte ufficialmente del Consiglio di Stato; Tanucci dapprima dovette acconsentire a vedersi molto ridotto il suo raggio d’azione, quindi dovette rassegnarsi ad uscire di scena nel 1777.
Il suo posto fu preso due anni dopo dal ministro inglese il principe John Acton, che nel corso degli anni godette della totale fiducia dei Reali, ciò che gli permise di far gravitare il Regno dall’influenza spagnola sotto quella britannica (confermata, negli anni cruciali delle guerre napoleoniche, dalla presenza a Corte di Horatio Nelson, e di varie altre figure inglesi che grande influenza avevano sulle decisioni di Maria Carolina).
Il Primo Ministro Bernardo Tanucci
Il Primo Ministro Bernardo Tanucci
Ma l’uscita di scena del Tanucci non interruppe affatto il processo riformistico. Del resto, i genitori di entrambi i monarchi (Carlo di Borbone e Maria Teresa d’Asburgo) erano stati entrambi sovrani riformatori, ed avevano plasmato in tal senso la mentalità dei figli (come Giuseppe II a Vienna dimostrava con eccessivo zelo!).
La politica di riforme dovette però essere interrotta per il gravare della tempesta rivoluzionaria negli anni Novanta. Gli eventi di Francia, dapprima preoccupanti ma poi tragicamente sconvolgenti (la caduta della Monarchia, la Repubblica giacobina, l’assassinio del Re e poi della Regina e del loro figlioletto, la guerra civile, il Terrore, la dittatura robespierriana, centinaia di migliaia di morti, ecc.), fecero naturalmente mutare l’animo ingenuamente e a volte acriticamente aperto alle innovazioni politiche dei due sovrani napoletani. Specie dopo il 1794, sia per i fatti francesi, sia per la scoperta di una congiura repubblicana a Napoli.
Ferdinando e Maria Carolina iniziarono a intuire il vero volto che si nascondeva dietro i riformatori [Come sempre accade in certi contesti storici o di vita vissuta, i futuri traditori si nascondono sempre fra i più vicini e costanti osannatori. Tutta la cosiddetta intellettualità partenopea, composta per lo più da aristocratici vicinissimi ai Reali e da beneficiati e onorati dagli stessi, non perdeva occasione per esaltare Maria Carolina come il faro del progresso e della civiltà in Napoli, e presentare Ferdinando come il “novello Tito”.

Saranno proprio costoro a fondare la Repubblica Partenopea con l’appoggio delle armi dell’invasore napoleonico], specie dietro gli intellettuali illuministi e massoni (da loro sempre finora appoggiati). Peraltro, nonostante qualche tentativo di conciliazione con la neonata Repubblica Francese, di fatto Ferdinando aderí alle Coalizioni internazionali antirivoluzionarie ed antinapoleoniche, rimanendo in tal modo anche fedele al “Patto di Famiglia” borbonico ed alla alleanza con gli inglesi.
La duplice perdita e la duplice riconquista del Regno continentale
Come è noto, a partire dal 1796, il giovane Napoleone Buonaparte invade e conquista gradualmente la gran parte dei territori degli Stati italiani preunitari, incontrando ovunque, come unica e feroce resistenza, la spontanea rivolta armata delle popolazioni italiane – le insorgenze controrivoluzionarie – insorte in difesa della Chiesa e della religione cattolica e dei legittimi secolari sovrani e governi (in un concetto, contro l’aggressione rivoluzionaria in difesa della secolare civiltà, società e identità tradizionali).
