mercoledì 30 ottobre 2019

LA PRESENZA ORTODOSSA IN MAGNA GRECIA



Articolo del Igumeno del Sacro Monastero Ortodosso - greco di "San Giovanni Therestis".
(Monaco aghiorita Kosmas)

Tutti, chi più chi meno, abbiamo sentito parlare delle colonie degli antichi greci nell’Italia del Sud e Sicilia. Città come Elea, Taranto, Sibari, Crotone, Locri Epizefiri, Reggio, Messina, Catania e soprattutto Siracusa sono molto conosciute a chi studia la storia antica. Personalità spirituali della statura di un Eschilo, un Erodoto e un Pitagora furono sepolti qui. Menti filosofiche come Empedocle di Agrigento e di Parmenide di Elea provocano ancora soggezione e ammirazione. Un grande poeta, Pindaro, conosceva bene la protezione del tiranno di Siracusa, “nella Sicilia di molte pecore” come scrive nel
Pizionico.
Platone, più tardi, viaggiò tre volte alla volta della stessa città (Siracusa) per cercare di realizzare i suoi progetti politici. Lì il frugale ateniese si stupì del lusso siracusano (v. 7a epistola).
I Romani, con la conquista ed il saccheggio di Siracusa nel 212 a.C., occuparono militarmente la Magna Grecia. Si curarono tuttavia di uccidere Archimede. Fu il loro unico contributo nel campo della scienza.
Sicuramente la regione fu il luogo ove i Romani vennero a contatto con la civiltà greca e non occorre ripetere la nota frase del poeta latino Orazio riguardante l’ellenizzazione di Roma.
Si deve tuttavia sottolineare che la grecità portò in Occidente anche il Cristianesimo. La lettera di san Paolo ai Romani fu scritta in greco, la lingua fino al 3° secolo della liturgia a Roma fu la greca come testimoniano anche le sue catacombe. E qui la Magna Grecia contribuì preziosamente al passaggio della civiltà in Italia e nel resto d’Europa. San Marciano, ad esempio, fu inviato dall’apostolo Pietro, dalla città greca di Antiochia, a Siracusa come primo vescovo.
L’ellenismo, ormai cristiano, riuscì a resistere anche alle incursioni gotiche del 5° sec. Quando, nel secolo seguente, l’imperatore romano Giustiniano invio il generale Belisario a riconquistare la regione ai barbari: “La gente di queste terra si univano a lui (Belisario) giorno dopo giorno”, perché appartenevano alla stessa stirpe e per questo i romani si imposero fisiologicamente nel Sud
d’Italia, per secoli.
Gli storici franchi parlano di “bizantinizzazione” della regione dopo aver precedentemente innalzato mura impenetrabili tra periodi storici. Non abbiamo del resto, nessuna battaglia dei “ bizantini “ contro i calabresi per il semplici motivo che dei greco-romani non potevano certo far la guerra al loro stesso popolo! Tuttavia, intorno al 580 d.C. i Longobardi, un altro popolo germanico, giunsero fino a Taranto. Così i Romani diedero il nome dell’antica Calabria (Puglia) all’omonima regione attuale per ragioni di prestigio dato che avevano perduto lì molti territori da parte dei barbari invasori.
La diffusione in Medio Oriente dell’eresia del Monofisismo costrinse molti monaci ortodossi a trovare rifugio in Magna Grecia. La fuga continuò quando gli Arabi nel 7° secolo conquistarono la Palestina e la Siria. Tuttavia l’ondata più grande di monaci arrivò qui durante l’Iconoclastia (ossia la politica imperiale di persecuzione e distruzione delle sacre immagini, ossia le icone). Intere comunità monastiche si rifugiarono in queste regioni iconofile portando con loro profonda cultura ecclesiastica e profana, regole e tipici monastici, preziosi manoscritti, icone e sante reliquie. Nel 732/733 l' imperatore Leone III Isaurico, reagendo alla posizione iconofila del papa di Roma, sottomise la Magna Grecia alla giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato di Costantinopoli, fatto che doveva avere profonde ripercussioni nelle vicende ecclesiastiche e in generale nella civiltà della regione.
Tutta la vita si impregna della spiritualità orientale, i monasteri assurgono a centinaia e fioriscono grandi figure di santi e asceti: Sant’Elia il Siceliota, sant’Elia lo Speleota, san Giovanni Therestìs (il Mietitore), san Nicodemo, san Nilo di Rossano e tanti altri.
Infine in Calabria trovarono rifugio, nel IX e X secolo, i monaci della Sicilia quando gli Arabi dell’Africa sbarcarono nell’isola e iniziarono a conquistarla. L’avvenimento che cambia tuttavia definitivamente la situazione politico-religiosa dell’Italia meridionale è il Patto o Concilio di Melfi, in Puglia, del 1059. In base all’accordo, gli avventurieri Normanni fecero giuramento di fedeltà al papa e promisero di assoggettare la Magna Grecia al cristianesimo e al monachesimo franco-latino. Con la presa di Palermo e di Bari nel 1071, i conquistatori del Nord procedettero pertanto alla riorganizzazione ecclesiastica dei territori conquistati.
In Sicilia riuscirono facilmente a collocare vescovi franco-latini ma in Calabria, dove le tradizioni greche e ortodosse erano radicate da secoli, trovarono forti difficoltà. Qui la latinizzazione e la germanizzazione, a volte molto violente (deportazione o decimazione della popolazione greco-romana ortodossa rimpiazzata con coloni dalla Provenza e dalla Normandia, frati cattolici e “ baroni “ feudali, fatti venire dal nord Italia e dal nord Europa; distruzione o furto di libri e manoscritti greci; distruzione o asservimento di monasteri greco-ortodossi, diventati dipendenze delle certose franco-latine, scomparsa della lingua greca e cambiamento dei nomi, ecc.) durarono a lungo perché la resistenza della popolazione ortodossa fu vigorosa.
A Reggio l’arcivescovo Basilio fu rimpiazzato con un giovane nel 1089 e si conserva una lettera dell’arcivescovo ove traspare chiaramente la violenza dei conquistatori e di Roma. Vogliamo ricordare, la vicenda, dopo lo scisma del 1054, di due grandi confessori della fede ortodossa, san Luca il Grammatico (+1114) e san Bartolomeo di Simeri (+1131) che si salvarono miracolosamente dalle fiamme del rogo preparato dai franco-latini.
La progressiva separazione dall’Oriente Ortodosso, il crescente controllo sul monachesimo ortodosso e le continue conquiste dei vari occupanti condussero alla decadenza dell’Ellenismo cristiano. A Gerace l’ex monaco aghiorita Atanasio Chalkeòpulos, nominato vescovo latino della città, sostituì il rito greco con quello latino nel 1480 e a Bova, nel Reggino, la stessa cosa fece Giulio Stavriano nel 1572. La decadenza dei monasteri greci, che assommavano a centinaia, era evidente.
Nel 1579 il papa, per ottenere la loro completa latinizzazione e controllo, organizzò tutti i monaci greci della Magna Grecia secondo il modello occidentale, nel noto ordine dei Basiliani. Agli inizi dell’800, dei pochi monasteri di rito greco rimasti il papa ne chiuse 13 in Calabria e per quanto concerne il loro patrimonio, esso venne usurpato in vari modi, come ad esempio con l’istituto della “Commenda”, ossia con l’assegnazione dell’amministrazione dei beni del monastero a laici-nobili che “riscuotevano” le entrate.
Del resto, a cominciare dai Normanni, i vari conquistatori donarono interi monasteri greci e i loro possedimenti ai nuovi monasteri franco-latini (le Certose) fondati da loro stessi. Valga per tutti l’esempio del monastero greco dei S.S. Apostoli vicino a Bivongi (provincia di Reggio Calabria) che divenne possedimento della Certosa di Serra San Bruno fondata intorno al 1084 dal monaco tedesco, Bruno di Colonia, inviato dal papa in Calabria.
I monasteri greci erano un tempo dotati di ricche biblioteche piene di antichi e preziosi manoscritti greci miniati e di laboratori di copisteria (scriptoria). Infatti la Calabria nell’Alto Medioevo (cosa quasi inverosimile se facciamo un paragone con la situazione attuale) era uno dei maggiori produttori di libri e manoscritti del Mediterraneo. Purtroppo nel corso dei secoli queste opere sono state asportate completamente e la maggior parte di essi si trovano al Vaticano o in Spagna. L’unico manoscritto di valore greco del VI sec. ( “il Codice Purpureo” ) che sia rimasto in Calabria, è custodito a Rossano.
In mezzo alla generale latinizzazione si sono salvate due isole linguistiche greche, i paesi ellenofoni della Calabria e nove paesi della Puglia. I loro abitanti fino ad oggi parlano un dialetto con elementi greci antichi, medievali e moderni, prova evidente di ininterrotta presenza ellenica. Per poco sembrò che avrebbero potuto contenere e surrogare questa decadenza secolare i numerosissimi greci e persone di parlata albanese che nel 15°-16° secolo emigrarono dal Peloponneso e dall’Epiro per sfuggire all’invasione turca musulmana. Alla fine la chiesa cattolica non riuscendo a latinizzarli, fu costretta a fondare nel 1914 la diocesi uniata (greco-cattolica) di Lungro per le popolazioni di lingua albanese di Calabria. Per gli albanofoni di Sicilia fu espressamente fondata una simile diocesi a Piana degli Albanesi (in Sicilia), ex Piana dei Greci (la modifica del nome fu voluta dal regime fascista nel quadro della campagna di romanizzazione e cattolicizzazione voluta e perseguita da tale regime) presso Palermo.
E mentre ogni cosa faceva pensare che la Magna Grecia fosse solo argomento di storia e archeologia dal momento che tutta la regione è disseminata di ruderi di templi, monasteri, grotte e località ortodosse, monaci del Monte Athos si sono stabiliti tra i ruderi del Monastero di san Giovanni Therestìs (il Mietitore) nell’autunno 1994. Da allora sacerdoti locali neo-ordinati eseguono funzioni e Divine Liturgie nelle città di Lecce in Puglia, Reggio e Catanzaro in Calabria come pure a Messina e Catania dove risiedono molti studenti greci, greci stabilitisi permanentemente e ortodossi di altre nazionalità. Nel 2000 è terminata anche la costruzione di una piccola chiesa nel paese ellenofono di Gallicianò sull’Aspromonte per le necessità degli ortodossi “ grecanici “ mentre nell’agosto dello stesso anno la comunità di Mandanici (Sicilia Orientale) ha concesso l’uso del Monastero dell’Annunciazione.
Degna di particolare menzione e commovente è il regolare afflusso di pellegrini dalla Grecia che aiutano moralmente e materialmente il ritorno dell’Ortodossia in Magna Grecia. Il tutto avviene con la benedizione di Sua Eminenza Ghennadios, Metropolita d’Italia del Patriarcato Ecumenico con sede a Venezia. E così il vero e proprio “muro della vergogna“ che da secoli divideva le due sponde dello Jonio, grazie a Dio, sta finalmente crollando alla fine di questo millennio dopo essere stato reso impenetrabile agli inizi di esso.
Questa terra ha donato all’Occidente due civiltà (la greco-antica e la greco-cristiana) e soltanto quando aveva contatti con l’Oriente. Giustamente la Calabria è stata definita “terra d’Occidente volta verso l’Oriente“. Le navi degli antichi coloni, i monaci e le sante icone che arrivavano miracolosamente dal mare univano pacificamente le due sponde ioniche. I pellegrini di oggi portano icone, candele, incenso, reliquie, libri liturgici, l’obolo della vedova e lacrime. I santi luoghi hanno iniziato a gloria di Dio, a emanare nuovamente profumi celesti.
Tre sono i fattori che hanno permesso e suscitato il ritorno dell’Ortodossia in Magna Grecia. Primo il vivo desiderio di alcuni calabresi illuminati che hanno sviluppato rapporti con la Grecia ed in particolare con il Monte Athos, cuore della spiritualità cristiana orientale. Secondo la grande e pacifica realtà dell’Unione Europea che permette il movimento indisturbato dei cittadini dei suoi stati membri. Che lo si voglia o no, siamo invitati a vivere nella nostra epoca ove si parla molto di globalizzazione, diaspora, minoranze, diritti umani e “policivilizzazione”. Il terzo fattore è la desacralizzazione del mondo occidentale che ansiosamente va alla ricerca del sacro perfino nelle pericolose sette e nelle religioni esoteriche.
La nostra presenza in un mondo che in passato si era nutrito di testi filocalici (opera ascetiche orientali) è benvenuta e suscita vari confronti, buone curiosità e ricerche interessanti. Oltre a tutto questo, va aggiunto che il disprezzato e “complessato” Mezzogiorno italiano comincia a capire che con la grecità diventa rispettato. In un’epoca in cui la Filocalia e altre opere ascetiche ortodosse conoscono ripetute edizioni, soprattutto al Nord (!), il ritorno della presenza ortodossa in luoghi che un tempo “ producevano “ tale genere di spiritualità ha un’importanza assai rilevante.
La storia la dobbiamo studiare. Popoli senza memoria sono condannati a scomparire nell’odierno livellamento televisivo e consumistico. Per poter spiegare il presente si deve studiare il passato. Ciò, tuttavia, non significa che dobbiamo essere suoi ostaggi. Se non si comunica con la propria epoca, la nostra presenza in questi luoghi si riduce a un vagabondare erudito e turistico. Per noi i luoghi non sono soltanto memoria, museo, perché il museo è il certificato di morte e sepoltura di una civiltà. Parafrasando il verso del salmo si può dire che “ la mia storia mi sta sempre dinnanzi “. Il passato è una realtà in perenne movimento, fluida, indefinita e imprevedibile. Il luogo ispira nuove creazioni. L’antico è nuovo e attuale dato che è percorso dallo spirito della Chiesa.
Nel suo secolare cammino spirituale, l’Ellenismo ha eccelso quando si aprì, quando si incontrò con le altre civiltà. Dobbiamo sempre tenere presente il ruolo importante svolto dalle colonie nell’antichità come pure l’ecumenicità (mondialità) dell’impero romano ortodosso di Costantinopoli. E’ vero che la visita di pellegrinaggio ufficiale di Sua Santità il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, in Calabria e Sicilia, il 19-25 marzo 2001, ci ha donato una particolare benedizione paterna e forza. Tra l’altro Sua Santità ha riportato nel Monastero di san Giovanni Theristis (il Mietitore) vicino a Bivongi, un frammento di sante reliquie dalla Cattedrale della vicina Stilo dove si custodiscono i resti dei tre Santi Nicola, Ambrogio e Giovanni. Nel corso della sua visita il Patriarca ha poi visitato il paese di Seminara, vicino a Palmi e ha inaugurato le fondamenta di una chiesa dedicata ai santi locali Filarete il Giardiniere ed Elia il Giovane. Tale Chiesa è anch’essa in corso di affrescazione da parte di agiografi greci. Il Patriarca ha pure inaugurato una casa monastica vicino alla grotta dove praticò l’ascesi Sant’Elia lo Speleota e fino ad oggi acqua miracolosa scaturisce dalla volta della caverna. Il terreno circostante, comprendente i ruderi dell’antico monastero greco di sant’Elia, è oggi proprietà dei monaci ortodossi.
Giustamente dunque la nostra presenza ortodossa negli ultimi anni in Calabria è segnata dall’epoca prima e dopo la visita patriarcale. Dobbiamo inoltre innalzare inni di lode e ringraziamento al Dio Trino per averci permesso di vedere coperta la Chiesa (Katholikòn) del Monastero di s. Giovanni Therestìs. I lavori sono iniziati nell’ottobre 2001 e sono terminati alla fine del luglio 2002. Ringraziamo caldamente i numerosi pellegrini per l’aiuto prestato.
La Magna Grecia con il suo ricco passato, con una presenza ortodossa viva, con le possibilità e le occasioni offerte dalla “Pax Europea” può rappresentare una tribuna aperta da dove poter parlare e discutere permanentemente. L’interesse sempre crescente degli italiani per la spiritualità ortodossa e l’icona è prova evidente che l’Ellenismo cristiano è una realtà attuale. E Gloria a Dio.


