giovedì 15 luglio 2021

IL MONACHESIMO BASILIANO AI CONFINI CALABRO-LUCANI - Una libreria nella Badia di Lungro?

 

Una libreria nella Badia di Lungro?




 Di Biagio Cappelli

In un lucido capitolo ed in vari altri luoghi del volume 68 della collezione « Studi e testi » della Biblioteca Vaticana, il cardinale Giovanni Mercati illustra e discute alcuni antichi elenchi di libri, un giorno appartenuti a monasteri basiliani della Calabria, conservati nel codice Vaticano Reg. lat. 2099.

Gli elenchi che sono da riferire ad un inventario eseguito in occasione di una Visita compiuta ai monasteri basiliani calabresi nel 1575, rappresentano le liste, più o meno complete, dei manoscritti allora esistenti nelle librerie delle badie di S. Giovanni Theriste a Stilo, di S. Bartolomeo a Sinopoli, del Patirion a Rossano, di S. Gregorio Taumaturgo a Staletti, di S. Adriano a S. Demetrio Corone ed infine di un 'altra di cui manca il titolo in capo alla nota.

L 'ottavo dei codici segnati nella lista dei manoscritti che appariscono conservati nella badia sconosciuta è dallo stesso cardinale Mercati identificato con l'attuale codice Vaticano greco 2030 che contiene opuscoli del beato Efrem e del monaco Nilo. E poiché questo codice, da una sottoscrizione che porta, appare copiato nel 1020, indizione 4., da un Marco chierico di un monastero intitolato al gran martire S. Sozonte; e poiché questo monastero è da identificare con quello di S. Sosti, già esistito nei pressi del borgo omonimo in provincia di Cosenza, sarebbe legittimo concludere che l'intera lista dei codici elencati sotto la badia della quale manca il titolo sia appunto da riferire alla libreria del monastero di S. Sosti. Dato però che questo appare, dalla documentazione potuta raccogliere, già del tutto privo di monaci verso la metà del sec. XVI, è forse più esatto
supporre che l'elenco vada riferito al contenuto della libreria di qualche altro monastero vicino, che ospitando gli ultimi monaci di S. Sosti, ne raccogliesse anche le reliquie.

Spinto dalla lettura avvincente delle pagine del cardinale Mercati ed in conseguenza dal desiderio di cercare di fare un po' di luce sull'argomento, che investe la cultura di un centro monastico basiliano nella Calabria settentrionale, allo studio della quale da tempo ho rivolto la mia attenzione ho voluto tentare una ricerca che nelle sue linee generali mi sembra abbia dato qualche buon risultato.

 

In seguito a quanto il 10 giugno 1573 viene stabilito tra papa Gregorio XIII e Giulio Antonio Santoro, cardinale di Santa Severina ed allora abate commendatario del monastero dei SS. Elia ed Anastasio del Carbone, nel mese di giugno del 1575 il benedettino don Germano di Genova e don Ludovico Grisoni di Napoli visitano la badia di S. M. di Grottaferrata. Essendo poi questi stessi incaricati di estendere la loro Visita anche ai monasteri basiliani di Calabria e di Sicilia, don Germano di Genova appare il 14 novembre dello stesso anno 1575 nel monastero di S. Pietro di Arena. Vi appare però solo mentre attende di poter recarsi nella Sicilia, dove poi alla fine non passa per timore della grande epidemia di peste, che allora infierisce terribilmente in alcune parti dell'isola.

Benchè non siano ancora ritornati alla luce gli Atti completi di questa Visita del 1575, che un tempo erano conservati nell'Archivio del Collegio di S. Basilio a Roma, dove poterono anche vederli e consultarli ed utilizzarli scrittori e giuristi del sec. XVIII, pure la stessa notizia che nel novembre 1575 don Germano di Genova è solo a S. Pietro di Arena, dove attende il momento propizio per recarsi in Sicilia, specie se combinata con l'altra che, invece, al monasteto di S. Basilio Craterete, oltre don Germano, è presente don Ludovico di Napoli, ci dà modo di accertare un dato di fatto. E cioè che la Visita, alla quale si devono gli elenchi dei codici trovati in vari monasteri della Calabria, ha inizio, come del resto è logico per chi viene da Roma, dalla parte settentrionale della regione.

