domenica 30 dicembre 2012

La Rivoluzione francese e la Repubblica Partenopea ( Parte prima)

La Rivoluzione francese è stato uno degli eventi più importanti della storia dell'uomo che maggiormente hanno costituito oggetto di disquisizioni. Fuor di dubbio, essa s'incubò e vide luce soprattutto per le nuove correnti filosofiche dell'Illuminismo liberale e anticlericale e come tutte le rivoluzioni essa non fu popolare, ma borghese, con ecumenicità, anche del giacobinismo ecclesiastico. Ma poichè si tratta di un avvenimento particolarmente predisposto a coinvolgere giudizi di carattere politico, è stata, per lo più delle volte, fertile terreno di divulgazione ideologica piuttosto che di indagini strettamente scientifiche. Indefinite sono state le interpetrazioni date alla Rivoluzione francese, ma essa, viene configurata, dalla maggior parte degli intellettuali di oggi, come un fenomeno che assimila attuali problematiche esistenziali. Con meditante concentrazione si rifletta, ad esempio, sui principi fondamentali della democrazia, sulla questione dell'uso legittimo o illegittimo della violenza e dei soprusi, sulle forme di organizzazione della società e delle conquiste politiche, sul ruolo degli intellettuali o dei dirigenti politici, sulla questione del partito unico o della repressione, sulla articolata problematica intrinseca al rapporto fra stati e religioni, su tematiche demagogiche e strumentali della divulgazione ideologica o ancor di più la creazione di miti e di simboli: in sostanza una lunga serie di valori o disvalori, nei quali, da duecento anni, intere generazioni, hanno formato e formano la propria coscienza politica.
In Francia, la situazione politica e sociale alla fine del XVIII secolo, si delineava, negativamente più marcata rispetto alle altre realtà statuali d'Europa: l'imposto e profondo divario fra le classi sociali esacerbava, in maniera inquietante, le masse popolari, costituite prevalentemente dal ceto contadino che, tassato all'inverosimile per il sostentamento delle spese rese grevi dall'aristocrazia,  si unì per agire concordemente, nella contestazione, con la piccola e media borghesia. Il sovrano, Luigi XVI, goffo ed incompetente,  conscio della sua incapacità di governare saggiamente, non diede importanza al fenomenale stato di disagio in cui, con implacabile disperazione, il Terzo Stato e il ceto medio fossero costretti a condurre vita, producendo dispendioso disprezzo per gli spropositi dell'aristocrazia. Le entrate del regno, infatti, in quel periodo, venivano impiegate, in maggior misura, più  per l'aiuto devoluto ai bisogni della rivoluzione americana, che lottava per l'indipendenza dall'Inghilterra e alle sfarzose feste di corte che per una regolamentazione dell'economia rientrante nei parametri della normalità. Il 95% delle entrate fiscali proveniva dalla produzione agricola, la quale, essendo sottoposta ad incredibile tassazione e angosciata dalla carestia del 1787, agonizzante cessò di essere forza trainante dell'economia nazionale. In quello stesso anno Jacqus Neker assume la direzione delle Finanze, venendo a conoscenza del grave dissesto finanziario e delle concomitanti cause, arditamente, l'anno successivo pubblica il "Compte Rendu", dove rivela la drammaticità della situazione economica. le spesse folli e gli inamissibili sprechi della corte: per questa onesta e responsabile divulgazione venne destituito dall'incarico. Dalla sua bilanciata ed analitica ricerca dedusse che: dei 503 milioni di lire in entrata allo Stato, ben 629 costituivano la spesa, includendo nella stessa 38 milioni per feste e pensioni ai cortigiani.
La situazione divenne insostenibile e nessuno, ad esclusione del Neker, esonerato, pare abbia avuto la volontà di porre rimedio alla dilatazione della abissale voragine volontariamente provocata.
Come assunto in precedenza, le cause originanti la Rivoluzione Francese, debbono, oltre che, da attribuirsi al malcontento del terzo Stato, in buona porzione anche alle esigenze di comodo della borghesia e ai nascenti concetti di Razionalismo, Contrattualismo ed Egualitarismo dell'autoctono Illuminismo.
Il 1789 è stato l'anno dei grandi sconvolgimenti sia per i francesi che per il resto della civiltà europea: il 14 luglio ci fu la presa della Bastiglia e un mese dopo con la "Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e dei Cittadini", venivano aboliti i diritti feudali, le classi sociali, più tardi la schiavitù nelle colonie e tutto ciò che ostava i principii dell'esistenzialità dell'uomo. Prescindendo dai personaggi che, da attori o comparse, si distinsero negli eventi rivoluzionari, è necessario dissertare di storiografia moderata, reazionaria, radicale, marxista, anarchica, senza la remora di confondere la politica con l'indagine scientifica. Con ispirito, non malcelato e con dovuta meditazione, fra le plurilaterali asserzioni di carattere ideologico, si è giunti unanimemente alla giusta risoluzione che, la Rivoluzione Francese, da sola o assieme ad altre rivoluzioni ad essa contemporanee, sia con i successi che con le negatività, ha, con stile carismatico, introdotto nuovi ed irreversibili elementi nella storia della civiltà europea occidentale. Oggetto di discussione potrebbe essere considerata, come proiezione prospettica, se le novità da essa introdotte, costituiscano contrasto con il passato dell'ancien règime oppure una accelerazione di processi avviati da tempo. Inconfutabile è che essa, con le sue produzioni, diede all'uomo, nella storia, la dignità dovutagli.
Negli anni successivi, la Francia rivoluzionaria, acquistò la simpatia, in quasi tutta Europa, di molti intellettuali e di una considerevole frangia delle classi popolari e di tutti coloro che speravano nella solenne dichiarazione del 1792, dove la nazione d'oltralpe si rese patrocinante d tutte le genti in lotta contro la tirannia. In Italia questa sorta di deferenza per i francesi in rivoluzione si era diffusa soprattutto negli ambienti borghesi, nel clero meno bigotto e più erudito ed anche in una ristretta cerchia dell'aristocrazia e, in alcune aree, anche se in maniera confusa, fra le masse contadine-popolari.
Il motto rivoluzionario della libertà, della uguaglianza, della fraternità, attraverso circoli e organizzazioni, diede vita, in poco tempo, a quel fenomeno definito giacobinismo italiano.
Con le campagne napoleoniche, la Francia, intensifica, a livello internazionale, una politica di organizzazione delle repubbliche sorelle: nel 1796 nascono la Repubblica Cisalpina e la Traspadana, nel 1797 la Elvetica e quella Ligure e nel 1798 la Romana.

venerdì 21 dicembre 2012

Il profumo del pane: buka

( di Pietro Napoletano)