Tratto dal Libro "Ricordando il Monaco Aghiorita Kosmas"
Iskra (Macchia Albanese)LA PRESENZA ORTODOSSA IN MAGNA GRECIA*

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sabato 26 ottobre 2019

Le origini economiche e demografiche dell’insediamento degli arbëreshe in Italia. Dal medioevo alla prima età moderna


di Ardian Muhaj
Centre of Albanological Studies
Insitute of History -Tirana.
Universidade de Lisboa

I tempi e i modi che caratterizzarono la migrazione albanese in Italia sono stati oggetto di riflessione da parte di numerosi studiosi italo-albanesi. La circolazione di merci, idee e uomini tra le due sponde dell’Adriatico ebbe inizio fin dal momento in cui gli abitanti delle due sponde poterono costruire le prime primitive imbarcazioni capaci di affrontare la traversata di quello spazio talassico. Se dunque volessimo porre in termini più definiti la domanda su quando gli albanesi hanno cominciato a emigrare verso la sponda italica, dovremmo comunque fare i conti con un ventaglio di risposte alquanto ampio. Gli studiosi, infatti, non sono riusciti a determinare un preciso inizio cronologico per la prima presenza albanese in Italia meridionale2. Dunque, è necessario distinguere la migrazione degli albanesi dalla migrazione dall’Albania. Essi fanno capolino per la prima volta in documenti storici soltanto alla fine dell’XI secolo, mentre per quanto concerne la geografia dei loro domini «le prime notizie storiche sull’Albania medievale riguardano il tronco centrale dei paesi albanesi compreso grosso modo fra i corsi del Drini e di Shkumbini»3. I contatti commerciali stabiliti con l’Albania non comportarono necessariamente il contatto con gli albanesi: nel XIII secolo la popolazione di porti quali Durazzo, Valona o Alessio rimaneva in gran parte di origine greco-romana, e quando in essa troviamo tracce di residenti albanesi esse riguardano prevalentemente soggetti di appartenenza aristocratica, categoria che non rientrava tra quelle più orientate a emigrare. Nonostante ciò, possiamo comunque ipotizzare che la migrazione dall’Albania sia molto più antica. Per esempio, una delle ipotesi oggetto di studio storiografico vuole che gli Armeni documentati sin dall’IX secolo nel sud della penisola possano in realtà essere “Arbeni” (Αρβανοί, Arbanenses), ossia albanesi4. Quindi, se si considera il prodursi delle condizioni materiali (nonché politiche) affinché quel tipo di emigrazione potesse aver luogo, appare plausibile l’ipotesi secondo cui gli albanesi cominciarono a emigrare nel Mezzogiorno durante il ripristino del potere bizantino in Calabria. Dopo tale evento, e fino alla fine del secolo XV, non si produssero più le condizioni per dare inizio a una migrazione di massa verso l’Italia. Infatti nel corso del secolo XII Bisanzio si distanzia dal sud della penisola italica, per poi cadere sotto dominio occidentale nel corso del Duecento. Le missioni angioine nell’Albania centrale tra 1270 e 1370 non vanno però oltre una dimensione di estemporaneità. Gli ostaggi politici albanesi (in numero esiguo) che gli angioini trasportarono sulle sponde italiane non si possono ascrivere in qualsivoglia storia di migrazione5. La medesima situazione permane fino alla fine del secolo XV. Dopo la caduta dello Stato di Dushan, i baroni locali albanesi non furono in grado di solcare il mare, mentre l’Adriatico si transformava in un “lago” veneziano (secoli XIV e XV). Per lo più a partire dalla fine del XIV secolo e durante tutto il XV, Venezia si impadronì anche del litorale albanese. Questo punto è molto importante per capire quanto leggera (quando non veritiera) sia l’argomentazione che vuole far partire la migrazione albanese già nel XV secolo. Perché è proprio in questa centuria che gli albanesi non hanno accesso non solo al mare Adriatico, ma nemmeno al litorale della odierna Albania. Anche se gruppi di albanesi si sono diretti in Italia nel corso del Cento e del Duecento – quando i poteri normanno e angioino cercarono di mantenere le sponde dell’Adriatico sotto il loro dominio – questa migrazione non assunse le proporzioni che ebbe a partire dalla metà del secolo XIV. È necessario evidenziare, infatti, come il maggior spostamento migratorio nella storia antica del popolo albanese avvenga proprio nel corso del Trecento. La causa principale di questa grande ondata migratoria – così grande da aver indotto molti storici a sostenere, erroneamente, che gli albanesi nel Medioevo fossero un popolo nomade – fu la peste nera. Le maggiori conseguenze della pestilenza si verificarono nei porti e nelle aree urbane, spazi interconnessi dai movimenti migratori. Nel corso dei secoli, gli albanesi si sono distribuiti su un’area di continuità geografica che va dalle Alpi albanesi fino a Corfù. Ma mentre nelle aree interne e montagnose di questa zona erano padroni indiscussi, nelle zone costiere (che vanno da Dulcigno e Scutari a Durazzo e Valona) viveva una popolazione romanizzata o ellenizzata. Il terremoto del 1273 e la peste nera del 1348 crearono un tale calo demografico nelle città costiere dell’Albania e della Grecia nord-occidentale da indurre gli albanesi residenti nell’interno montagnoso ad aggiungere la loro presenza e il loro peso demografico in quei luoghi, determinando così una “apertura dell’Albania”6. Ed è sulla base di queste migrazioni interne che quelle precedenti verso l’Italia non vanno ascritte agli albanesi, bensì alla popolazione costiera che, come abbiamo detto, era di diversa origine. Dunque, è solamente a partire dalla seconda metà del XIII secolo – cioè quando gli albanesi cominciano a scendere dalle montagne verso le coste adriatiche e ioniche – che si può parlare di inizio dell’emigrazione albanese in Italia. A partire dai primi anni del XIV secolo, la popolazione albanese delle città andò incontro a una crescita costante7. È in quel periodo storico che la Tessaglia diviene la prima provincia greca a essere toccata dalla migrazione albanese. A essa seguirono la Morea, la Beozia e l’Attica. Documenti risalenti alla metà di quel secolo fanno invece riferimento a un flusso continuo di migranti verso l’Italia, alimentato dalla necessità economica delle città italiane di forza lavoro dall’Adriatico orientale, molto meno colpito dalle epidemie che imperversavano in quell’epoca nello spazio europeo. Molti di quegli albanesi erano di ceto servile, oppure schiavi (aspetto maggiormente riscontrabile nella seconda metà del secolo XIV). Le dispute tra città italiane, come quella tra Ancona e Venezia alla fine del Trecento – quando una nave che trasportava un centinaio di albanesi diretti a Venezia fu costretta a scaricarli a Pesaro – e le successive petizioni delle autorità veneziane, mostrano la portata del fenomeno8. Ma questi casi specifici, così come questa tipologia migratoria, riveste scarsa importanza per il tema oggetto di studio in questo articolo, perché questi migranti (spesso schiavi) assimilavano rapidamente gli usi e costumi delle società di accoglienza, senza lasciare tracce importanti e durevoli nella società della cultura di cui erano portatori. Quando Venezia si impadronì del litorale settentrionale albanese cercò di porre fine alla tratta degli schiavi, prendendo misure costanti utili al contrasto dell’impoverimento generale e, in particolare, dell’abbandono dei terreni agricoli9. Non aveva dunque interesse a incoraggiare l’emigrazione verso le coste italiane. In Eubea, gli albanesi giunti dal Ducato di Atene10 non ebbero un atteggiamento conflittuale nei confronti di Venezia. Ma il loro insediamento nella Morea non fu certo facile. Dall’inizio del XV secolo, infatti, rappresentavano un pericolo per Corone e Modone11, tanto che a partire dal 1423 l’ingresso degli albanesi in questi porti strategici per il controllo marittimo veneziano è limitato a gruppi che non superassero le dieci unità12. Per i veneziani rappresentavano dunque una componente avversa, e tali rimarranno anche in seguito, come si apprende dai testi che il Senato formula contro di loro ancora una volta nel 1489 13. Inoltre (e contrariamente a quanto si potrebbe pensare) Venezia non manifestò mai interesse a reclutare soldati albanesi, in una fase successiva a quella a cui abbiamo fatto riferimento. Questa posizione ostile da parte della Serenissima era destinata a mutare – specialmente in Morea – al momento dell’invasione turca, quando gli accadimenti dimostrano una riconciliazione tra le comunità albanesi e il potere veneziano. Un testo del 1466 mostra però come, nonostante il cambio di orientamento, il reclutamento di soldati albanesi e greci continuasse a costituire una extrema ratio, come nel caso del governatore di Lepanto, che a essi ricorse solo a fronte delle numerose perdite tra le truppe veneziane14. In sintesi, la politica di Venezia nei confronti degli albanesi si adattava