Nessuna notizia circa 1 'itinerario preciso seguito dai due visitatori traspare però dalla disposizione degli elenchi dei codici nel fascicolo che li contiene. Perchè, nell'ordine in cui i fogli di questo fascicolo sono attualmente rilegati, alla badia sconosciuta seguono quella di S. Giovanni a Stilo, di S. Bartolomeo a Sinopoli, del Patirìon a Rossano, di S. Gregorio a Staletti, di S. Adriano a S. Demetrio Corone, mentre in un ordine ipotetico, che si ottiene piegando il fascicolo in senso contrario, si inizia con il monastero del Patirion, cui succedono S. Gregorio, S. Adriano, la badia sconosciuta, S. Giovanni, S. Bartolomeo. E' chiaro da quanto precede come elenchi riguardanti badie topograficamente vicine e si può dire confinanti nei loro territorii, quali ad esempio quella di S. Adriano e l'altra del Patirion, siano sempre separate da note riguardanti monasteri lontani: come, per rimanere nel caso preso in esame, quello di S. Gregorio. Per modo che è da pensare che gli elenchi siano redatti disordinatamente nelle pagine rimaste bianche.

Pure, in questo disordine e per quanto si riferisce ai monasteri predetti, vi è un indizio importante che fa congetturare che l'itinerario seguito nella Visita ha proprio, o quasi, inizio dalla badia sconosciuta. E' precisamente il fatto che tutti gli elenchi sono redatti da due mani: una prima che trascrive i titoli o dà notizia del
contenuto solamente dei primi nove codici della badia sconosciuta; una seconda che segna i rimanenti libri di questa badia e quelli di tutti gli altri monasteri. E poichè una nota che appartiene alla seconda mano, apposta al primo dei codici di S. Giovanni di Stilo, « Istoria della regione... delli Etiopi... tradotta da Ioanne monaco di S. Sabba » presuppone una persona pratica di libri che conosce anche quelli della badia di Grottaferrata, con uno dei quali istituisce un raffronto, sì che giustamente si è supposto che la nota stessa si debba a don Germano da Genova, che oltre ad aver visitato il monastero di Grottaferrata appare assai versato nelle lettere greche; ne viene di conseguenza che quasi sicuramente il catalogatore dei primi nove codici della badia sia don Ludovico di Napoli. Mettendo così in relazione questo fatto con la prova che si è visto noi abbiamo della presenza di ambedue i visitatori in qualche monastero della più settentrionale zona dell'alta Calabria, mentre don Germano appare unico visitatore alla fine del viaggio, siamo indotti a credere che la badia sconosciuta sia da ricercare proprio tra quelle che rimangono a nord di S. Demetrio Corone e di Rossano.



Il monastero di S. Sozonte, dal quale implicitamente prende le mosse la presente ricerca, sorse un tempo in un luogo paesisticamente ammirevole per l'asprezza e la bellezza delle campagne intorno e delle prossime tormentate montagne boscose, sito tra gli odierni abitati di S. Sosti e di S. Donato Ninea, alle falde sud-orientali del monte Mula. Celebre quest'ultimo nell'agiografia italo-bizantina per la vita ascetica che vi conducono S.Leon Luca da Corleone ed altri anacoreti che questi vi trova. Nulla vieta pensare che il monastero di S. Sozonte, già centro di cultura nel 1020, come è documentato dalla notizia del ricordato codice Vaticano greco 2030, sia appunto sorto sopra il precedente eremo, che nel secolo X ricovera i SS. Cristoforo e Leon-Luca. Ma ad ogni modo esso, che poi accoglie alla sua ombra una colonia albanese, e che è restaurato completamente dal monaco Paolo di Carbone abate dal 1447, come appare dalla Visita effettuata da Atanasio Calceopoulos nel 1458, nella prima metà del secolo XVI è in disfacimento anche nei suoi fabbricati. I quali un secolo dopo appariranno delle pittoresche rovine, tra cui è però ancora possibile distinguere chiaramente la chiesa ed un'ala del cenobio, ravvivate dai secolari colori di affrescate immagini di arte bizantina con leggende in caratteri greci. Dipinti ed iscrizioni che oramai soli danno la prova che i ruderi appartengono ad una fondazione dei basiliani, i quali a quell'epoca neanche vogliono riconoscerla come loro. E l'esodo degli ultimi monaci, o dell'ultimo monaco, poichè il visitatore del 1458 non vi trova che l'abate Paolo Camaya di Carbone, rimasti a S. Sozonte avviene, per quanto possia1mo congetturare dai dati esposti e da quanto ora si dirà, alla fine del secolo XV. In quest'epoca, allontanandosi per sempre dall'antico, ma ora tanto desolato monastero, essi cercano e trovano sicuramente rifugio nell'altra badia assai prossima intitolata a S. Maria de Funtibus.