S.M. Ferdinando IV
S.M. Ferdinando IV
Nel febbraio del 1798 gli eserciti rivoluzionari invadono lo Stato Pontificio, provocando la fuga di Pio VI e instaurando la giacobina Repubblica Romana. Nel mese di novembre, Ferdinando, consapevole che ormai ai napoleonici mancava solo il Regno di Napoli per completare la conquista d’Italia, decide di muovere guerra ai francesi, anche allo scopo di liberare Roma e permettere il ritorno del Pontefice nel proprio Stato. Il comando viene affidato al generale austriaco Mack, ma la scelta si rivela subito errata. Egli dapprima entra in Roma senza colpo ferire (peraltro i napoletani furono accolti in trionfo dai romani), ma poi, di fronte al contrattacco del generale napoleonico Championnet, il Mack fugge miserevolemente, e l’esercito borbonico si scioglie alla rinfusa. Naturalmente Championnet ora ha il pretesto per marciare su Napoli.
Ferdinando l’8 dicembre 1798 emana un proclama a tutti i suoi sudditi, invitandoli ufficialmente a resistere in armi contro l’invasore. Mai proclama fu più seguito alla lettera. Migliaia, decine di migliaia di uomini, di ogni età e ceto, comprese donne ed anziani, presero le armi contro i francesi, combattendo per sei mesi strenuamente fino alla riconquista del Regno.

Infatti, i francesi a costo di gravi perdite riuscirono il 22 gennaio 1799 a conquistare Napoli (qui dovettero massacrare, prima di prendere effettivo possesso della città e di proclamare la “Repubblica Napoletana”, 10.000 “lazzari” insorti in nome di Ferdinando). Nel frattempo, già dal 22 dicembre 1798 la Corte si era spostata a Palermo, e Ferdinando aveva lasciato Napoli in mano ad un consiglio di aristocratici e al Vicario regio Pignatelli.
Instaurata a Napoli la Repubblica, i giacobini procedettero alla “repubblicanizzazione” delle provincie, ma con scarsi risultati effettivi. Infatti, ovunque era evidente il malcontento popolare e i sentimenti di fedeltà alla dinastia si palesavano ogni giorno in maniera sempre più evidente e “minacciosa”. Verso la fine di gennaio, il Cardinale Fabrizio Ruffo dei Principi di Scilla si presentò a Corte a Palermo con un audacissimo progetto: chiese al Re navi, uomini e soldi per attuare una spedizione militare di riconquista del Regno di Napoli con l’appoggio delle popolazioni che sicuramente non sarebbe mancato.
Il progetto era talmente audace da lasciare perplessi i Reali; alla fine, date le insistenze del Ruffo e visto che in effetti non v’era poi molto di meglio da fare, Ferdinando cedette e concesse al Cardinale una sola nave con sette uomini (in pratica nulla), ma il titolo ufficiale di Vicario del Re per il Regno di Napoli (in pratica, tutto!). Il Ruffo si accontentò, sicuro che le popolazioni continentali lo avrebbero seguito.
E il Ruffo aveva assolutamente ragione! Sbarcato nei suoi feudi in Calabria, bastò far girare la voce delle intenzioni e del suo nuovo potere effettivo, che in poche settimane si ritrovò un esercito di decine di migliaia di volontari giunti da ogni parte del Regno per la causa borbonica, pronti a morire per cacciare i repubblicani giacobini.
Il Ruffo fondò così la “Armata Cristiana e Reale” in nome di Ferdinando IV (si veda la voce dedicata alle insorgenze controrivoluzionarie e al sanfedismo), che nel giro di tre mesi giunse in trionfo a Napoli restaurando la monarchia borbonica il 13 giugno 1799, giorno di Sant’Antonio, protettore ufficiale dell'”Armata della Santa Fede”.
Ferdinando e Maria Carolina nel frattempo giunsero a Napoli via mare, preceduti dal Nelson, che aveva ordini di fare giustizia dei giacobini traditori rinchiusi in Castel S. Elmo, circondati dall’Armata sanfedista. Il Ruffo, consapevole che il Nelson li avrebbe massacrati tutti, offrì loro la possibilità della fuga via terra; ma costoro credettero opportuno fidarsi più di un protestante che di un cattolico, e si consegnarono all’ammiraglio inglese, il quale fece senz’altro impiccare 99 di loro, con l’approvazione di Maria Carolina più che di Ferdinando.