a quelle che erano le specifiche situazioni territoriali, non esitando a vietare a Corfù quello che, per esempio, incoraggiava in Morea15. Quello che è certo è che essa non ebbe mai intenzione, prima della fine del XV secolo, di utilizzarli ai fini di una colonizzazione militare. Come ha evidenziato Matteo Mandalà, la narrativa storiografica antica sugli insediamenti albanesi nel Mezzogiorno italiano e nella Sicilia rimane poco affidabile, in quanto in quella tradizione vi era una forte tendenza alla falsificazione. Il sospetto che la tradizione storiografica arbëreshe fosse compromessa da falsificazioni era abbastanza diffuso, ma è soltanto negli ultimi anni che esso si è trasformato in certezza16. Questo si deve soprattutto al contributo di studiosi di grande merito scientifico come il sopracitato Mandalà, Francesco Giunta e Paolo Petta. Il primo dato certo sulla presenza di insediamenti albanesi in Italia è quello del 1482, anno che segna l’approvazione dei più antichi capitoli di una colonia greco albanese, quella di Palazzo Adriano. Dopodiché l’altro unico documento attestante con certezza un insediamento albanese in Italia meridionale nel XV è rappresentato da quello del capitolo di Biancavilla del 1488 17. Quindi è evidente come tutta la tradizione storiografica che collocava l’origine dei primi insediamenti prima del 1482 (data della fondazione di Palazzo Adriano) sia risultata falsa, in quanto basata su documenti non coevi, ma prodotti solamente nel XVII secolo. In particolare, si deve a Francesco Giunta la conclusione secondo la quale i due documenti che facevano risalire le origini di alcune famiglie italo-albanesi al 1467 (da consanguinei di Giorgio Castriota Skanderbeg) risultavano contraffatti. Dopo aver cercato – senza esito – nell’archivio della Corona d’Aragona due documenti datati a Barcellona nel 1467, e già pubblicati da Giuseppe Schirò18, Giunta ha avuto modo di affermare che, in realtà, in quel fondo quei documenti non esistevano. Questo perché, secondo la sua opinione, quegli atti erano sì stati fabbricati in Sicilia, ma il falsificatore non aveva tenuto conto delle burrascose vicende che caratterizzarono il regno di Giovanni II d’Aragona, dal momento che egli entrò in quella città solamente dopo il 1472 19.
Di quelle scritture mendaci si è occupato anche Matteo Mandalà, il quale ha sottolineato come esse abbiano «un’importanza capitale perché hanno costituito alcuni dei capisaldi più incrollabili della storiografia arbëreshe»20. Quei falsi, nel tempo divenuti – al pari di altri documenti – sacre reliquie della storiografia arbëreshe, «per ben due secoli sin dal primo storico arbëresh Pietro Pompilio Rodotà, che non a caso tra gli albanesi giunti in Italia ricordò quelli che vi “vennero l’anno 1467 in cui finì la vita il loro príncipe”21, furono continuamente menzionati a sostegno di un’impostazione storiografica che tentava di costruire un mito delle origini storiche delle comunità albanesi d’Italia. L’operazione, sarebbe superfluo precisarlo, ebbe successo»22. Altrettanto infondata è l’affermazione secondo cui nelle colonie italo-albanesi si sarebbero distribuiti i discendenti delle famiglie che avevano governato, prima della conquista turca, le varie regioni dell’Albania 23. Secondo questa tradizione storiografica costruita ad hoc, le prime massicce emigrazioni cominciarono verso il 1448, quando Alfonso d’Aragona chiamò in soccorso alcune colonie militari albanesi guidate da Demetrio Reres per far fronte agli angioini che tentavano di riconquistare il Regno24. Pochi anni dopo, altri vi furono condotti da Skanderbeg, a sostegno del successore di Alfonso, suo figlio Ferrante. Di conseguenza «è proprio verso la metà del XV secolo che può datarsi un vero e proprio stanziamento albanese in Italia meridionale»25. Secondo questa narrativa in quell’occasione un buon numero di soldati si stanziò in varie parti della Calabria, ripopolando così parecchi casali26. Ma la verità è che nessuno seppe mai dimostrare dove, di preciso, quel “buon numero di soldati” mise radici. La questione si palesa in tutta la sua complessità nel momento in cui ci si rende conto che questa narrazione si è basata su una serie di documenti non veritieri la cui autenticità, però, «da duecento anni costituisce quasi un atto di fede per gli italoalbanesi»27, costituendo una tradizione storiografica che ha di fatto contaminato non solo la storiografia arbëreshe, ma anche quella albanese, sia in Albania che in Kosovo. Vari infatti sono i casi speculari a quelli della storiografia arbëreshe 28, dove un numero corposo di studiosi ha rilanciato nei propri lavori determinate tesi, perpetuando in questo modo gli errori dei loro predecessori 29. La tendenza a costruire dei miti sull’Albania medievale condusse spesso gli storici a distorcerne geografia e demografia. Per esempio, si arrivò a utilizzare, indifferentemente e in maniera equivalente, il Peloponneso greco (ove si trova la citata regione della Morea) e l’Albania. Oppure a presentare quest’ultima come un territorio ampio e densamente popolato30, mentre in realtà l’Albania di Skanderbeg, nella sua estensione massima, non arrivò a superare di un quarto la nazione odierna (e senza contare il Kosovo e altri territori abitati da popolazione di origine albanese). Era difatti una regione priva di qualsiasi accesso sull’Adriatico, che non annoverava tra i suoi possedimenti città di primo piano quali, da un lato, Scutari, Dulcigno – oggi in Montenegro – Alessio, Durazzo (all’epoca sotto controllo veneziano) e dall’altro Valona, Argirocastro, Berat, Ohrid (sotto controllo ottomano). Rispetto a queste due “Albanie” coeve (quella veneziana e quella ottomana), l’Albania di Skanderbeg rappresentava sicuramente la parte economicamente più povera, meno popolata e più sterile sotto un punto di vista agricolo, dal momento che era prevalentemente montagnosa. Molto lontana dunque dalla parte veneta, più ricca e importante, che comprendeva i centri urbani più dinamici e le maggiori superfici adibite a coltura. Infine, dopo la morte di Skanderbeg, Kruja (Croia), l’unico centro urbano di una relativa importanza, viene inglobato nell’Albania veneta31. Le distorsioni interpretative che abbiamo presentato fino a questo punto trasformarono il discorso storiografico in una narrazione più vicina al genere letterario, romanzesco (con grandi imprecisioni storiche), in cui l’autorità del reale – determinata da una corretta analisi delle fonti – veniva soppiantata dall’autorità dell’enunciato. A nostro parere, non vi è dubbio sul fatto che sia la campagna antiottomana intrapresa da Skanderbeg, sia la sua morte nel 1468 non ebbero alcuna influenza sulla migrazione albanese in Italia32. Si tratta di una narrativa “mitizzata” di una migrazione epico-eroica, di genti che resistevano all’invasione turca proteggendo l’Europa intera per poi giungere in aiuto dei sovrani aragonesi nella lotta contro i loro nemici, che fossero gli angioini o i baroni locali. La storia si trasforma così in favola, e con essa anche la geografia dei luoghi, fondati dai soldati del valoroso condottiero33. Dunque, il tema dell’emigrazione e dell’insediamento delle comunità arbëreshe in Italia è stato storiograficamente dipanato mediante il vecchio approccio che pone una forte enfasi su eventi drammatici della storia, proprio come se non ci fosse storia al di là di questi grandi eventi. Non è sufficiente vincolare le migrazioni degli albanesi ad avvenimenti ben noti e documentati come la caduta di Corone nel 1532 34 o la caduta di Scutari nel 1479. Infatti, dopo la caduta di quest’ultima città in mano ottomana la sua popolazione fu evacuata verso Venezia, secondo le disposizioni previste dall’accordo di pace tra la Serenissima e gli ottomani. Ma gli scutarini emigrati a Venezia si integrarono con una certa facilità nella società italiana, tanto che già nel XVI secolo ne erano stati pienamente assimilati. Tale processo fu favorito dalle condizioni di partenza di molti di loro, in quanto cattolici e latinofoni prima della loro migrazione verso la penisola italica. Al contrario, con la caduta di Corone e di altri luoghi del Peloponneso, si produssero condizioni diverse che aiutarono i greco-albanesi a mantenere l’identità per secoli, e che possiamo sintetizzare in una doppia dinamica: una di distinzione (religiosa) e un’altra di continuità (migratoria)35. Nel corso del XVI secolo, la presenza asburgica nell’Italia meridionale e gli interessi di quella corona nelle isole dello Ionio e del Peloponneso contribuirono a mantenere una corrente continua di comunicazione e scambio tra le due sponde di quel mare36. Venne dunque a prendere forma un vincolo permanente con l’antica patria che, per il suo carattere unidirezionale, contribuiva a rinforzare la comunità con nuovi elementi37.