Foto di Francesco Lofrano  ( Ngiku ka Ferma)
Il pane rappresenta da sempre l'alimento per eccellenza, il simbolo del cibo.
Non a caso, nella più bella ed autorevole preghiera cristiana s'invoca a Dio " il pane quotidiano", mentre nella Genesi (3,19),  si dice: "col sudore della tua fronte mangerai pane", quasi per sottolineare l'indispensabilità di questo alimento primario, che fu di uso comune presso i popoli più antichi, e specialmente presso gli Egizi, i Greci, i Romani. Ora sono rimasti in pochi a fare il pane in casa, perchè riesce più facile acquistare quello che si trova abbondantemente in commercio, ma al tempo della mia fanciullezza,il pane, almeno nei paesi, lo facevano tutti in casa. E m'è rimasto un ricordo nitido del rituale che si ripeteva puntualmente, due o tre volte al mese. Qualche giorno prima, mia madre preparava le bianche tovaglie, puliva il grano e lo portava a macinare, mentre mio padre preparava la necessaria legna, ben secca. La sera prima, mia madre lavava la madia ( magijen), cerneva la farina, si procurava il lievito ( brumit),e approntava le coperte che dovevano tenere al caldo i pani durante la lievitazione.
Il lievito era costituito da una porzione di farina di frumento inacidita, che si mescolava alla massa della pasta perchè ne provocasse la fermentazione. E lo si passava in prestito, da una famiglia all'altra, perchè venisse continuamente rinnovato, in modo da averlo sempre fresco.
La mattina, mia madre si alzava presto, sempre prima dell'alba, per procedere all'impasto. Ricordo che mi alzavo anche io, spesso, per assistere a quell'affascinante operazione, ed ho ancora nelle orecchie il rumore soffocato prodotto dal reiterato rigurgito dell'acqua nella pasta, ad ogni affondar di pugno:"Clòppete, clòppete, clòppete"! ogni tanto mia madre aggiungeva una tazza di acqua calda e continuava ad affonadare ritmicamente i suoi pugni nella pasta gommosa: "clòppete, clòppete, clòèppete"!
Non so precisamente quanto durasse quell'operazione. Un'ora all'incirca. Per me era uno spettacolo fantasioso e interminabile. Poi mia madre esmaninava soddisfatta l'operato, tracciava sulla pasta tre segni di croce col raschiatoio di ferro, e lo copriva, prima con una bianca tovaglia e poi con alcune coperte.
Dopo circa un'ora, o anche di pù, se faceva freddo, andava ad accendere il forno, calcolando che fosse pronto, quando terminava il processo di fermentazione. Allora iniziava la panificazione. Ed era vago spettacolo assistere a quella fase di lavorazione. Spargeva sullaspianatoia della madia una manciata di farina, poi staccava dalla massa pastosa dei pezzi sempre uguali, li schiacciava, li riappallottolava e li deponeva, in fila, su una bianca tovaglia stesa su un grande tavolo. In ultimo preparava le focacce: tonde, schiacciate,con o senza buco al centro, a seconda se dovevano rimanere focacce oppure se dovevano poi elaborate a pizze col pomodoro, con olio, pepe e origano, con sarde o verdure cotte.
Ci voleva un'abilità particolare, per capire quando il forno raggiungeva la giusta grfadazione di calore, necessaria per una buona cottura. Ed io ricordo che mia madre scrutava con competenza la volta del forno, frangeva e spargeva la brace con una lunga verga di ferro, vi infilava per qualche attimo il braccio nudo, e spesso ripassava il piano ammattonato con uno scopone di cenci bagnati, avendo notato che era eccessivamente caldo. Poi con le lunghe pale di legno, incominciava ad infornare, prima le focacce e le pizza, e finalmente il pane. Ogni tanto toglieva la chiudenda di ferro, per assicurarsi che la cottura procedesse bene, e soltanto quando constatava che i grossi pani si andavano gonfiando e indorando nella giusta misura, si tranquillizzava, sorrideva, si asciugava il sudore e finalmente si sedeva, concedendosi qualche minuto di meritato riposo. Io ero sempre lì, vicino a mia madre. E un pezzo di focaccia calda, condita con olio e sale, era una cosa appetitosa, quasi una leccornia, che non tralasciavo mai di sbocconcellare, mentre tutt'intorno si spandeva la delicata fragranza del pane.


 

venerdì 14 dicembre 2012

Losërat dhe lodrat në traditën popollore të Fermës

(a cura di Ambrogio Bellizzi)



Nel corso dell'anno scolastico 2011/2012 gli alunni della Scuola Primaria di Firmo hanno partecipato alla realizzazione del progetto R.U.G.A. (Ringjallja Udhesuese Gjuhes Arbereshe - Rinascita pianificata della lingua Arbereshe) per lo studio e la valorizzazione della storia, della cultura e delle tradizioni della  minoranza linguistica: la Lingua Arbereshe.
Il progetto è stato finanziaro dal MIUR con i fondi della legge 15 Dicembre 1999, N°482, art.5 ed è stato realizzato in rete con gli Istituti Comprensivi "E. Koliqi" di Frascineto e "G. Pascoli" di Villapiana.
"ll nostro Istituto ha inteso, così, dare continuità alle attività di insegnamento della lingua arbereshe, già avviate con successo negli anni precedenti, al fine di perservare la stessa dai pericoli di una società globalizzata e globalizzante nella quale si impongono idiomi e modelli ad essi correlati, che mettono in grave pericolo aspetti relativi all'identità degli appartenenti alla minoranza linguistica"  sottolinea il Dirigente Scolastico Prof. G. B. Di Marco.
Come tutti sanno, i nonni hanno una grande importanza nella nostra vita. Infatti, dopo i genitori, sono le figuri più presenti e assumono un aspetto carismatico legato alla loro disponibiltà, alla serenità e alla tranquillità che trasmettono.
Le nonne e i nonni sono importanti anche perchè rappresentano le radici vive della nostra vita, della nostra cultura, della nostra lingua, per questo il Preside ha voluto che la scuola realizzasse un progetto nel quale, attraverso l'opera dei nonni, si educasse l'alunno a conoscere il passato per comprendere meglio il presente e organizzare il proprio futuro.
Questi due percorsi didattici spesso si intrecciavano e quindi abbiamo deciso di farli camminare insieme. Abbiamo scelto in particolare di conoscere la nostra storia, dei nostri nonni e attraverso loro quella della nostra comunità.

Il gioco stimola l'inventiva, la curiosità, l'ingegno, la manualità, la creatività; abitua alla competizione, alla riflessione, al rispetto delle regole; contribuisce a formare la mente e potenzia le ablità fisiche e motorie; inoltre rappresenta un vero e proprio allenamento che il bambino compie inconsapevolmente per avvicinarsi ed addattarsi alla società degli adulti.
Nei tempi passati, il gioco era di tipo creativo, collettivo, di alto valore sociale. Infatti, i nostri nonni stavano sempre in compagnia in mezzo alla strada, ka gijtonia, ka ruga, nei vicoli del paese, nei campi, dalla mattina alla sera.
La gijtonia e la ruga rappresentavano la prosecuzione naturale dell'ambiente domestico , spesso povero ed angusto; erano il luogo ideale, soprattutto nelle belle giornate primaverili ed estive, alla vita comunitaria degli adulti e dei bambini. Erano questi i luoghi di incontro privilegiati, teatro dei giochi infantili di un tempo, dove ragazzini e ragazzine vocianti e gioiosi si confrontavano in giochi collettivi; erano il laboratorio deputato alla realizzazione di nuovi giocattoli ricavati con mezzi di fortuna e costruiti spesso in modo rozzo e poco resistenti. Infatti, il più delle volte, erano i bambini stessi, spesso assieme agli adulti, che dovevano costruire i loro giocattoli: piruçet, karroçulli, paluni (pallone costruito con gli stracci), frexi (la fionda), con materiali che riuscivano a reperire in casa o fuori.
Abbiamo scoperto come con semplici mezzi, parole, suoni e immagini, si divertivano i nostri nonni e i nostri genitori; apprezzato la bellezza e la semplicità dei giochi di una volta, sperimentandoli direttamente con grande divertimento di tutti. Grazie a loro abbiamo riscoperto il valore e l'autenticità del gioco e del giocare, divenendo coscienti dell'importanza dello stare insieme, acquisendo la consapevolezza dell'attività ludica, intesa come coinvolgimento di tutte le attitudini psico - fisiche della persona.
Pensiamo che la scuola dovrebbe promuovere progetti di studio sui giochi, sul modo di divertirsi, di vivere e di lavorare di una volta; non come ricerca episodica e fine a se stessa, ma come importante scelta didattica per la formazione delle giovani generazioni. Queste ricerche hanno avuto, nel corso dell'anno, un valore etno-antropologico, non certo marginale per lo studio e la conoscenza delle tradizioni, della cultura e della storia locale.
A conclusione dell'intero percorso, lo studio effettuato, ha reso possibile la realizzazione di una serie di lavori e manufatti di alcuni giocattoli e la stesura del presente testo, a memoria e testimonianza delle attività svolte.
  
Ambrogio Bellizzi
Docente Referente del Progetto 

martedì 11 dicembre 2012

Sirku: il baco da seta

(di Pietro Napoletano ) 
 

Quando avevo otto anni la mia curiosità di bambino venne in contatto con la bachicoltura (sirku). E fu anche l'ultima volta che vidi mia madre impegnata in quel lavoro, pare che mia nonna, che io non ho mai conosciuto, fosse una " maestra nell'arte della bachicoltura, e mia madre ne aveva appreso i segreti del miestere.