 

 

Questo cenobio fondato e riccamente dotato il 2 maggio 1195, alla presenza di molti prelati e feudatari imperiali e signoriali, da Rogerio e Basilia signori della vicina terra di Brahalla, ora Altomonte, prospera ancora, dopo la desolazione che il Calceopoulos vi nota nella sua Visita, nel secolo XVI nel casale di Lungro. Dove oggi solo una fontana, che un tempo donò il nome al monastero ed alla chiesa, dalle cui fondamenta scaturisce, ne mantiene vivo il ricordo con il suo odierno appellativo di « fontana della Patia ». Che la badia di S. Maria de Fontibus accolga i monaci superstiti di S. Sozonte e nei loro riguardi subentri a questo in tutto, è ampiamente provato dal fatto che nel 1508 il napoletano Paolo dello Porta, concedendo alla Università di Lungro, formata di Italiani e di Albanesi, di cui egli ha la giurisdizione civile, alcuni «Capitoli, immunità e gratie», il cui testo custodito un tempo nell'Archivio comunale di Lungro ora non più esiste, avendolo inutilmente ricercato anni addietro, si intitola « abate del venerabile monastero di S. M. di Lungro e S. Sosti ». Con il 1525 il monastero di S. Maria de Fontibus passa anch'esso in commenda; ma i monaci insegnano sempre le lettere greche in cui sono istruiti. Cosa questa, naturalmente, che ci indica come gli studi siano ancora tenuti in onore nel cenobio. Questa notizia, per noi assai preziosa, è ricavata appunto dagli Atti della Visita del 1575, che aggiungono come ora il monastero sia commenda del napoletano Camillo Venati e la chiesa abbaziale sia officiata da quattro domenicani, ma anche che il settantenne arciprete di Lungro attesti di ricordare i monaci greci dei quali un cinquantennio prima è scolaro e discepolo.

Quasi a conferma di questa notizia un'altra nota anch'essa attinta agli Atti della Visita del 1575, che vengono espressamente citati, ci rende edotti che i visitatori PP. Germano da Genova e Lodovico da Napoli si rendono anche conto dello stato dell'altro vicino monastero di S. Basilio Craterete, che dal 1932 è risorto prospera per la pietà della Badia di Grottaferrata vicino all'abitato di S. Basile. Quivi i visitatori si protestano però fare la Visita senza intenzione di ledere i diritti del titolare dell'episcopato di Cassano, allora monsignore Tiberio Carafa (1571-88), cui il monastero è unito nel 1509, mentre nella Visita del 1458 Atanasio Calceopoulos vi ritrova l'abate Paolo con altri monaci.
 

Dopo la Visita ordinata da papa Onorio III il 10 maggio 1221 a Giovanni vescovo di Crotone e Ioannice o Teodosio abate di Grottaferrata e della quale, pur essendosene dispersi gli Atti, sappiamo che deve raggiungere i monasteri basiliani calabresi di S. Ciriaco di Buonvicino, S. Sosti e S. M. de Fontibus, che con l'altro di S. Basilio Craterete sono scaglionati torno torno alle pendici orientali del gruppo montuoso di cui fa parte il monte Mula, e dopo l'altra Visita, di cui si è più volte fatto cenno, del 1458, da quanto si è detto abbiamo le prove che i visitatori del 1575 si recano almeno in tre dei cenobi siti nella predetta zona.