Nel caso degli italo-albanesi si assistette a un fenomeno particolare e complesso: una diaspora nella diaspora, ossia di albanesi emigrati prima in Morea e Grecia durante i secoli XIV-XV, e successivamente passati in Italia. L’origine degli arbëreshë è la Morea, il Peloponneso e non l’Albania; dunque gli italo-albanesi non possono essere altro che greco-albanesi38. La tesi secondo la quale essi sarebbero originari dell’Albania odierna è un’invenzione romantica che non trova conferma né nella memoria storica degli arbëreshë e nemmeno nella documentazione coeva39. Solo il dominio spagnolo-asburgico poteva creare le condizioni politiche per la migrazione e l’insediamento delle colonie albanesi. Come detto, la loro presenza e i loro interessi sia nel Sud Italia che nel Peloponneso disegnavano un’area di continuità dotata di importanza strategica. Non esiste esempio migliore per illustrare ciò del caso dell’evacuazione di Corone, una città veneziana i cui abitanti furono meglio accolti dagli spagnoli che dagli stessi veneziani. Il contingente demografico più importante nella storia degli insediamenti degli albanesi in Italia fu costituito dagli stradioti. All’epoca del dominio spagnolo Napoli reclutò numerosi stradioti nel tardo XV inizio XVI secolo, che furono innanzitutto impiegati dalla Spagna nella spedizione italiana di Gonzalo Fernández de Córdoba (“Gran Capitan”)40. La maggior parte di essi non proveniva dall’Albania, ma dai domini veneziani in Grecia meridionale e centrale, vale a dire la Malvasia (Monemvasia), Modone, Corone, Napoli di Romagna (Nauplion), Mani e Lepanto (Naupaktos)41. Alla fine del Quattrocento alcune compagnie di stradioti si trasferirono sulle isole ionie sotto controllo di Venezia (quali Corfù, Cefalonia e Zante)42. Successivamente, altri stradioti furono inviati sul confine veneto-ottomano, in Friuli, e nelle fortezze dalmate di Sebenico, Spalato, Zara e Bocche di Cattaro43. Un importante fattore nel diffuso impiego di stradioti da parte prima della Repubblica di Venezia, e poi di altri Stati (in particolare quelli sotto dominio asburgico), era quello economico. La retribuzione degli stradioti era infatti più bassa rispetto a quella di altri soldati reclutati44. Tra gli ultimi due decenni del XV secolo e l’inizio del XVI Venezia era la potenza che più necessitava dell’apporto militare degli stradioti. Ma dopo la caduta di Durazzo nel 1501 e l’accordo con gli ottomani, gli stradioti divennero non più utili per Venezia, vedendosi nella necessità di procurare “nuovo impiego” da altre parti. La scelta ricadde con una certa ovvietà sulla corona spagnola. Infatti, se da un lato è vero che fu Venezia a introdurre gli stradioti in Italia, dall’altro la Spagna imperiale rientrava facilmente nel loro orizzonte, per la vicinanza geografica e per le immense opportunità che il suo impero lasciava scorgere. Gli stradioti non erano mercenari in senso stretto, bensì rifugiati che mantenevano sé stessi e le loro famiglie in esilio mediante l’abilità nell’utilizzo delle armi. Erano soldati di ventura seguiti ovunque da mogli, bambini e preti, e durante le guerre di religione tentarono anche di emigrare verso le regioni del Nord, quali i Paesi Bassi, l’Inghilterra e la Francia. Si è stimato che il numero di stradioti albanesi e greci che si stabilì nei territori veneziani e in Italia raggiunse il numero di 4.500, che arriva a circa 15.500 se nel conteggio si includono i membri delle loro famiglie. Se si considerano anche quelli stabiliti in Italia meridionale e in Sicilia, la cifra si avvicina alle 25.000 unità45. Lo studio dei nomi non indica affatto che la maggior parte di loro giunse direttamente dall’Albania, come affermato da alcuni autori. Tra i francesi erano conosciuti come estradiots e Argoulets perché pare che un numero significativo di truppe al servizio dei francesi era originario di Nauplia, nei pressi dell’antica città greca di Argos46. Nel 1538, dopo che i veneziani ebbero abbandonato Corone, il governo spagnolo insediato a Napoli (vicereame) accolse molti rifugiati provenienti da quella città del Peloponneso e dalle sue vicinanze. La corona spagnola continuò a impiegare stradioti nel XVII secolo, soprattutto nella città partenopea47. Il reclutamento e il mantenimento di truppe stradiote proseguì, come accennato, fino agli inizi del secolo XVIII. Una forza balcanica di stradioti ha servito il Regno delle Due Sicilie tra 1735 e il 1820 48. Avviandoci verso le conclusioni, è importante ribadire come l’emigrazione dall’Albania verso l’Italia abbia avuto inizio secoli prima del tempo di Skanderbeg, la cui figura è servita per la costruzione di un’origine eroica, epica di tale migrazione, così come avvenuto per altre diaspore nel corso della storia. La migrazione arbëreshe non raggiunge il suo apice nel corso del Quattrocento, bensì nel XVI secolo.Già nel XVII secolo i primi intellettuali arbëreshë hanno potuto utilizzare il mito di Skanderbeg, in forma definita49. Esso è stato costruito durante il secolo precedente, secondo la narrativa di Barleti, della cui maestria letteraria non furono vittime i soli italo-albanesi50. Non furono certo essi a costruire il mito di Skanderbeg; semplicemente, vincolarono le loro origini alla narrazione più consistente e ben nota del loro tempo, seguendo la logica dell’epoca più che i fatti storici, linguistici o geografici. È così che si è creata una “simbiosi di miti”, tra quello di Skanderbeg elaborato da Barleti e quello degli arbëreshë arrivati in Italia dall’Albania di Skanderbeg. La loro credibilità in quanto miti non discendeva direttamente dalla storia che essi narravano, quanto dal fatto che erano stati abilmente collegati alla figura e alla gesta di Giorgio Castriota Skanderbeg, vero e proprio elemento mitopoietico della storiografia arbëreshe, utile ad alimentare una migrazione immaginaria della provenienza degli italo-albanesi che nega di fatto il legame (reale) con la regione della Morea51. Della zona di dominio di Skanderbeg non si documenta alcun movimento migratorio. I territori di Skanderbeg compresero le aree montagnose di Kruja (Croia), Mati, Dibra e Çermenika. L’unica parte dove Skanderbeg poteva accedere al litorale Adriatico era il capo Rodoni e forse lo sbocco di Ishmi, punti litorali senza importanza e non atti a sviluppare qualsiasi infrastruttura portuale. Al contrario aree quali le città veneziane (Scutari, Durazzo, Alessio e Dulcigno) fornirono il più importante contingente di emigrati albanesi, specialmente dopo la caduta di Scutari e Alessio sotto dominio ottomano. Essi però si recarono nel Veneto e non nel Mezzogiorno. A metà del XV secolo gli albanesi a Venezia erano organizzati in associazioni o confraternite al pari delle altre comunità residenti nella città lagunare, finendo però per assimilarsi ben presto alla popolazione veneta52. Anche la conservazione del rito greco è utilissima a definire la loro provenienza geografica. Gli arbëreshë rimasero sotto il Patriarcato di Ocrida fino alla metà del XVI secolo, allorquando, con la Controriforma, furono sottoposti alla giurisdizione delle diocesi latine. Quando si afferma che le colonie italo-albanesi dell’Italia meridionale si formarono dopo il 1468 (anno della morte di Giorgio Castriota Skanderbeg), a seguito della migrazione di popolazione dalla parte meridionale del territorio albanese per sfuggire all’avanzata ottomana, non si deve dimenticare che la distribuzione geografica delle comunità arbëreshe mostra come la maggior parte degli insediamenti siano diffusi nell’Italia ionica, soprattutto in Sicilia, Calabria e Basilicata. Come abbiamo più volte sottolineato, l’origine di questi insediamenti non è l’Albania, ma la Morea o la Grecia ionica. Questa “diaspora della diaspora” conservò l’identità albanese per secoli, molto meglio degli albanesi che migrarono in Italia dalle sponde adriatiche dell’Albania. La documentazione dei secoli XIV e XV spiega questo sviluppo differente. Gli albanesi dell’Adriatico migrarono come forza lavoro, in molti casi servile, in età relativamente giovane, liberi o senza le loro famiglie, dunque più suscettibili all’assimilazione da parte della società italiana. Gli albanesi giunti dall’Albania ionica e dalla Grecia, migrando verso le sponde ioniche dell’Italia meridionale, poterono mantenere molto più facilmente i legami con la loro terra d’origine, mentre con altrettanta facilità si insediavano sui territori con i loro gruppi o le loro famiglie. Gli indicatori più immediati dell’identità culturale arbëreshe sono l’uso della parlata albanese e, come detto, la permanenza del rito greco53. L’illustrazione della specificità linguistica e culturale albanese affiora già nel Tesoro di notizie su de’ macedoni (1777) di Niccolò Chetta. Tale specificità è poi preminente nelle opere di altri autori, quali (e soprattutto) Girolamo De Rada. Le varietà italo-albanesi (arbëresh) sono parlate in circa 50 località, distribuite in Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia54. Gruppi albanofoni emigrati da queste comunità sono presenti in diverse città italiane, oltre che negli Stati Uniti, in Argentina e in Brasile. Nella geografia della lingua albanese si distinguono le varietà gheghe, parlate nell’Albania settentrionale, nel Kosovo e nella Macedonia, e le varietà tosche, parlate nelle zone meridionali; a queste si aggiungono le varietà albanesi parlate in Grecia e nell’Italia meridionale55. La base comune delle parlate italo-albanesi presenta somiglianze linguistiche tra il dialetto arbëresh d’Italia e quella degli Arvaniti della Grecia. Ambedue sono, sotto molteplici aspetti, affini al dialetto tosco dell’Albania meridionale56. La chiesa ortodossa ha aiutato le comunità arbëreshe a preservare la propria identità all’interno del cattolico Mezzogiorno italiano, evitando la loro italianizzazione. Lo stesso non è però successo nell’Italia settentrionale e nella Dalmazia. Gli stradioti hanno avuto un ruolo fondamentale nella fondazione di chiese greche, uniati od ortodosse a Venezia e a Napoli, così come in Dalmazia. In varie fonti storiche, gli stradioti furono chiamati “greci”. Questo perché continuava il processo di ellenizzazione degli stradioti albanesi, che ebbe luogo ancor prima della loro emigrazione in Italia57. Dunque, un elemento che ha reso possibile che all’interno di quella diaspora si preservasse la loro identità fu proprio il servizio militare reso sia in Italia sia in altri paesi europei, in quanto esso ha rallentato – e in alcuni casi invertito – quel processo di ellenizzazione. Per questo, anche se solo una piccola parte di albanesi della Grecia emigrarono in Italia, hanno mantenuto la loro identità più facilmente degli arvaniti rimasti in Grecia. A essi diamo il nome di arbëreshë.