Si tratta dei famosi giacobini della Repubblica Partenopea, “vittime dei Borboni”, come tutta la storiografia nazionale ha sempre detto e ribadito. Non è questa la sede per aprire polemiche storiografiche e ideologiche. Un’unica serena ed evidente considerazione ci permettiamo di fare: sicuramente si sarebbe potuta usare, oltre la giustizia, anche maggiore clemenza. Ma gli storici hanno sempre voluto dimenticare l’esigenza imprescrittibile della giustizia, in una situazione i cui termini erano chiari: dei sudditi – molti dei quali vicini alla Corona – si erano macchiati di alto tradimento cacciando il Re e instaurando un repubblica rivoluzionaria non solo fondata sulle armi straniere dell’invasore della patria comune, quanto soprattutto priva di alcun concreto appoggio popolare, anzi, come la storia ha inequivocabilmente dimostrato, in palese e tragico scontro con la reale volontà delle popolazioni del Regno, fermamente fedeli ai Borbone.
I repubblicani napoletani (poche centinaia di individui in tutto) insomma non erano stati né votati né comunque ben accettati dalle milioni di persone che abitavano il Regno; anzi, furono combattuti ferocemente dalle popolazioni, e la loro forza risiedeva solo nelle armi straniere, senza alcun prestigio o consenso.
)
Essi erano a tutti gli effetti “traditori della patria” asserviti allo straniero invasore ed erano responsabili di una violentissima guerra civile, anche se la storiografia filorisorgimentale li ha sempre presentati come eroi e “martiri”: ma il loro atto, agli occhi del legittimo sovrano, non poteva passare impunito: il buon senso lo dimostra, e possiamo essere certi che altri sovrani – o Capi di Stato – a volte osannati non si sarebbero comportati in maniera molto differente in tali tragici frangenti.
Ferdinando e Carolina tornarono sul Trono di Napoli in trionfo e col pieno e completo consenso delle popolazioni che si erano battute spontaneamente per loro. Fino al 1805 regnarono in pace, ma poi la tempesta napoleonica si abbatté nuovamente su di loro. Agli inizi del 1806 l’Imperatore dei Francesi conquistava il Regno di Napoli e poneva sul Trono il fratello Giuseppe. Ancora una volta i Reali e la corte si spostarono a Palermo, ed ancora una volta ricominciò la spontanea guerriglia sanfedista (anche se ora non vi fu più una nuova “Armata Cristiana e Reale”), che durò fino al 1810, ed in Calabria specialmente fino alla Restaurazione.

Nel 1808 Napoleone disponeva da Parigi che Giuseppe doveva andare a Madrid, e poneva sul Trono di Napoli suo cognato Gioacchino Murat, che vi rimarrà fino al 1815, anno della Restaurazione europea. Per altro, il Murat nel 1815, disperato per la definitiva vittoria delle forze restauratrici, tentò il tutto e per tutto sbarcando in Calabria e invitando i contadini all’insurrezione armata contro i Borbone: sarà preso a fucilate dai contadini stessi, arrestato e quindi fucilato.
Gli ultimi anni del suo regno
Con la sconfitta definitiva di Napoleone e il Congresso di Vienna, l’intera Europa si avviava ad una nuova fase della sua storia, quella nota sotto il nome di Restaurazione.
Ferdinando preferì stavolta assumere ufficialmente il titolo di “Re delle Due Sicilie” [Durante il suo regno a Palermo, gli inglesi a Corte avevano favorito l’autonomismo siciliano, costringendolo a concedere la Costituzione del 1812 e a far partire Maria Carolina dall’isola, che poi morirà nel 1814 in esilio.] (divenne quindi “I” come numerazione) e volle attuare una politica di pacificazione nazionale, forse anche troppo generosa. Infatti, non solo lasciò sostanzialmente impuniti i collaboratori del Murat, ma spesso confermò loro le cariche, i ruoli e i privilegi acquisiti sotto il regime napoleonico; e questo specie con gli ufficiali militari, cosa di cui ebbe presto a pentirsi.