Baco da steta (Sirku)
La gelsicoltura - mi raccontava mia madre - era molto fiorente nel secolo scorso e gran parte del territorio intorno al paese era coltivata a gelsi (men), gelseti puri o a coltivazione promiscua. Anche noi avevamo due tomolate di gelseto, che poi tuo padre ha tagliato.
E perchè l'ha tagliato? - chiesi con malcelato interesse, dato che dei piccoli frutti (korronxeze), sia bianchi che neri, ne ero ghiotto.
-Perchè ormai la bachicoltura è in crisi - mi rispose, con un velo di rammarico negli occhi luminosi e chiari - e nessuno viene più a comprare i bozzoli (kukulet). I gelseti sono stati quasi tutti tagliati. Sono rimaste delle piante soltanto lungo i confini dei campi, soprattutto per i frutti.
"Menariqi", un piccolo gelso rachitico che sorgeva lungo il ciglio della strada detta "la Variante", ora via Cavour, rappresentava un punto di riferimento dove i ragazzi si davano appuntamento per i loro giochi: "Shihemi ka menariqi".
Anche se praticato in modo rudimentale, quello della bachicoltura era stato, fino agli anni Venti, uno dei più fiorenti e redditizi settori dell'economia locale che garantiva alla gente un sicuro introito in denaro liquido, ma sul finire degli anni Trenta, ebbe la sua scomparsa quasi definitiva. Nell'immediato dopoguerra qualcuno praticò ancora la bachicoltura, ma finalizzata soltanto alla produzione di seta (sitadhoprit) per il fabbisogno personale o familiare.
L'allevamento del filugello (Krymbi mendafshit) comprendeva varie fasi e richiedeva molta cura e perizia. Il seme si acquistava, ma si produceva anche localmente. L'incubazione delle uova, che durava circa diciotto giorni, doveva avvenire in luogo caldo, di modo che venisse garantita una tempertura uniforme intorno ai venti gradi, perciò si preferiva sistemarle vicino al caminetto ( vatra) o nella stalla, tra la paglia. Allo schiudersi delle uova, i piccoli vermi venivano posti in ceste di paglia (kufe) e alimentati con foglie di gelso tagliuzzate minutamente.

Pianta di Gelso
Man mano che crescevano, poi, venivano sistemati su rudimentali cannicci (kanicolle) e nutriti (tagjisur) con abbondante fogliame fresco di gelso. Chi non disponeva di magazzini (katoqe) o stalla, riduceva tutta la casa a bigatteria. Il periodo larvale durava circa trenta giorni e si svolgeva nel mese di giugno; la sbozzolatura, ovvero l'uscita delle farfalle dai bozzoli, avveniva ai primi di luglio.
I bozzoli venivano accuratamente selezionati e, prima della sbozzolatura, quelli di migliore qualità venivano venduti, mentre lo scarto era destinato alla trattura domestica.
Per la vendita esisteva la figura del mediatore, o sensale,  che acquistava per conto di un commerciante che arrivava solo a fine campagna, quando era pronto tutto il carico di bozzoli.
La mia memoria focalizza in modo particolare il giorno della trattura; c'erano mia madre, mia zia, donna C., una vecchietta molto cordiale e particolarmente disponibile a rispondere alle mie continue domande, ed alcune ragazze del vicinato (gjitonia venute a curiosare.
La trattura è l'operazione di svolgimento dal bozzolo del filo di cui è formato ed il conseguente suo avvolgimento in matasse.
C'era sul fuoco una grossa caldaia di rame (halkome) dove, poco prima che l'acqua iniziasse a bollire, venivano immersi i bozzoli. Perchè il soffocamento della crisalide avveniva per immersione nell'acqua bollente.
Per rinvenire i capi dalle bave, mia madre soffregava la massa dei bozzoli mediante una piccola ramazza, poi acchiappava i fili e li faceva passare attraverso i buchi di una grossa schiumarola di rame, precedentemente attaccata ad una sedia, di modo che venisse a trovarsi alla stessa altezza della caldaia, così il filato si amalgamava e diventava più omogeneo ed uniforme. Intanto, con movimento lento e ritmato, donna C. o qualche altra delle persone presenti, girava l'aspo intorno al quale si avvolgeva il filato in una grossa matassa. Durante il tiraggio, mia madre, con abile movimento delle dita, cercava di eliminare delicatamente nodi e garbugli.
Il filato di seta (mendafshi) era di colore giallastro e, successivamente, prima della lavorazione - mi spiegò donna C. - veniva sottoposto a candeggio per renderlo più morbido e più bianco, ed eventualmente a tintura.
Fu in quell'occasione che arricchii il mio lessico concernente sia "sirkun"( il baco da seta) che argali (il telaio): il vocabolo "kukule" indicava sia il bozzolo sia il cascame di seta, ovvero il prodotto meno pregiato; " palaçe e kukulte" era una coperta di seta grezza; la seta di prima qualità aveva ormai perso il vocabolo appropriato, " mendafsh" (stolì mendafshi = vestiti di seta), e veniva chiamata "sitadhopir"; la stoffa grezza di cotone era detta " pilhure"; la rascia, un grossolano tessuto di lana, era chiamata " follondine".
Donna C. mi invitò poi a casa sua e mi fece vedere il telaio (argalia), il naspo (tiligadhi), l'arcolaio (anemi), la girella (qertulla), la navetta (zhgjeteza), il subbio (shuli), il pettine invergatore (cungrana), la matassa  (alisidja ), il fuso (boshti). E sempre parlando con donna C. appresi il verbo " yenj", (tessere) ed il vocabolo " skamengje" (batufolo di cotone).

Estratto da " Il volto della memoria" Pietro Napoletano, edizioni il Coscile, 1995.
Foto diGiardinaggio.efiori.com;
Laboratorioantispecista.org













 
 
 

lunedì 10 dicembre 2012

L' Eparchia degli Italo Albanesi dell'Italia continentale celebra il Centenario dell'Indipendenza dell'Albania




In occasione della Festa  di San Nicola di Myra, patrono di Lungro e dell'Eparchia degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale, Sua Eccellenza, l'Eparca Donato Oliverio, ha voluto ricordare il primo centenario dell'Indipendenza  dell'Abania.
L'Eparca ha voluto ricordare che il popolo Italo Albanese è sempre rimasto legato alla madre patria, soprattutto per il legame linguistico che per il Rito Bizantino degli antichi Padri. Questa forma di fedeltà - ha continuato Mons. Oliverio - è stata premiata con la istituzione, nel 1919, voluta da Papa BenedettoXV, dell'Eparchia degli Italo Albanesi a Lungro. Infine è stato ricordato il compianto Mons. Giovanni Stamati, che nel 1968 ha introdotto nella Divina Liturgia Bizantina di San Giovanni Crisostomo la lingua Albanese, che tutt'oggi, nei paesi che formano l'Eparchia,  viene cantata a Gloria di Dio. Noi siamo fiduciosi- ha concluso - che sacerdoti, laici e giovani possano oggi recarsi in Albania,  come studiosi, per meglio conoscere la lingua e la letteratura del posto, in maniera tale che la Nostra Arberia possa vivere e nel contempo rinascere.

lunedì 3 dicembre 2012

La religione dei Pelasgi è viva in Albania


domenica 2 dicembre 2012

Finja: il bucato

(di Pietro Napoletano)

 
Era uno dei mestieri esercitati abitualmente in ogni casa, con frequenza quindicinnale o, al massimo, mensile, ma tra i meno graditi, che neppure nel ricordo conserva alcunchè di poetico. Il bucato (finja), infatti, veniva fatto per necessità, più che per piacere,  ed era una operazione collettiva a cui partecipavano più persone, consistente nella lavatura della biancheria mediante un processo di lisciviazione. L'attrezzo più caratteristico era la "skorca" (scorza), un rustico corbello rottondo ottenuto intrecciando fasci di rami di ginestra, sul cui piatto fondo veniva lasciato un grosso foro per lo scolo dell'acqua.
Chi poteva permetterselo, chiamava in aiuto, soprattutto per il risciacquo, che veniva eseguito al fiume. C'erano, a tal fine, tante donne che lo facevano a pagamento, portandone sulle mani evidenti segni, perchè il ranno iiruvidisce la pelle e la screpola.
 Il giorno prima si metteva a bagno la biancheria nell'acqua saponata. I panni con lo sporco più resistente venivano insaponati abbondantemente e trattati con il battitoio, (me kopanin). Venivano poi sistemati a strati nella " skorca", avendo cura di non andare oltre i quindici, venti centimetri dall'orlo, dopo di che vi si stendeva sopra la "shtruamja" , un rozzo panno che faceva da filtro al ranno, proteggendo la biancheria da possibili danneggiamenti. Si preparava quindi la cenere. Ricordo che mia madre la cerneva con un vecchio setaccio adibito appositamente a tale uso. La si scioglieva in una grossa caldaia piena d'acqua, rimestando con un bastone, e si attizzava il fuoco, aspettando che arrivasse ad ebolllizione. Era così pronta la liscivia che, presa con un mestolone, veniva cersata nella "skorca", sopra la "shtruamja" che tratteneva l'impasto melmoso di cenere, facendo filtrare soltanto il ranno bollente che agiva come efficace detergente sui panni.
La mattina seguente, poi, sollevata "shtruamja", con la poltiglia di cenere, si traeva la biancheria che aveva bisogno di essere risciacquata in abbondante acqua. E questa operazione, in mancanza di grosse vasche, in genere, veniva compiuta al fiume. Mia madre, per tale servigio, chiamava sempre due sorelle, di cui aveva molta fiducia. " Perchè -diceva- la biancheria delicata deve essere risciacquata molte volte e con cura, altrimenti si può macchiare, strappare, o vi resta la puzza della liscivia".
Le donne avvolgevano tutta la biancheria in un involucro di tela, se la caricavano sulle spalle, legandola con una corda (me telin), e la portavano al fiume distante circa un chilometro dal paese.
Il posto preferito per le lavandaie era in un tratto in pianura, vicino a un ponticello, ove la fiumara si allargava e l'acqua scorreva con minore  impeto, insinuandosi lentamente nell'ampia ansa cosparsa di grossi macigni levigati dall'uso. Ognuna di quelle lavandaie, frequentatrici abituali, aveva il suo posto, ad una certa distanza l'una dall'altra, per non intralciarsi; e immergendosi fino al ginocchio, avevano l'opportunità di sciacquare e risciacquare la biancheria, specie le lenzuola. Al fine di liberare i panni da qualche macchia residua o dall'alone della liscivia, li sfregavano sulla pietra o su un asse di legno con scannalature (derraza) con movimento verticale in su e in giù, per poi risciacquarli, strizzarli e sciorinarli al sole, sopra cespugli di ginestra, di luzule o di lentisco, mentre l'acqua continuava a scorrere, portando seco crucci ed affanni, sudori e ranno.