2 F. Giunta, Albanesi in Sicilia, cur. M. Mandalà, Palermo 2003, p. 11. 3 P. Xhufi, Romanità e bizantinismo nell’Arbanon medievale. Giorgio Castriota Skanderbeg e l’identità nazionale albanese, Atti del Convegno internazionale di Studi Albanologici (Palermo-Santa Cristina Gela, 9-10 febbraio 2006), cur. M. Mandalà, Palermo 2009, pp. 283-284. Gran parte degli studiosi albanesi è convinta che l’attuale habitat degli albanesi sia il risultato di un continuo processo di contrazione, anziché di espansione. A. Buda, Problemes de l’histoire de l’Albanie, Actes du II Congres international des Etudes du sud-est europeen (Athens, 1972), t. I, pp. 90-92; E. Çabej, Vendbanimi i hershëm i shqiptarëve, in «Buletin i Universitetit te Tiranës, seria e Shk. Shoqërore», I, 1962, pp. 219-226; A. Ducellier, L’Arbanon et les Albanis au XI siècle, in «Travaux et memoires», III, 1968, pp. 355-356. 4 I bulgari presenti a Rimini nei secoli X e XI, di cui parla Guillou, sono certamente originari dell’Albania centrale, perché a quei tempi la colonizzazione bulgara si estendeva sull’Albania orientale e centrale (cfr. A. Guillou, Migration et présence slaves en Italie du VIe au XIe siècle, in «Recueil des travaux de l’Institut d’Etudes byzantines», 1973, 14/15, p. 12). Ma quando si afferma che l’imperatore bizantino Niceforo Foca (X secolo) abbia tradotto nelle zone riconquistate della Calabria gruppi di popolazione armena, a nostro parere si tratta in realtà di “Arbeni” (come detto in precedenza: albanesi). 5 Il riferimento è agli ostaggi politici deportati in Italia dai re angioini come garanzia politica. A tal proposito, si veda L. Thallóczy, C. Jirečec et E. Šufflay, Acta et diplomata res Albaniae mediae aetatis illustrantia, I, Vienna 1913, nos. 279, 280, 289, 333, 342, 354, 387, 392, 454, 473, 808.