A Corte si svolgeva lo scontro fra il Ministro de’ Medici, filoliberale e massone, e il Ministro della Polizia Antonio Capece Minotolo, Principe di Canosa, cattolico intransigente, controrivoluzionario e fedelissimo dei Borbone, acerrimo nemico delle sette massoniche e di ogni tendenza rivoluzionaria. Ferdinando però fece prevalere il de’ Medici, e ciò comportò nel 1820 un’altra rivoluzione, di stampo costituzionalista, organizzata ed attuata dalla setta massonica della Carboneria.
Ferdinando dapprima accettò di concedere la costituzione; ma i tempi ormai erano cambiati, e ben sapeva che, per il principio di legittimità stabilito al Congresso di Vienna e per i patti della Santa Alleanza, Metternich sarebbe presto intervenuto contro i rivoluzionari. Ed infatti così avvenne. Vi fu un Congresso della Santa Alleanza a Lubiana, in cui si stabilì l’intervento contro Napoli. Il parlamento napoletano inviò proprio Ferdinando a Lubiana per perorare la causa costituzionalista; ma naturalmente Ferdinando giunto lì chiese al Metternich l’intervento contro i rivoluzionari napoletani, che puntualmente avvenne.
Ferdinando poté così restaurare l’assolutismo, e vivere in pace gli ultimissimi anni del suo lungo e travagliato regno.
Il Sovrano del riformismo italiano
Ferdinando può essere senz’altro considerato il Sovrano che per eccellenza in Italia incarnò i criteri del riformismo illuminato, proseguendo e compiendo ciò che il padre aveva cominciato. Non è qui possibile approfondire, neanche per sommi capi, un discorso di importanza storica fondamentale, e molto trattato dalla storiografia degli ultimi decenni. Ci limitiamo quindi ad elencare una dopo l’altra le più importanti riforme ed opere attuate per sua volontà o ispirazione.

Edilizia civile:
Il 4/IX/1762 iniziò la costruzione in Napoli del primo cimitero in Italia in Napoli; poi ne costruì uno a Palermo;
fece costruire e ampliare strade di Napoli, come Foria;
restaurò il Palazzo Reale di Napoli;
nel 1779 innalzò la Fabbrica de’ Granili;
nel 1780 iniziò la Villa Reale;
costruì tre teatri: de’ Fiorentini, del Fondo e di San Ferdinando;
edificò: l’Orto botanico a Palermo, la Villa inglese di Caserta, il Cantiere di Castellammare, il piccolo porto di Napoli, i lavori dell’Emissario di Claudio, Palazzo Reale di Cardito;
costruì più di mille miglia di strade per congiungere Napoli con le province;
restaurò ponti, ne costruì di nuovi, prosciugò maremme, arginò fiumi, ecc.; nel 1790 bonificò la Baia di Napoli;
terminò le costruzioni iniziate dal padre (Regge di Caserta e Portici);
ne iniziò di nuove: Favorita di Palermo, Chiesa di S. Francesco di Paola in Napoli, ecc.