foto di: gozlinusvalva. wordpress.com;
             www.sanmarcoinlamis.org




sabato 1 dicembre 2012

Poçia

( di Pietro Napoletano)


Da novembre a maggio, questo benemerito utensile di terracotta a forma cilindrica, dalla pancia arrotondata, non mancava mai al focolare. E il suo caratteristico brontolìo prodotto dal gorgoglìo dell'acqua in ebollizione che trascinava i fagioli o i ceci in un vorticoso saliscendi, faceva parte della colonna sonora del viver quotidiano intorno al focolare. No la si poteva lasciare sola perchè c'era il rischio di vederla crepare per mancanza d'acqua, e la mamma, sacra vestale addetta al culto della pignatta, attizzava il fuoco, aggiungeva l'acqua, metteva il coperchio per accelerare l'ebollizione, la schiumava, la scaricava debitamente, se si accorgeva che era troppo piena. Le riservava, insomma, particolare premurosa attenzione e, se proprio era costretta ad allontanarsi, non  mancava di raccomandare a qualcuno di stare attento alla pignatta.
Ve ne erano di diverse dimensioni: grosse, medie piccole, piccolissime, da usare a seconda delle necessità. Le più grosse venivano impiegate in particolari occasioni, per cuocere la carne per il brodo (vi si conteneva una gallina intera), o semplicemente per avere sempre pronta l'acua calda; le medie e le piccole, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, erano adibite alla cottura dei fagioli, dei ceci, lenticchie, cicerchie; le piccolissime venivano usate per preparare l'infuso di camomilla ( peçorriqe hamumilit).
Anche oggigiorno, laddove è ancora d'uso il focolare, non è raro trovare la pignatta accanto al fuoco. Ma la sua presenza ha una funzione diversa. Oggi esaudisce un desiderio, contribuisce alla realizzazione di una variante culinaria, partecipa alla riscoperta di antichi sapori. Ieri, invece, era un punto di riferimento, una colonna portante dell'alimentazione, tanto da rappresentare il simbolo di un'epoca.
La prima colazione costituiva un momento particolarmente piacevole, perchè le ali della fantasia delle nostre madri riuscivano a diradare le ombre della miseria e avevano il merito di elevare a rango di leccornia umili cibi e intingoli d'occasione.
E chi, tra quelli della mia generazione, può dire di non avere più volte gustato il prelibato sapore della pasta fatta in casa ( shtridela, tumac, strangula, rrashekatjel), riscaldata il mattino seguente? Ma il piatto più caratteristico e ricorrente della nostra prima colazione era la colatura della pignatta.
Io detestavo i borlotti, varietà di fagioli rossi e tondi, i "fagioli dellocchio ( fasullelet), piccoli e rosei, dall'ilo nero, non gradivo ceci e lenticchie, perchè non si prestavano alla colatura, in quanto la loro brodaglia nera era disgustosa. Andavo invece in solluchero alla vista della pignatta con i bei fagioli tondi e appetitosi.
Si mettevano in un piatto fondo o in una scodella pezzeti di pane raffermo e, quando la pignata aveva concluso la prima bollitura, vi si versava il suo brodo, si insaporiva con olio, sale e pepe rosso e, con l'immancabile condimento dell'appetito, rappresentava,quel piatto un manicaretto squisito, prelibato, di cui ancora m'è grato il ricordo.
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Foto di Francesco Fusca Tempesta

mercoledì 14 novembre 2012


Fondi destinati alla cultura arbëreshe gestiti e incautamente spesi da personaggi senza scrupoli.
 
Essere ripetitivo, con sintagmi discontinui, molte volte, può far sembrare che, il latore riservi odi di carattere personale nei confronti del ricevente. Chi vuol mettere in rilievo tale indebita sembianza, in questa circostanza, è complice di una viziata realtà abbarbicata sul malcostume e sdegnante latrocinio.

La legge 482/99, ideata e fatta promulgare da “Arbëreshe” veraci, in questi ultimi tempi, in cui imperversante si manifesta la crisi economica, è divenuta “ folè me vet të arta” (nido con le uova d’oro), per una squallida categoria di persone (anche non arbëreshe).

E’ turpe e immorale che, persone in pensione (e che pensione!) si rendano paladine della Nostra Cultura solo per il fatto che ad apparecchiare il tutto sia il dio denaro. Turpe è anche il fatto che tali pirati abbiano inculcato ai propri figli la tesi che essere e parlare arbëreshe è, in maniera netta, controproducente.

La vigliaccheria di tali individui è così palese da indurli a manifestare, in maniera “sgradevole,” il Nostro Essere, fuori dalle mura di cinta…ribadisco è necessario che la legge 482/ 99 venga al più presto abrogata….gli Arbëreshe nell’Arberia!!!