6 «La participation d’Albanais à la vie économique, et encore bien plus, politique de l’Empire byzantin, est plus que problématique avant le XIIIe siècle»; A. Ducellier, Les Albanais a Venise aux XIVe et XVe siècles, in «Travaux et Mémoires», II, 1967, p. 405. 7 Si possono riscontrare numerosi esempi in Thallóczy, Jirečec et Šufflay, Acta et diplomata res Albaniae cit.8 Archivio Segreto Vaticano (d’ora in avanti asv), Senato. Misti, XI, 1, fl. 138v; G. Valentini, Acta Albaniae Veneta saeculorum XIV e XV, II, nr. 469, f. 116-117, 22 maggio 1391, Palermo-Munchen 1967. 9 asv, Senato. Misti, XLIII, fol. 145-145v, 11 agosto 1396; Ducellier, Les Albanais a Venise cit., p. 408. 10 W. Miller, Essays on the Latin Orient, Oxford 1908, p. 129 (garantia di Pedro IV); F. Gregorovius, Geschichte der Stadt Athen im Mittelalter, II, Stuttgart 1889, pp. 229, 303. 11 «Da Coron e Modon chomo infiniti Albanexi eser vegnudi a daniziar per fina soto i casteli dele parte de Modon, e robado molte aneme e menadonde via» (Codice Morosini, pp. 127-128). 12 «De non permittendo... dictos Albanenses intrare loca nostra Coroni et Mothoni cum personis ultra decem»; C. Sathas, Documents inédits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen Age, I, Paris 1880, n. 90, p. 151, 30 agosto 1423. 13 «Committuntur quotidie per Stratiotas et Albanenses territorii Corense bannitos, indomitam et superbam nationem»; Sathas, Documents inédits cit., VII, n. 96, p. 47, 31 ottobre 1489. 14 «Multi ex illis stipendiariis nostris mortui sunt, et eorum loco remissi fuerunt Greci et Albanenses»; Senato Mar.
VIII, c. 69; Ivi, VII, n. 7, p. 4, 28 aprile 1466. 15 Dal 1473 la Serenissima funse da intermediario tra un gruppo di 10.000 greci e albanesi in Morea e a Zante e il vescovo locale, per favorirne l’insediamento in luoghi disabitati e il relativo trattamento quali sudditi di Venezia; Sathas, Documents inédits cit., I, n. 183, pp. 269-271, 8 giugno 1473. 16 M. Mandalà, Mundus vult decipi. I miti della storiografia arbëreshe, Palermo 2007, pp. 17-18. 17 G. La Mantia, I capitoli delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia dei secoli XV e XVI, Palermo 1904, pp. 33, 38, 45; Mezzojuso 1501 e Contessa 1520. 18 G. Schirò, Gli Albanesi e la questione balcanica, Roma 1904, pp. 216-218. 19 F. Giunta, Non solo Medioevo. Dal mondo antico al contemporaneo, I, Palermo 1991, pp. 206-20720 Mandalà, Mundus vult decipi cit., p. 19. 21 P.P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1763, p. 52. 22 Mandalà, Mundus vult decipi cit., p. 21. 23 Questa tesi ha trovato conforto in un’abbondante produzione di documenti, la cui falsità è abbastanza palese, e in base alla quale una serie di famiglie italo-albanesi hanno cercato di retrodatare il loro status nobiliare (cfr. P. Petta, Despoti d’Epiro e principi di Macedonia. Esuli albanesi nell’Italia del Risorgimento, Lecce 2000, pp. 16-17). 24 Pare che con Demetrio Reres si continui. «Contessa fu la più antica colonia siculo-albanese ad essere fondata nel 1448, e i suoi capitoli videro la luce solo nel 1520». F. Di Miceli, Condizione contadina di un comune Arbresh all’interno della Sicilia nei secoli XVI-XVII, Atti del Convegno internazionale di Studi Albanologici (Palermo-Santa Cristina Gela, 9-10 febbraio 2006), cur. M. Mandalà, Palermo 2009, p. 102. 25 M. Bolognari, Introduzione: Emigrazione, etnicità, identità, in La diaspora della diaspora. Viaggio alla ricerca degli Arbëreshë, cur. M. Bolognari, Pisa 1989, p. 17. 26 E. Tagliente, Le comunità cristiane albanesi nel tarentino dal Concilio di Trento al 1622, Taranto 1982, pp. 16-17. La stessa interpretazione è data anche da molti altri autori, tra cui: Rodotà, Dell’origine, progresso e stato del rito greco in Italia, cit., III; E. Pontieri, La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Contelles, Napoli 1963. 27 P. Petta, Stradioti. Soldati albanesi in Italia (sec. XV-XIX), Lecce 1996, pp. 14-17. 28 Come succede nel caso di Ignazio Parrino (Da Crispi a Sturzo nella storia di Palazzo Adriano, Palermo-Palazzo Adriano 1995) che «è riuscito a ingannare un illustre storico come Ch. Duggan, inducendolo a scrivere che Palazzo Adriano “era stata fondata sul finire del Quattrocento da albanesi in fuga dai turchi” e la sua funzione “di carattere militare: contribuire a proteggere l’isola contro l’invasione”» (C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Bari 2000, pp. 4-5; Mandalà, Mundus vult decipi cit., p. 145). 29 T.P. Jochalas, Nomi e cognomi greci nelle comunità greco-albanese d’Italia, Atti del Congresso di Studi Arbëreshë, (Manheim 1987), p. 151. 30 Vedi per esempio R. Cessi, Un falso diploma di Lotario (839) ed il delta di S. Ilario, Atti e memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova, XXXVII, 1921, pp. 133-147; Alessio Sopracasa sui falsi del monastero veneziano dei Ss. Ilario e Benedetto (secc. IX-XIV), in «Storia di Venezia - Rivista», II, 2004, p. 129. 31 Skanderbeg morì ad Alessio (dove oggi si trova il suo mausoleo), allora parte dell’Albania veneta, il 17 gennaio del 1468. Dopo la sua morte, Venezia si impadronì di Croia, che era la capitale del territorio controllato dal Castriota. 32 Paolo Petta spiega come i Castriota e gli altri nobili albanesi non si erano inseriti nella comunità albanese, bensì nella corte napoletana. P. Petta, L’esodo dei Coronei. Una pagina della storia degli Italo-Albanesi, in «Incontri meridionali. Rivista quadrimestrale di storia e cultura», 1996, 1/3, p. 53

33 Come ricorda Matteo Mandalà, i luoghi di colonizzazione albanese in Italia «non potevano non essere stati fondati dai valorosi e vittoriosi soldati di Castriota. L’effetto giustificava la causa e questa il suo effetto» (Mandalà, Mundus vult decipi cit., p. 75). 34 Giunta, Albanesi in Sicilia, cit., p. 11. 35 La maggior parte di essi veniva reclutata dalla Serenissima nel Levante. Esiste anche notizia di arrivi spontanei, di gruppi di stradioti che venuti a conoscenza di guerre in corso partivano dal Levante a proprie spese, così come sappiamo di capi stradioti che in determinate situazioni arruolarono e portarono uomini in Italia a loro spese. Cfr. Petta, Stradioti. Soldati albanesi in Italia cit., pp. 43-44. 36 La migrazione albanese dalla Morea al Mezzogiorno italiano è un fenomeno continuo durante i secoli XVI e XVII, e sporadicamente anche nel XVIII. Tra il 1570 e il 1589 il loro numero aumenta con ritmo straordinario (quasi 10% in sole due decadi). Questo aumento non si può ricondurre alla crescita demografica senza tenere conto del fenomeno migratorio. Secondo Francesco Giunta, la consistenza numerica delle comunità albanesi andava dalle originarie 7.500 unità (circa) alle 8.234 del 1570, fino alle 8.958 del 1589 (cfr. Giunta, Albanesi in Sicilia, cit., p. 15). 37 «Nel regno di Napoli capitò anche che bande di stradioti congedati si trasformassero in predoni, intenti a battere le zone di campagna: non risulta invece che nulla di simile sia mai accaduto in Veneto» (Petta, Stradioti. Soldati albanesi in Italia cit., p. 61).