Istituzioni ed iniziative culturali:
nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del Regno e per ambo i sessi, ordinando che nelle case religiose si facesse altrettanto; stabilì altresì un collegio per educare la gioventù in ogni provincia, il tutto senza tasse supplementari;
nel 1779 trasformò la Casa dei Gesuiti di Napoli in un Collegio per nobili giovanetti, detto Ferdinandeo, e diede un Conservatorio per l’istruzione delle orfane povere;
nel 1778 fu creata l’Università di Cattaneo, l’anno seguente quella di Palermo con teatro anatomico, laboratorio chimico e gabinetto fisico;
istituì una sezione astronomica nel Palazzo Reale di Palermo, ove lavorò il Piazzi; un altro osservatorio fondò sulla Torre di San Gaudioso in Napoli;
solo in Sicilia fondò 4 licei, 18 collegi e molte scuole normali;
fondò in Palermo un seminario nautico per l’istruzione di marinai;
istituì una deputazione per sorvegliare tutti i Collegi del Regno;
nel 1778 istituì l’Accademia delle Scienze e delle Belle Arti a Napoli;
aprì una biblioteca a Palermo;
riordinò le tre Università del Regno, creando nuove cattedre: si vide per la prima volta negli ospedali quella di ostetricia e di osservazioni chirurgiche;
scelse come docenti i migliori ingegni, senza badare alle loro opinioni politiche, come Genovesi, Palmieri, Galanti, Troja, Cavalieri, Serrao, Gagliardi, ecc.;
onorò i geni dell’arte musicale, come Cimarosa e Paisiello, che eresse a maestro del Principe ereditario; inoltre somministrò i mezzi a molti giovani artisti per perfezionarsi a Roma;
arricchì il Museo di Napoli e la Biblioteca;
continuò gli scavi di Ercolano e Pompei.
Provvedimenti militari:
Fondò parecchi collegi militari, un’accademia per le armi dotte, riordinò l’esercito;
riordinò la marina, e quando nel 1790 andò a fuoco il vascello Ruggiero in costruzione a Castellammare, i sudditi spontaneamente offrirono al Sovrano una colletta di un milione di ducati per la ricostruzione del vascello;
pubblicò il Codice Penale militare.
Provvedimenti economici:
Fondò la Borsa di Cambio, ed avviò molti nuovi commerci, come la pesca del corallo;
cedette a canone e provvide di ottime leggi il Tavoliere della Puglia, facendo sorgere molte colonie, esentando per 40 anni da molte tasse gli agricoltori che avessero popolato, coltivato e incrementato quelle zone fin’allora abbandonate; fondò a tal proposito Monti frumentari;
diminuì notevolmente le tasse ai cittadini (specie quelle da versare ai baroni), dirette e indirette, come quelle di grascina, degli allogati, del tabacco, de’ pedaggi, ed in alcune province quella della seta.
Provvedimenti civili, sociali e di carità:
popolò le isole di Ustica e Lampedusa, cacciando i barbareschi e costruendo fortezze;
fondò la Cassa per gli orfani militari provvedendola di una rendita di 30.000 ducati annui, per educare i figli dei militari defunti e per la dote delle figlie;
gli albanesi e i greci del Regno furono riuniti in colonie, e fondò seminari e scuole per loro, dando loro anche un luogo per il commercio in Brindisi; inoltre istituì un vescovado di rito greco cattolico;
quando vi fu una colletta popolare in Napoli per il matrimonio del Principe ereditario egli ne accettò solo una piccola parte (70.000 ducati) che versò interamente ai poveri della città;
fece la colonia di San Leucio per la lavorazione della seta seguendo criteri di uguaglianza sociale;
prima della Rivoluzione Francese fu fermo nella difesa delle prerogative statali contro la Chiesa; dopo il 1815 fu più generoso, anche se mantenne sempre la scelta dei vescovi con il Concordato del 1818;
nel 1818 salpò da Napoli la prima nave a vapore italiana, che attraversò il Mediterraneo;
introdusse per magistrati l’obbligo di motivare le sentenze.
Questo è il Re che la “vulgata” storiografica nazionale ha sempre presentato come volgare, ignorante, fanatico e reazionario. Un Re “Lazzarone”, “popolano”; ed infatti il popolo vero fu sempre con lui.

Estratto da:
Il Cardinale Ruffo e le insorgenze filoborboniche

Real Casa di Borbone delle Due Sicilie