 (Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

venerdì 6 luglio 2012

Un po’ di chiarezza…… in cronaca, e un po’ di polemica. Di Alessandro Rennis


Consacrazione Eparchiale di S. E. Donato Oliverio. Lungro 1° luglio 2012 

  • Domenica primo luglio 2012, la diocesi greco-bizantina di Lungro avrebbe dovuto vivere la pagina più bella del suo modo di essere: perla di fede cattolica, certo, ma – soprattutto, direi – custode di quel rito, per la sopravvivenza del quale i nostri papàdes di ieri hanno combattuto tenacemente, fino a dare una svolta alla storia dei rapporti con Roma papalina e latineggiante, non sempre benevola con noi nel corso dei secoli. Dico, avrebbe dovuto vivere, ma così non è stato: e mi spiego. La gioia di accompagnare un proprio figlio ai piedi dell’altare di Dio, perché ricevesse la consacrazione ad Eparca, ha coinvolto tutti noi Lungresi, in un crescendo di emozioni indistinte ma profonde, fraternamente confuse in un ingorgo di analoghe sensazioni, vissute insieme ai tanti diocesani riversatisi a Lungro per la straordinaria occasione: stupenda manifestazione di un credo, da esercitare nella singolarità del nostro rito greco, ma anche opportuno momento per esprimere sostegno e stima al carissimo papàs Donato Oliverio, finalmente consacrato ad Eccellenza, secondo le nostre attese e secondo i di lui meriti. Ma per la circostanza, il nostro rito greco-bizantino, il vescovo di Piana degli Albanesi (Sua Eccellenza Rev.ma Sotìr Ferrara), l’Archimandrita del Monastero di Grottaferrata (Sua Eccellenza Rev.ma Emiliano Fabbricatore) e i nostri reverendi papàdes hanno subìto una vera e propria condizione di marginalità nell’ambito di un evento che – come dicevo – sarebbe dovuto essere - così come in effetti è - l’espressione massima della nostra identità sul piano liturgico e su quello storico: atteso che di tutta la cerimonia resterà, quale documento visivo e sonoro, solo ciò che la TV – tra tante difficoltà ed incertezze – è riuscita a mandare in onda. Già all’uscita del corteo clericale dalla curia vescovile, mi sono visto soffocato da un mare di guglie biancastre latine, montate su generose rotondità da circolo polare, mentre i nostri esponenti del clero, in paziente e compunto raccoglimento, venivano sballottati in modo indistinto tra la folla di curiosi: reduci riservisti di battaglie dimenticate anche dalla storia! - E che ci fanno tanti esponenti di rito latino in una cerimonia in cui il rito greco si dovrebbe concretizzare e manifestare nel suo massimo momento di splendore? Ecco, forse son qui solamente per testimoniare una convinta riverenza al nuovo Vescovo di Lungro - mi son detto. Pazienza! “Tirém innànz !!! “. Autoritario ma commovente il dialogo di fede tra il primo Vescovo consacrante , Ecc. Rev.ma Ercole Lupinacci , e il Rev.mo archimandrita candidato alla Chirotonia, papàs Donato Oliverio. La testimonianza di fede da questi confermata, in un’atmosfera di intensa spiritualità, mi ha fatto levare gli occhi verso quel credo immortalato nell’ampia fascia architettonica che lega le navate della nostra Cattedrale, e mi ha fatto rivivere i brividi di un tempo, allorché il Vescovo di Lungro, il suo clero ed il suo popolo, nelle solennità dell’anno liturgico, si ritrovavano insieme a cantare le lodi all’Eterno, con le voci dei nostri avi e secondo il mistico decoro del nostro rito, che è forte nei suoi valori simbolici e robusto nella coscienza collettiva: Pistévo is èna Theòn…..omologò en vàptisma is àfesin amartiòn……prosdokò anàstasin necròn ke zoìn tu méllondos eònos ! Violenti tagli di luce solare, frammisti alla luce di sfavillanti lampade di cattedrale in festa, all’improvviso mi sono apparsi miracolosamente legati a quella, più tenue e balbettante, dei mille ceri in preghiera, idealmente abbracciati in offerta orante verso l’imponenza del Pantocrator , che nella ieraticità del gesto codificato nelle icone bizantine, pareva accogliere con paterna gratitudine la voce del suo Servo, elevata in alto tra nugoli di incenso di mirto. Ma al momento della consacrazione episcopale, con mia somma iniziale sorpresa soffocata da immediato sdegno, ho visto, tra i tre consacranti, due vescovi di rito latino: il loro nome non interessa, perché non è in discussione la loro persona; è in discussione la funzione loro affidata, che mi è parsa subito impropria, inopportuna e assolutamente fuori contesto. E perché mai dare compiti istituzionali a due vescovi di rito latino in una cerimonia che avrebbe dovuto sigillare il trionfo della nostra Chiesa Greco-Bizantina, nella sua autonoma, distinta ed esaltante unicità di rito.? Ed i nostri papàdes? Eccoli, defilati in mortificato atteggiamento di immeritata sudditanza verso interpreti del tutto estranei al mondo greco-bizantino: rari punti di aureo colore d’oriente, tra una selva di ogive semoventi! E il Vescovo di Piana degli Albanesi, Ecc.za Rev.ma Sotìr Ferrara? E’ rimasto, per tutto il tempo, relegato in un angolo della Cattedrale e, da acutissimo studioso di musica bizantina, soltanto coinvolto, forse, nel discorso musicale, interpretato – nella circostanza - con rara perizia dal nostro coro. Già sento i maestrini di teologia applicata ricordarmi che non è importante la forma rituale con cui si manifesta la fede, ma è importante l’essenza del credo; Dio è uguale per tutti, greci o latini che si voglia; la fede viene prima di ogni altra considerazione ecc… ecc… ecc… !
Bene: ed allora lasciamo nel dimenticatoio definitivo tutti i nostri discorsi sul rito greco-bizantino, sulla nostra Eparchia, sulla funzione del nostro Eparca nel corpo vivo della Chiesa; consideriamo tutto il nostro patrimonio un puro e secondario accidente a fronte della sostanza; lasciamo al folklorismo turistico tutto ciò che ci distingue nella nostra singolarità. Mi si potrebbe perfino obiettare che tanti altri aspetti latineggianti si accompagnano tuttora nella pietà popolare accanto al nostro rito o con questo intrecciato: certo! Ma ciò non può consentire che si dia la stura ad un qualunquismo onnicomprensivo in fatto di rito; anzi, a nostra salvaguardia, è necessario correggere in tempo ogni licenza alla latinità, incominciando a cancellare dai manifesti e dai volantini di augurio il titolo di “monsignore” all’ Eccellentissimo Eparca Donato Oliverio; ed a maggior ragione il “don” Donato Oliverio, che stona anche per intima cacofonia. Ed auspicherei che analoga pulizia si faccia, fin da subito, anche nei tanti siti internet: giusto per far capire a chi legge cosa veramente noi siamo, nella nostra autenticità spirituale di credo e di rito. Un augurio al neo Eparca Ecc.za Rev.ma Donato Oliverio per un apostolato ricco di copiosi frutti spirituali per tutta la nostra Diocesi, ma anche un personale abbraccio congiunto a riverente bacio della mano, secondo il nostro rito. Un ringraziamento ed un deferente saluto al Vescovo uscente, Ecc.za Rev.ma Ercole Lupinacci, per il suo intenso lavoro di comunione col mondo d’Oriente. Un saluto a tutti i Vescovi latini ed a tutti i sacerdoti di rito latino presenti alla cerimonia, nella speranza che da oggi esercitino la loro missione, sì, ma nelle loro chiese latine. Un grazie, convinto perché meritato, a tutti i componenti il corpo della Protezione Civile e a tutti i volontari, che a vario titolo hanno fatto miracoli affinché la macchina organizzativa garantisse a tutti l’opportunità di seguire la cerimonia religiosa. Ecco tutto. So bene che da oggi passo ufficialmente nella lista degli integralisti, degli imperdonabili talebani, impegnato nella difesa della nostra identità; spero di non essere in solitudine; anzi, sono convinto di fare proseliti su simili temi.