38 Jochalas, Nomi e cognomi greci cit., p. 152: «Che popolazioni albanesi, provenienti dalla Grecia e non dall’Albania si siano stabilite in Italia, ci è noto non solo dalla tradizione orale degli italo-albanesi o dalla presenza di molti toponimi greci nella loro poesia popolare [...] in cui il Peloponneso e non l’Albania viene ritenuta la loro vera patria». 39 Quando afferma che «ritengo che per Palazzo Adriano possa essere preso come termine post quem il 1468, l’anno della morte di Skanderbeg» (Giunti, Albanesi in Sicilia, cit., pp. 18-19), anche Giunta pare dimenticare che la morte di Skanderbeg non ebbe nessun impatto politico e demografico. Come ribadito in testo, la zona più importante dell’Albania sotto il profilo demografico non era affatto la zona controllata Skanderbeg, bensì quella dell’Albania veneziana. 40 In Calabria, Gonzalo Fernández poteva contare sull’apporto di duecento “estradiotes Griegos” (Historia del Rey Don Fernando el Catolico: De las empresas y ligas de Italia, libro V, p. 3; apud Petta, Stradioti. Soldati albanesi in Italia cit., p. 65). La Spagna, già nel 1496, arruolò ben 27 compagnie di stradioti. 41 N. Cheetham, Medieval Greece, New Haven 1981, pp. 195-207; M.E. Mallet, J.R. Hale, The Military organization of a Renaissance State, 2006, pp. 47, 50; cfr. anche P. Topping, Albanian Settlements in Medieval Greece: Some Venetian Testimonies, in Essays in Honor of Peter Charanis, cur. Angelike E. Laiou Thomadakis, New Brunswick, N.J. 1980, pp. 261-271. 42 K. Mpires, Oi Arvanites, oi Dorieis tou neoterou Hellenismou, Athens 1960, pp. 156-162; A. Vakalopoulos, Historia tou Neou Hellenismou, III, Thessalonike 1968, pp. 79-88. 43 Mallet, Hale, The Military organization of a Renaissance State, cit., p. 173. 44 Ivi, pp. 375-380, 447. A Venezia, un muratore guadagnava più di uno stradiota. Non a caso, gli stradioti «arrivavano dal Levante coi loro cavalli sulle navi veneziane, ma tornavano di solito appiedati, dopo aver venduto gli animali a ottimi prezzi ai cavalieri italiani» (Petta, Stradioti. Soldati albanesi in Italia cit., p. 61).
45 Mpires, Oi Arvanites cit., p. 172. 46 K. Sathas, Hellenes stratiotai en tei dysei kai he anagennesis tes hellenikes taktikes, Athens 1885, pp. 11-14. 47 I.K. Chasiotes, La comunità greca di Napoli e i moti insurrezionali nella penisola Balcanica meridionale durante la seconda metà del XVI secolo, in «Balkan Studies», 10, 1969, pp. 279-288; V. Giura, La Comunità Greca di Napoli (1534-1861), in Storie de Minoranze Ebrei, Greci, Albanesi nel Regno di Napoli, Napoli 1982, pp. 119-156. 48 R. Manselli, Il reggimento albanese Real Macedonia durante il Regno di Carlo di Borbone, in «Archivio Storico per le Provincie Napoletane», vol. 32 (1950-1951), pp. 143-145; N.C. Pappas, Balkan Foreign Legions in Eighteenth Century Italy: Reggimento Real Macedone and Its Successors, in Nation and Ideology: Essays in Honor of Wayne S. Vucinich, cur. I. Banac, J. C. Ackerman and R. Szporluk, Boulder, Colorado 1981, pp. 35-39.
49 Nel corso del primo quarto del Settecento le comunità albanesi in Italia non disponevano ancora di una loro tradizione storiografica (Mandalà, Mundus vult decipi cit., p. 22). 50 Marin Barleti (Scutari 1450-Roma 1513), scrittore e religioso albanese. Autore della biografia più nota di Skanderbeg, intitolata: Historia de vita et gestis Scanderbegi, Epirotarum principis, Roma 1508-10. 51 Matteo Mandalà fa riferimento al grave danno culturale subito dalla memoria storica della comunità albanese d’Italia. Cfr. M. Mandalà, Paolo Maria Parrino e le origini dell’ideologia albanista, in Aspetti della cultura bizantina ed Albanese in Sicilia, cur. P. Di Marco-A. Musco, Palermo 2005, pp. 32-34. 52 Matricola, cap. LXXXVII, aprile 1454; Ducellier, Les Albanais en Venise cit.

53 «Gli Albanesi avevano rinforzato la decadente tradizione religiosa degli Italo-Greci» (I. Parrino, L’autonomia amministrativa dei siculo-albanesi e gli sviluppi socio-politici conseguiti nei secoli XVIII-XIX, Atti del Congresso di Studi Arbëreshë, (Manheim 1987), p. 209). 54 M. Brunetti, “Presentazione”, La diaspora della diaspora. Viaggio alla ricerca degli Arbëreshë, cur. M. Bolognari, Pisa 1989, p. 7. 55 S. Demiraj, Gjuha shqipe dhe historia e saj, Tiranë 1988. 56 M. La Piana, I dialetti siculo-albanesi, in Giunta, Albanesi in Sicilia, cit., pp. 71-100. 57 Giura, La Comunità Greca di Napoli cit., pp. 121-127.

Articolo estratto da BASILISKOS Rivista specialistica annuale dell’ISSBAM Istituto di Studi Storici per la Basilicata Meridionale Via Carlo Alberto, 205 – 85044 Lauria (Pz) issbam@gmail.com.





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martedì 15 ottobre 2019

PERCHE' IL GRECO

Nando Elmo con Padre Emiliano Fabbricatore
Ho discusso tante volte con padre Nilo e padre Emiliano delle cose di cui scrivo qui sotto. Erano d'accordo con me. Dedico lo scritto alla loro memoria.
PERCHE’ IL GRECO.
Di Nando Elmo i Kaluqravet
"Le chitarre nei canti e i preti stonati
hanno fatto il resto, decretando l’eclissi del sacro".
(Paolo Rumiz: Il filo Infinito. Feltrinelli 2019)
Certo, le cose imparate da bambino, da ragazzo, non te le levi più di mente. Non mi resta in mente il tedesco che sembra attaccato con lo sputo nella mia memoria per quanto vi torni e vi ritorni anche con pervicacia da “calabrese”, da testa dura. Gli è che ho incominciato troppo tardi a studiarlo. Leggo qualcosa di Mann (Tonio Kröger) con testo a fronte, ma parlare – non se ne parla proprio. E quando a Friburgo in Bisgrovia mi sono perso, col telefono che non prendeva, disperato ho cercato informazioni dai passanti in inglese che nessuno capiva – e pure si dice che i tedeschi sanno tutto loro. Certo, non era come a Salisburgo dove ho conversato in inglese con i baristi, i passanti e il parroco della Cattedrale che mi ragguagliava sulle porte di Manzù – ma anche quello, l’inglese, lo puoi leggere quanto vuoi ma se non lo parli ogni giorno, finisci, alla bisogna, di fare la figura del globish impantanato, con la lingua legata, nei balbettii più imbarazzanti, come i nostri politici all’estero.
Il greco no; è lì fermo nella memoria, più del latino, più della “Vergine cuccia”, più dell’ “Addio ai monti”, più di “A Zacinto”, di “In morte del fratello Giovanni”, dei “Sepolcri”, delle “Fonti del Clitummo”, e “Miramare”, e “la Cavallina storna”,e "Undulna" e canti e canti della Commedia e dell’Iliade e dell’Odissea (Monti e Pindemonte), e tante poesie in spagnolo, ecc …, ecc.., ecc… - care memorie.
Ma il greco no. Il greco non è memoria, è carne, è sangue, memoria atavica, memoria cellulare, perché è li da quando non sapevo non solo leggere ma neanche parlare in italiano. È il greco dell’infanzia, della Benedizione, delle novene, dei vesperi delle messe mattutine e festive con Çitri e Ngjosha che la cantavano come non ho mai sentito da nessuna parte nei nostri paesi - e allora da dove vengono quelli di Acquaformosa, dove hanno imparato quei motivi? Βασιλεῦ οὐράνιε, Παράκλητε ...; Θεὸς Κύριος καὶ ἐπέφανεν ἡμῖν …; Όσοι εις Χριστόν εβαπτίσθητε ...; Χριστός ανέστη ...; che tornano e ritornano, con quei toni, appena faccio silenzio e chiudo gli occhi; come mi torna tutto il resto delle pericopi delle Lettere di Paolo di cui ero cantore, anche in Cattedrale a Lungro ai tempi di Mele e Stamati: 'Αδελφοί, χαίρετε ἐν Κυρίω πάντοτε πάλιν έρῶ, χαίρετε… - come suonava dolce.
E mi ritornano tutti i tropari delle funzioni di Grottaferrata, gli apolitikia anastasima in particolare, di quando si andava in basilica con i monaci, con i bui precoci dell’inverno, a cantare i vesperi; e c’erano quelle tenui luci gialle delle poche lampadine a incandescenza da pochi watt, quasi lumi di candele, a non disturbare, con la violenza delle luci a giorno di oggi, il raccoglimento; e ti sentivi come quel “piccolo numero” di cui parlano le scritture, un “piccolo numero” estraneo, per quel greco, al mondo di fuori; come Dante nel suo “vasel”: “Guido, i’ vorrei …/ e ragionar d’amore …”.
E noi di che ragionavamo? Non lo ricordo, come non si ricordano tante cose date per scontate. Giacciono esse nell’inconscio Erano quelli i nostri discorsi, non potevano essere che quelli, di una chiesa quasi catacombale, per il “piccolo numero”.
Ma a Grottaferrata sapevo già di greco.
Quando vi giunsi, erano già tre anni che lo studiavo, dalla prima media – impagabile (col senno di poi) privilegio di noi arbëreshë, l’oro di famiglia che non si può svendere – per nessuna lingua materna.
E da allora, ancora bambino, si può dire, s’erano aperte, come fiori bagnati dalla rugiada della grazia del loro significato, quelle parole che da sempre sapevo a memoria, io chierichetto esemplare: Ἡ παρθένος σήμερον ..., Ὁ῎Αγγελος ἐβόα τῇ Κεχαριτωμένῃ ..., Ἐν Ιορδάνη βαπτιζομένου σου Κύριε ... e tutto il resto. Nella pronuncia nostra bizantina; che poi, quando al liceo statale sentii l’altra pronuncia, quel greco mi sembrò barbarico – balbettante. Dovetti imparare un “altro” greco, quello con cui oggi leggo Platone e che manda in bestia Zef Skirò di Maggio quando l’applico – quella pronuncia barbarica, dura – alla lettura del Nuovo Testamento.
Ma perché il greco? Perché abbiamo la possibilità di leggere Liturgia e Testamenti nella lingua in cui sono stati scritti – e non è poco, se è il caso di comprendere quel che si recita, quell’oltre senso che nessuna traduzione afferra – mettete il caso di ἀλήθεια come ἄλη/θεία, che non è la “Verità”, l’imperium del dogma, ma la “divina erranza”/ “vagatio seu erratio divina”, come traduce La Mothe Le Vayer.
Nessun arabo si sognerebbe di leggere il Corano, la lingua del Profeta, in traduzione.
E se i Nostri ci hanno consegnato tutto nella lingua originaria, una ragione ci sarà. Me la dà Gianni Vattimo, non ricordo più in quale sua opera. Dice il filosofo calabro piemontese: bisogna che la messa sia detta in latino (noi “in greco”) per stabilire una differenza, una distanza, tra la lingua del sacro e la lingua di tutti i giorni – considerando poi che la lingua di tutti i giorni (“la falsa verità del vissuto immediato”- cito a memoria) è anche quella dei politici che vanno a straparlare nei talkshow, aggiungo io.
La lingua greca, dunque, per noi, sia la lingua del “Sacro”.
Lo so, siam fatti tutti illuministi e, dunque, in tempi di totale secolarizzazione, sembra ridicolo parlare di “sacro” (il “Das Heilige” che invoca Heidegger ).
Avessimo, però, salvato il “sacro” (abstine manus) forse avremmo salvato la terra dall’attuale minaccia ambientale; ma sentite l’intuizione del poeta, che ho citato troppe volte: Stat vetus incaedua silva per annos/ credibile est illi numen inesse loco - Ovidio: Amori, III, 1,1,2)
Il greco, dunque, come lingua del sacro, per noi (attenzione: qui il “sacro” è solo una “parola”, un “als ob”, un “come se” – l’anello d’oro, che mi hanno rubato l’altra sera, in sé non ha nessun valore, per me sì, perché era un anello di famiglia. Non vorrei caricare di fardelli nessuno – il greco è una questione privata mia; per voi sia un “facciamo finta che”, se credete che funzioni, tenetelo, se no, buttatelo via). Se poi volete tradurre, io dico: fate pure. Sarebbe più opportuno, però, che si riunisse una commissione liturgica e riscrivesse una nuova liturgia, come hanno fatto i latini. Una messa adatta ai turisti e a qualche passaggio in televisione perché la preoccupazione pare solo questa: come prendere visibilità, come mutare tutto in folklore per riempire la cattedrale di Lungro con tanti turisti. Ma lasciamo la liturgia di Crisostomo così come ce l’hanno consegnata, e il Nuovo Testamento; e l’Antico che, siccome dicono è ispirato come l’ebraico, io lo leggo in greco.
E gli altri che non sanno il greco? Ho l’impressione che non abbiano nessuna necessità di leggere in quella lingua i testi liturgici e i Testamenti che non leggono neanche in italiano.
Torniamo alle chiese catacombali, da grotte ferrate (non sto mettendo “limina”, barriere, ma “confinia” (cum fines), dove dall’altra parte non c’è lo straniero ma l’Altro ) per piccolo numero: il resto del mondo è redento, noi siamo i malati – noi che preghiamo in greco il mattino col Δόξα σοι τῷ δείξαντι τὸ φῶς ... e la sera col φῶς ἱλαρόν e il Nῦν ἀπολύεις τὸν δοῦλόν σου, δέσποτα – quest’ultimo cantico potrebbe, nella sera dell’Arberia, suonare anche come una richiesta di liberatoria, del lasciarci andare in pace dopo che per cinquecento anni i nostri antichi, fino alla devastante era Lupinacci, hanno fatto il loro dovere. Noi eredi meritiamo questi qua.
Ho messo in esergo Rumiz, scrittore e giornalista infaticabile giramondo per tutte le dorsali d’Europa (è per questo - Attenzione – buonista), perché con lui mi piace terminare, completando il suo pensiero.
”Forse gli ortodossi riescono ancora a sedurre con i loro bordoni maschili e il celeste controcanto delle donne. Li ho uditi in Serbia, in Turchia, in Siria, in Iraq, i nobilissimi cristiani d’oriente”.(…) “I canti di fede più potenti non li ho sentiti in Occidente, ma ad Aleppo subito prima della guerra. Oggi Aleppo e la Siria non esistono più”.
Non esiste più, aggiungo io, neanche l’Arberia, perché ha gettato alle ortiche il tratto distintivo più prezioso, il greco – per una nuova, falsa e ridicola identità etnica. C’è chi sostiene che gli arbëreshë sono appena gli shqipetari o i kosovari che sono emigrati dopo la morte di Skanderbeg oltre Adriatico: Shqiperia gadishullore, l’”Albania peninsulare”, insomma. Padrone di farlo: l’altra storia , forse più adeguata di questa, non conta
Mi rendo conto che tante assunzioni mie andrebbero ulteriormente sviluppate e discusse ma, per un post di FB, questo testo è già abbastanza lungo di suo, e non vorrei affaticare l’eventuale lettore.