Il primo è quello stabilito nella fresca valletta di Buonvicino dal locale asceta S. Ciriaco che dopo essersi fermato nell'alpestre contrada di Trepidono e poi nella grotta detta Romano o Venicella, già ostentante lembi di pitture mura,li bizantine illustrate da iscrizioni greche ed oggi sovrastata da una piccola e suggestiva chiesa, fonda il cenobio a lui poi dedicato poco sotto l'abitato. Di questo monastero appunto, per quanto passato in commenda un decennio prima, rimane una particolare relazione della Visita ivi effettuata. L 'altro è il cenobio di S. Maria de Fontibus, il terzo il monastero di S. Basilio Craterete. Se si esclude dunque che i visitatori tocchino S. Sosti per il fatto che il monastero da tempo non è più abitato dai basiliani, ugualmente mi pare che, in base a quanto essi stessi, come si è visto, esprimono, non si debba considerare l'ipotesi che gli stessi visitatori si occupino di prendere nota dei codici che possono trovarsi in una libreria oramai incorporata tra i beni del vescovato di Cassano allo Ionio; quale sarebbe il caso del monastero di S. Basilio Craterete.

Rimangono così le fondazioni di S. Ciriaco di Buonvicino e di S. Maria de Fontibus di Lungro dove i visitatori hanno potuto trovare i libri elencati. Codici che d'altra parte, per la sommarietà con cui vengono inventariati i libri trovati nelle varie case nella Visita del 1458, non possono essere identificati con questo mezzo che pure sarebbe il più idoneo. Mentre per maggiore disdetta ciò non sarebbe neanche sempre possibile dal momento che nella Visita del 1458 non viene redatto alcun inventario dei beni posseduti dal monastero di Lungro in quanto il suo abate Elia non si trova in sede, ma ad Altomonte. Ad ogni modo più che pensare al monastero di S. Ciriaco di Buonvicino, per tutto quanto precede resta sempre lecita e giustificata la supposizione che i delegati alla Visita del 1575 abbiano trovato nella badia di S. Maria de Fontibus i dodici, e forse più, codici elencati sotto la badia di cui manca il titolo; tra i quali codici tre pregevoli e rari per il loro contenuto: una « Dottrina » di Pietro vescovo alessandrino, vari testi relativi a S. Pacomio ed una Vita di S. Nicolò di Mira redatta da Basilio « Lacedemonii archiepiscopi ».

Anche il monastero di Lungro è all' epoca della Visita governato da un abate commendatario da circa un cinquantennio e quindi si potrebbe supporre che gli ultimi monaci Basiliani allontanandosene avessero portato con loro i libri di antica proprietà del cenobio e, ancora una volta, quelli che vi sono entrati con la venuta degli ultimi religiosi di S. Sosti. Tutto ciò può benissimo essere vero. Ma, d'altra parte, mentre non può assolutamente affermarsi che tutti i monaci basiliani abbiano nel 1525 abbandonato il vecchio monastero, trovandosi ad esempio ricordato un « Dionisio monaco greco » nel censimento effettuato a Lungro il 1545, rimane sempre da notare che la stessa Lungro ed implicitamente la sua badia di S. Maria de Fontibus presentano un notevole interesse per gli studi greci e per le scuole monastiche, non soltanto fino al 1525, come si è già visto, ma anche in seguito. Poichè una annotazione aggiunta al nome del predetto monaco Dionisio ci informa che questi tiene a Lungro una scuola di lettere greche aperta a tutti.

E poi sempre la badia di S. Maria de Fontibus mantiene una sua tradizione di decoro e di dignità, che spinge nel 1634 l'abate commendatario del tempo, il milanese cardinale Giulio Roma, del titolo di S. Maria della Minerva, a restaurarne le fabbriche corrose, ed un secolo dopo monsignor Nicolò Colonna dei principi di Stigliano a ripararle ancora, curarle ed adornarle.


Estratto da

BIAGIO CAPPELLI

IL MONACHESIMO BASILIANO AI CONFINI CALABRO-LUCANI

Napoli 1963 in Ungra.it

Biagio Cappelli, Una libreria nella Badia di Lungro?

IV, 31 – Nuova pubblicazione sulla Badia di Grottaferrata. X, 37

Foto:Archivio Sanseverino di Bisignano