domenica 17 giugno 2012

Agesilao Milano e l'attentato a Ferdinando II di Borbone



Uno degli enigmi che la Storia Risorgimentale ci prospetta, neglettamente non propalato da molti studiosi contemporanei,  è quello del fallito attentato alla vita di Ferdinando II di Borbone.
Riguardo tale avvenimento molte sono state le dissertazioni che,  a volte, sono risultate, con artificiose appendici, oggetto di incoerenza e subdolo contrasto.
Le idee di democrazia, socialismo e anarchia non preconcetta, fermentavano, agli inizi del XIX secolo, nel calderone deli Italo Abanesi, che posto sul focolaio del San Adriano, nel suo convulso ribollire, emise inquiete ed eroiche sostanze.
Autorevoli sono state le cosiderazioni, riguardo il caso, di storici come il De Cesare e il Capecelatro, ma poco loro hanno colto sulle origini delle cause concomitanti le attività esternate.
Durante e dopo la restaurazione borbonica, la borghesia terriera Arbereshe si era adeguata alla politica protezionistica del Regno delle due Sicilie divenendo "movimento", ma cospirava con la classe degli intellettuali. Aderirono, come registi dietro le quinte, ai moti del '20, '21 e del '44, ma quando Ferdinando II ricusò la Costituzione del '48 e Carlo Alberto mantenne lo Statuto, la natura del "movimento" divenne sovversiva. Da questo stato di insopportazione la reazione dei "liberisti" divenne pericolosa e caotica. La famiglia Milano era integralmente liberista.
Chi era Agesilao Milano?
Nacque il 14 luglio del 1830 nel villaggio di origini albanesi di San Benedetto Ullano, culla dei Rodotà, da famiglia di possidenti terrieri da parte della madre. Entrò giovinetto nel Collegio Italo Greco Albanese di San Adriano dove strinse fraterna amicizia co Attanasio Dramis di San Giorgio Albanese e Antonio Nocito di Spezzano Albanese. Qualche anno più tardi fu espulso dallo stesso Collegio per cattiva condotta. Nel 1848 partecipò ai moti calabresi, dove grande fu la rappresentanza ed il valore degli Italo Albanesi. Resosi colpevole per quei fatti venne amnistiato nel 1852. Nell'agosto del 1855 venne sottoposto, unitamente ai fratelli Giuseppe e Francesco Marchianò, anch'essi Italo Albanesi, a procedimento penale, per attività diretta a sovvertire l'ordine dello Stato. Anche questa volta i magistrati- come scrive Capecelatro Gaudioso- ritennero che non fossero state raggiunte sufficienti prove per il rinvio a giudizio del Milano. Il 20 dicembre del 1855, però,  gli venne assegnato il domicilio forzoso in Cosenza. Inspiegabilmente, per i reati precedentemente commessi contro lo Stato,  venne nel gennaio del 1856 sorteggiato  , al posto del fratello Ambrogio,  nelle liste di leva. Arruolatosi venne configurato nel 3° reggimento Cacciatori di stanza a Napoli e durante la sua permanenza nella capitale ebbe sempre modo di vedersi con i suoi conterranei, Angelo Nocito, Giovanbattista Falcone ed Achille Frascino, magistrato repubblicano di Firmo. Molti furono gli incontri a cui eli partecipò in casa del Nocito e del Frascino (deposizione di Vitangelo Tangor durante il processo per il fallito attentato). Per quale motivo il Milano frequentava la casa napoletana dell' italo albanese Frascino intimo di Fanelli e di De Rada?
Sottratto, come ben scrive il De Cesare, dal suo piccolo ambiente le idee del Milano si allargarono e così si ricorda di lui il direttore dlla Biblioteca borbonica, ora Nazionale, professore Carlo Avena, che prima poco dell'attentato scrive al figlio Alberto: " un giovane smilzo e mobilissimo della persona, con sguardo penetrante e piccoli baffi, sedette due o tre volte accanto a me nella sala di lettura della biblioteca borbonica. Quel giovane leggeva anche un volume latino e vestiva l'uniforme dei Cacciatori di linea". Era Agesilao Milano. Via Forno Vecchio, in casa di Giuseppe Fanelli , ardente repubblicano egli si ritrovava, oltre che con il Frascino, il Nociti, il Falcone anche con altri  giovani italo albanesi.
La mattina dell'otto dicembre del 1856, ricorrendo la festa della Immacolata Concezione, Ferdinando II unitamente alla famiglia, recò al Campo di Marte in forma ufficiale e solenne.
Dopo la celebrazione delle Sacre Funzioni, il re con la famiglia assistettero alla parata militare a loro organizzata, quando dal 3° battaglione cacciatori fuoriscì improvvisamente un milite che con veemenza impugnando un fucile dotato di baionetta lo puntò al petto del monarca. Il regicidio non fu consumato, lo stesso Milano subitaneamente fu arrestato e condotto nella gendarmeria di Ferrantina. L'attentatore venne identificato nella persona del soldato Agesilao Milano, Italo Albanese di Calabria, di anni 26, di civile condizione; giovane, di statura media, poco incline al sorriso. Così si leggeva nel " Giornale delle Due Sicilie del 9 Dicembre del 1856: " Un individuo, da pochi mesi entrato con male arti al real servizio militare, osò ieri uscir fuori dalle riga mentre sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Persona del Re nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercè, rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità,e la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicchè se ne avvidero se non pochi dei presenti".
Concordo con la tesi del De Cesare, il quale sostiene che sia stao un bene che il regicidio non si sia consumato; un grave eccidio avrebbe insanguinato Napoli tutta, poichè, i reggimenti svizzeri, fedeissimi al re, considerandolo come un complotto delle truppe regolari ossia costituite da italiani, avrebbero reagito contro di esse e contro la folla presente.
Nel numero del 13 dicembre sullo stesso giornale si scriveva: " Il Consiglio di Guerra del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell'esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio. La sentenza e stata eseguita questa mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel largo Cavalcatoio, fuori Porta Capuana. Il reo, che ha ricevuto a lungo tutti i conforti della nostra sacrosanta religione, si è mostrato compunto. L'ordine pubblico è stato perfettamente osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino al suo estremo respiro". Il giornale era " statalizzato" e quindi organo del regime, ma a tal proposito ecco cosa scrive Raffaele De Cesare: " ecco l'alfa e l'omega di quello strano avvenimento".

Cosa spinse il giovane  Italo Albanese ad arrischiarsi in tale pericolosissima e ardua impresa?
Lo storico D. Capecelatro Gaudioso, ritiene che il Milano fu un esaltato al servizio di interessi che miravano ad eliminare la monarchia borbonica, e il suo attentato ebbe la complicità perfino di alti ufficiali come Alessandro Nuziante, aiutante di campo di Ferdinando II, d'altra parte, Raffaele De Cesare, descrive il Milano come un allucinato, con una volontà di ferro, dal carattere chiuso: " Uno spirito esaltato, che sapeva dominarsi e dissimulare; repubblicano e antidinastico; saturo fino all'inverosimile delle concezioni mazziniane, che avevano, per il loro contenuto, fatto presa sul suo animo pervaso, tra l'altro di un misticismo da esaltato."
il De Cesare , in parte ha colto la motivazione, attribuendo la causa dell'attentato alla razza dalla quale, Agesilao Milano, era discendente, quella albanese, ma nessuno ha considerato che era stato allenato  in una palestra come il San Adriano dove, per prima vennero accolti gli ideali di giacobinismo e di socialismo a sfondo anarcoide. Io ritengo che egli sia stato una anarchico conclamato e forse più di Attanasio Dramis, poichè riportandomi alla sua personalità, alle sue convinzioni antidinastiche, ai suoi atteggimenti rilevati durante il processo , egli non esprese altro che il benessere dei popoli. Se a regnare nel napoletano ci fosse stato Vittorio Emanuele II, egli avrebbe agito in egual maniera.



Bibliografia essenziale: Raffaele De Cesare, La fine di un Regno, Capone Editore & Edizioni del Grifo, Lecce 2005;

D. Capecelatro Gaudioso, L'attentato a Ferdinando II di Borbone, Edizioni del Delfino, Napoli 19.
 
 
 
 
 

domenica 20 maggio 2012

Nominato dal Papa il nuovo Eparca degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale

Il 12 maggio scorso è stato nominato Eparca (vescovo) della Diocesi Bizantina Greco Bizantina degli Albanesi dell'Italia Continentale, l'Archimandrita Donato Oliverio, arbëreshe di Lungro. La Diocesi, con sede a Lungro, in provincia di Cosenza, è stata eretta con Bolla di Papa Benedetto XV il 13 febbraio del 1919.
Il motivo della sua erezione fu dovuta principalmente dalla forte esigenza delle popolazioni Italo Albanesi della Calabria di continuare a professare la avita fede dei padri. Essa è stata la prima diocesi greco bizantina riconosciuta ed elevata a tale dalla Santa Sede. In precedenza gli Italo Albanesi di rito Bizantino erano soggetti all'ordinario latino del posto, che non poco abusarono con perangherie su queste popolazioni. La Chiesa di Roma cominciò a riconoscere le giuste prerogative delle sopraggiunte popolazioni già dal 1732, che con la bolla "Suprema dispositione"di Clemente XII, nominado un vescovo "in partibus infidelium", cioè senza diocesi, preposto alle ordinazioni sacerdotali dei greco albanesi. L'Eparca, oltre ad ordinare  i nuovi sacerdoti arbereshe, svolgeva compiti di Vescovo Presidente del primo seminario greco bizantino in Calabria, che prima venne istituito a San Benedetto Ullano, su interessamento della famiglia Rodotà e in seguito trasferito, per volere del vescovo Bugliari, a San Demetrio Corone, dove nel corso degli anni, perdendo le caratteristiche originali, venne laicizzato.
L'Eparchia (Diocesi), su una popolazione di 33 mila italo albanesi, conta 32.900 battezzati, corrispondeti al 99,7%  del totale e  attualmente conta 29 parrocchie di cui 25 in Calabria, 2 in Basilicata, una a Lecce e la più lontana nel villaggio di origine albanese di Villa Badessa in provincia di Pescara. L'Archimandrita Donato Oliverio è il quarto vescovo dell'Eparchia di Lungro.

(Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)



sabato 28 aprile 2012

Firmo 30 Aprile 2012. Convegno dibattito, La Vallja

La Vallja, patrimonio culturale dell'Arberia calabrese

Firmo 30 aprile 2012 c/o Protonvento dei Domenicani alle ore 18.30

Introduce e modera: Paolo Cuzzolino (Dip. Arte Musica e Spettacolo UNICAL)

Saluti del Vice Sindaco del Comune di Firmo Pietro Roseti e di



INTERVENGONO:

Alessandro Rennis- Filologo e musicologo

Papàs Pietro Lanza- Rettore Seminario Italo Greco Albanese dell'Eparchia di Lungro

Emanuela Capparelli- Presidente fondazione minoranze linguistiche per l'Arberia Italiana

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro- Redattore del Nuovo Monitore Napoletano

Kikina Martino- Sportello linguistico Comune di Firmo

Saverina Bavasso- Sportello linguistico Comune di Lungro

Pietro Napoletano- Scrittore, giornalista pubblicista.

domenica 15 aprile 2012

Le leggi eversive della feudalità

Convento dei Domenicani a Firmo (CS)
Di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro



Le province meridionali del regno di Napoli furono l'ultima roccaforte del sistema feudale nell'Europa Occidentale.
All'avvento della  Repubblica Napoletana, nonostante i tentativi operati in precedenza dal riformismo carolino, la situazione nelle province dell'Italia meridionale rimase immutata rispetto a quella del XVII secolo.
A sostegno dell'azione eversiva della feudalità, la Repubblica, in 26 articoli aveva proposto la "Dichiarazione dei diritti e doveri dell'uomo, del cittadino e dei suoi rappresentanti e un "Progetto di Costituzione" composto da 421 articoli raggruppati in 15 Titoli. Per la sua breve durata, il Governo Provvisorio non potè proclamare la Costituzione, nè potè procedere all'abolizione della feudalità. La reazione borbonica annullò tutte le leggi emanate dalla Repubblica Napoletana, salvo quella riguardante la soppressione dei fedecommessi. I baroni laici ed ecclesiastici rientrarono in possesso dei loro feudi, continuando ad esercitare indisturbati perangherie ed incredibili abusi. Ma tanta crudele ed ostinata reazione non produsse variazioni di intensità e di estinzione delle idee dell'Illuminismo, fondamenta del pensiero liberale, forza motrice del processo per l'abolizione della feudalità. Degli abusi e delle indescrivibili angherie dei baroni, ecclesiastici e laici, chiare sono le testimonianze che ci vengono riportate da Davide Winspeare nella sua opera, " Storia degli abusi feudali": "..in alcuni feudi i vassalli erano soggetti a capricciose tasse, e talvolta obbligati a lavorare per un determinato numero di giorni gratuitamente pel Barone; in altri luoghi diverse servitù personali erano state cangiate in prestazioni pecuniarie. I Baroni poi avevano generalmente il diritto di percepire sui terreni dei loro feudi una porzione del prodotto, che talvolta era della decima parte, ed alcune volte si estendeva sino alla quinta. Essi godevano inoltre il diritto del pascolo, nè il contadino poteva seminare il terreno che un determinato giro di due, di tre e talvolta anche di sei anni. Le acque dei torrenti appartenevano esclusivamente ai Baroni, ed essi solamente potevano avere molini, come pure forni ed alberghi. Di più in molti luoghi avevano imposto pedaggi pel transito che si faceva alle barriere de' feudi. Eranvi quasi da per tutto latifondi che denominanvansi demanj, ed in questi aveano diritti misti di pascere, si seminare, di legnare tanto i Baroni che gli abitanti de' feudi. La giustizia criminale, e in parte quella civile era esercitata in nome de' Baroni, ed erano appunto Baronali la maggior parte delle terre e delle città del regno. Questo sistema feudale rendeva i Baroni comunemente ricchi e spesso prepotenti, senza invidia dell'autorità regia". Altro esempio di tali esacerbate angherie, questa volta perpetrate dal baronato ecclesiastico, ci viene riproposto dal rapporto fra i PP. Domenicani e la popolazione albanese di Firmo ( CS) in un documento del 1775: "......la popolazione suddetta è obbligata oltre li carlini tre a fuoco ( famiglia), a pagare a detto Venerabile Convento altri due carlini a fuoco, una gallina, due uova ed una giornata di fatica".
Con la riconquista francese del regno di Napoli, Giuseppe Bonaparte con la legge n.130 del 2 agosto 1806 aboliva la feudalità. Da tale legge riporto gli articoli più significativi:
art.1: La feudalità con tutte le sue attribuzioni viene abolita;
art.2: Tutte le città, terre e castelli, non esclusi quelli annessi alla Corona, abolita qualunque differenza, saranno governati secondo la legge comune del Regno;
art.5: I fondi e rendite , finora feudali, saranno, senza alcuna distinzione, soggetti a tutti i tributi;
art.6: Restano abolite, senza alcuna indennizzazione, tutte le angarie, le preangarie, ed ogni altra opera o prestazione personale, sotto qualunque nome venisse appellata, che i possessori dei feudi per qualsivoglia titolo soleano riscuotere dalle popolazioni e dai particolari cittadini;
art.7: Tutti i diritti proibitivi restano egualmente aboliti senza indennità...
art.8: I fiumi, abolito qualunque diritto feudale, restano di proprietà pubblica...
art.15: I demani che appartenevano agli aboliti feudi, restano agli attuali possessori. Le popolazioni conserveranno ugualmente gli usi civici, e tutti i diritti, che attualmente posseggono su dei medesimi, fino a quando di detti demani non ne sarà con altra nostra legge determinata e regolata la divisione proporzionata al demanio e diritto rispettivi. Intanto espressamente rimane proibita qualunque novità di fatto;
Davide Winspeare
 art.19: I suffeudi restano parimenti aboliti...ma qualunque prestazione suffeudale, che soleano pagarsi ai possessori dei feudi principali, saranno conservate col carattere di censi riservativi, soggetti però ad essere ricomprati in danaro per lo giusto prezzo da valutarsi.Con la legge del 23 ottobre del 1809 si giunse infine alla istituzione dei Commissari incaricati della liquidazione degli usi civici e con legge 588-589 del 10 marzo del 1810 si davano disposizioni ai Commissari ripartori circa la divisione dei demani comunali. Fra i più importanti membri della Commissione feudale vanno ricordati il napoletano Davide Winspeare e l'italo albanese Angelo Masci.
Gli usi civici delle popolazioni sui territori vennero distinti in tre categorie e adottate in base ai criteri delle commissioni feudali: usi civici essenziali (diritto di pescare, acquare, legnare, pernottare, erbare ecc..); usi civici utili (raccolta di ghiande, di giunchi, di legna secca ecc.); usi civici dominicali erano infine quelli che davano la possibilità alle popolazioni di usufruire dei frutti e al dominio del fondo.
I terreni appartenenti ai Comuni ( ex Università), sia nella qualità di demani originali propri ( demani universali), sia assegnati come demani feudali, venivano distinti secondo l'uso cui potevano essere destinati. Si prevedeva, infatti, per i terreni suscettibili di essere coltivati, la quotizzazione e relativa assegnazione alle famiglie contadine prive di ogni bene rustico e che davano garanzie di poterli coltivare. Tale assegnazione si doveva legalizzare attraverso un contratto di enfiteusi, prevedendone il riscatto da parte dell'assegnatario, allorquando si fossero apportati i miglioramenti previsti nell'atto di concessione.
Tutto ciò, però, non trovò piena e pronta attuazione e fu solo dopo la unificazione dell'Italia che i governanti, nella speranza di accattivarsi la simpatia delle popolazioni meridionali così gravemente raggirate, cominciarono a promuovere la individuazione dei demani e qualche lieve quotizzazione in altri luoghi dove lo strapotere baronale ancora resisteva.

Bibliografia essenziale:


Annali d'Italia dal 1750 compilati da A.Coppi; Tomo IV dal 1803 al 1810. Roma 1829 Presso libreria Moderna via del Corso n.348;
Le idee dell'Illuminismo nel pensiero degli Italo Albanesi alla fine de XVIII secolo. Vittorio Elmo, Marco Editore 1992;
Davide Winspeare, Storia degli abusi feudali, Tip. Trani Napoli 1811.





mercoledì 11 aprile 2012

Il riformismo borbonico

Ferdinando IV e famiglia
  ( di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

Durante il regno di Carlo III ( 1734-1759) e di suo figlio Ferdinando IV (1759-1806), anche la monarchia borbonica, emulando quelle europee ed italiane, intraprese a conformarsi alle nuove trasformazioni, inserendosi nella evoluta cerchia dei monarcati assoluti illuminati. Padre e figlio, avvalendosi delle straordinarie capacità del Primo Ministro Bernardo Tanucci e Ministro delle Finanze Giuseppe Zurlo, quest'ultimo operò in seguito anche con i napoleonidi, cominciarono le opere di modernizzazione sociali ed economiche nel regno di Napoli. Carlo III, figlio del re di Spagna Filippo V e dell'italiana Elisabetta Farnese, nel 1734, durante la guerra di secessione polacca, essendo la Francia e la Spagna in conflito con l'Austria, spinto dalla madre, da Parma mosse, ancora diciottenne, alla testa di un numeroso esercito, numerato maggiormente da truppe spagnole, alla conquista dell'Italia Meridionale, costituente, in quel periodo, un vicereame sottoposto al dominio degli Asburgo. Con l'entrata in Napoli di questo giovane ed intraprendente principe, nipote del Re Sole, iniziò una nuova fase storica, politica e sociale per l'Italia meridionale ed insulare ( la Sicilia ), infatti nasceva la dinastia dei Borbone di Napoli, sotto i quali, dopo secoli di dominazioni straniere, veniva a consolidarsi un regno unitario ed autonomo, anche se agli inizi ci fu la ingerenza spagnola, con un personale coinvolgimento di governo del monarca. Formatosi, Carlo, alla colta corte di Francia e in quella cattolicissima spagnola, ben presto venne apprezzato dalle altre monarchie europee per saggezza e cultura riformista. Conscio delle condizioni di arretratezza del suo nuovo regno, rispetto agli altri stati del veccchio continente, circondandosi di valenti illuministi napoletani, quali il Filangieri, il Genovesi ed altri e avvalendosi , come prima notato, del superbo stile di destreggiamento nei rapporti sociali e politici nonchè dell'acuta visione riformatrice del suo Primo Ministro Bernardo Tanucci, si elevò a capo dei principi, dando lustro e rinomanza al suo nuovo regno. Soleva egli sostenere, da quanto scritto dal fiornalista Aldo Canale, che il suo "opus rei" si basava sulla felicità del popolo: "Le ricchezze dei re sono fatte dai poveri, diamo lavoro e diamo da vivere". 
Ma tutto ciò veniva da lu espresso , forse, da come annotato da dallo storico Armando Oriolo, solo per giustificare le pazze spese affrontate per la costruzione delle reggie di Capodimonte, Portici e Caserta. In realtà, molte opere pubbliche vennero portate a termine, come acquedotti, strade, riomdernamenti di porti e nuove architetture. Tra i più significativi provvedimenti risultò essere quella della introduzione della lingua italiana come " uffficiale" del regno, in sostituzione di quella latina e spagnola, dando così un'impronta di stabile nazionalismo al nuovo monarcato. Ma per l'attuazione delle riforme era necessario attingere dal patrimonio finanziario pubblico, che per la precedente politica smodata dei vicerè, si rivelò inesistente.
La disponibilità del giovane re e il genio del suo primo minstro, tutto fecero per risistemare la caotica situazione ereditata dal passato, ma a frenare i loro disegni, si interposero due secolari endoparassiti: la Chiesa e il potere baronale laico. La Chiesa, da parte sua, vantava privilegi feudali sul regno di Napoli fin dal periodo normanno e Carlo d'Angiò nel 1625, accentuando lo stato di vassallagio istituì la "Chinea o Acchinea", un tributo di 7000 ducati da versare alla Chiesa di Roma come segno di omaggio e sottomissione. La Chiesa veniva così ad essere indenne da ogni tributo, con ampi poteri su tutto ciò gravitasse nella sua sfera.Il potere feudale laico, male endemico nelle aree meridionali, costituiva la barricata centrale, sia per lo sviluppo della società sia per la sovrantà personale del monarca, infatti, in Sicilia, il re era coadiuvato, in maniera rilevante, da un parlamento formato dai feudatari dell'isola. Nonostante tutti questi fattori concorsero al rallentamento del processo delle riforme, la ferrea volontà e la lucida visione nella propugnazione della ragion di stato del Tanucci, portarono, anche se parzialmente, accorti rimedi alla manovra innovativa.
Indispensabile ed urgente si prospettò l'esigenza di un riordino fiscale basato su solide perequazioni esattoriali ed in cosiderazione di questa, venne istituito il catasto onciario o carolino ( dal  nome del monarca, Carlo III ). La sua istituzione, tutt'oggi, viene cosiderata come un'opera di ingegneria finanziaria, infatti la maggior parte dei moderni catasti sono improntati, in linea di massima, su quello carolino. Esso venne denominato "onciario", in quanto, i patrimoni fondiari venivano valutati in once, unità di misura utilizzata in quasi tutta Europa, prima dell'adozione del sistema metrico decimale;  l'oncia, inoltre,  nel periodo della Roma repubblicana, era una moneta di bronzo equivalente la dodicesima parte dell'asse e, probabilmente, anche per questo motivo, Carlo III la fece coniare nel 1749. Il 17 marzo del 1741, con la Prammatica Reale " De Catastis", affidata,per l'approvazione nel regno, alla Regia Camera della Sommaria, inizio per il mezzogiorno d'italia una nuova era. Non vi erano più gli agenti feudali, laici ed ecclesiastici,  ad esigere i tributi, ma agenti fiscali incaricati dal re; ad acquisire e produrre gli atti preliminari, questa fu eccellente cosa, furono incaricat i Sindaci delle Università ( attuali comuni) e i capo eletti del posto. Il catasto era prettamente descrittivo, non essendoci stato tempo disponibile per consolidarne le forme, era privo di mappature dei luoghi, ma come trampolino di lancio per la perequazione fiscale, si rivelò abbastanza efficace.
Tutto questo, sicuramente, non è stato gradito dai feudatari laici e dagli ecclesiastici, in quanto molti privilegi, da loro acquisiti in passato decaddero e fu proprio in questo periodo che i loro ribaldi soprusi fuoriscirono dagli argini del vivere civile. Lo stato fu laicizzato, le tasse da pagare alla Curia Romana furono diminuite e le secolari prerogative feudali della nobiltà e del clero decisamente ridimensionate. Con il concordato del 1741 raggiunto con la Santa Sede, la giuridizione dei vescovi venne limitata e quest'ultimi, non più come in passato, venivano sì, nel regno, ordinati dalla Curia Romana, ma la loro nomina ufficiale era divenuta prerogativa del re che avvaleva di una commissione speciale da lui presieduta: il Sacro Regio Consiglio). Quando, nel 1759, Carlo III venne incoronato sovrano di Spagna, salì al suo posto al trono del regno di Napoli il suo terzogenito Ferdinando. Avendo egli appena nove anni, suo amministratore fu nominato il Tanucci e anche quando il piccolo re raggiunse la maggiore età, lascio il governo nelle mani dell'abile statista senese, che aveva l'onere, però,  di rendere conto del suo operato alla corona spagnola. Bernardo Tanucci era un tenace sostenitore della "ragion di stato", riformista determinato, ingegno politico; uno statista di razza che intuì che solo attraverso le innovazioni nella politica sociale, era possibile  porre il regno napoletano su un podio dove  gareggiare, in seguito, con le maggiori potenze del vecchio continente. Fu proprio durante il periodo della reggenza tanucciana che il rifomismo borbone raggiunse maggiore attuazione, infatti in quel periodo, 1767, su sollecitazione del sovrano di Spagna fece espellere i gesuiti dal regno. I vuoti lasciati dai Gesuiti, in tutto il regno, furono prontamente occupati da uomini di cultura, laici e religiosi, che si ispiravano, anche se in maniera moderata, a Voltaire,Diderot e D'Alembert.
Con l'espulsione dei Gesuiti e la conseguente confisca del loro considerevole patrimonio ( 42.000 ettari di terreno agricolo in Sicilia e 18.500 nel continente, innumerevoli chiese e scuole, biblioteche ecc..) il Tanucci, su consiglio di Antonio Genovesi, professore di economia all'Università di Napoli, con saggia decisione, preferì non incamerare al regio demanio i fondi agricoli confiscati, ma di parcellizzarli e concederli in uso alle classi meno abbienti, ponendo così le basi per la creazione di una classe operaia contadina fino allora emarginata ed oscurata dal prepotente regime feudale. Altra grande riforma, per luogo-tempo, attuata per effetto della espulsione gesuitica, fu la istituzione della scuola pubblica, sostituente quella privata, quest'ultima retta prevalentemente dalla casta religiosa. L'innovazione non ebbe molta fortuna, in quanto i costi di mantenimento si erano rivelati consistenti e quindi il più delle volte, l'accesso all'istruzione, per i figli delle popolazioni meno agiate, veniva precluso.
Con l'entrata in scena di Maria Carolina, tratta in moglie da Ferdinando IV, la politica del regno di Napoli mutò direzione politica. La nuova regina, all'inizio della sua attività di governo, si interessò analiticamente delle riforme in atto, avendo premure, particolarmente di realizzare opere pubbliche e militari; tutto ciò che mirassee alla elevazione del popolo, veniva da lei considerato inutile e dispendioso. Cercando di allontanarsi dalla sfera politica spagnola, ben presto si trovò in attrito con il Tanucci, il quale nel 1776, per volere di lei, fu sollevato dall'incarico di Primo Ministro e sostituito dal siciliano Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca, uomo, più cortigiano che politico e con vedute meno ampie del validissimo toscano. Con l'ingerenza della politca asburgica nel regno di Napoli vennero a cessare quegli intenti atti alle riforme. Il processo di riformismo intrapreso dal Tanucci non si interruppe del tutto, dopo la sua estromissione, anche negli ultimi anni del secolo decimo nono, non mancò la volontà di " cambiare in meglio": esemplare fu la battaglia che Domenico Caracciolo, vicerè di Sicilia, mosse contro lo strapotere baronale e gli abusi signorili. L'età dello splendore finì con la politica filo asburgica.