lunedì 7 ottobre 2019

Error communis facit ius. Intorno all'esaltazione del mito dei coronei.


(di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

La Storia è una scienza il cui fine ultimo è il raggiungimento e la produzione della verità. Quindi, prima di essere “magistra vitae” è “ancilla veritatis”e, come tale, non può essere ostaggio di soggettive presunzioni, esse siano guelfe o ghibelline, esse siano tese all’esaltazione dell’ego. L’uomo, per natura, ha sempre abusato del potere, affidatogli o conquistatosi, per trarne vantaggi personali, attraverso il proprio status, la politica, la mendàcia e il necessario bisogno di emergere nella società del suo tempo. In tutti gli scritti e pubblicazioni, gli adepti e intellettuali Arbëresh,  prima di svolgere il proprio tema, hanno sempre considerato, come formula introduttiva, se non addirittura fondamentale, l’esaltazione del mito e in questo caso Skanderbeg,  Reres, Tommaso Assanis Paleologo ed altri. Essi, pur essendo coscienti di appartenere al ceppo della doppia diaspora hanno sempre cercato un mito su cui far esaltare se stessi. “Skanderbeg e la storia degli Arberesh sono due elementi che, se ben studiati, si contrappongono; l’Assanis Palelologo, non era un coroneo ma un corinzio, burocrate e in seguito diplomatico al servizio di re Federico (egli ebbe notevoli proventi sugli usufrutti sulla miniera salifera di Lungro)1, mentre l’esistenza stessa del Reres viene messa in discussione da storici di sicura valenza, come lo Zangari prima e il Mandalà, il Giunta, il Petta ed altri successivamente. In tutto lo svolgersi del XVIII secolo, con la nascita nei piccoli villaggi della piccola e media borghesia, (primavera della èlite Arbëresh, che in verità fu la prima come società, con quella greco-napoletana, ad assorbire le nuove concezioni filosofiche d’oltralpe dell’Illuminismo), florida fu la collana di una narrativa storica italo albanese mistificatrice e tendente, all’unisono, all’auto esaltazione. In quella occasione la Storia degli Arberesh fu umiliata. Disaffezionata, porse le sue guance ad inverosimili romanzi epici ed eroici coronati da gesta atte ad imborghesire ulteriormente e quindi rendere “zappator chic”, quelle frange, seppur più colte degli schiavoni, di greco albanesi. In ogni dove dell’Arberia tutti reclamarono d’essere Coronei, cugini dello Skanderbeg, nipoti del Reres e pronipoti dei suoi prodi armigeri, ma nessuno dei “richiedenti” sapeva che Corone si trova in Peloponneso, Skanderbeg signoreggiasse in Albania, che Tommaso Assanis Paleologos fosse corinzio e non coroneo  e che il mito di Reres e il suo diploma non sono altro che frutto, ormai marcio, di abili falsificatori del tempo. Quella tendenza è da condannare, così come è da rivedere la questione dei Coronei e tutta la infondata e mitizzata dinamica storica costruita intorno alle migrazioni albanesi nell’Italia meridionale.

 Secondo una tradizione tramandata dal Rodotà e ampiamente diffusa, scrive Matteo Mandalà, i profughi coronei sarebbero stati di nobile lignaggio e avrebbero ottenuto da Carlo V particolari privilegi ed esenzioni. È verosimile che Rodotà, desideroso come molti altri suoi correligionari di «concedere ai suoi progenitori una patente di nobiltà»2  

Perché il diploma di “Cavalieri Coronei “, riguardo i Rodotà è venuto alla ribalta solo il 1739 ossia due anni dopo che Felice Samuele Rodotà è stato nominato Arcivescovo di Berea e primo Vescovo Presidente Greco ordinante del Collegio Corsini di San Benedetto Ullano?3

Perché nei vari archivi veneziani e napoletani non appaiono i nomi delle famiglie diplomate coronee come quella dei Rodotà, dei Camodeca e degli Jeno; di loro non si hanno tracce negli elenchi degli stradioti, né in quelli dei notabili di Corone prima della diaspora e tantomeno in quelli dei greci di Napoli, dove attraverso il Vecchio Archivio della Comunità Greca, possediamo un nutrito elenco?4  Perché i cosidetti coronei di Barile dovevano pagare anche l’affitto per l’utilizzo delle grotte al signore Caracciolo del Sole?5  Perché i Coronei di San Demetrio, 1603, erano obbligati ad “annettare le stalle dell’Abbadial Corte del Monastero di San Adriano ogni anno avanti la festa di San Adriano”?6

 Qualcuno potrà obiettare riguardo la mia critica sui “Caballeros” di Carlo V e rimproverarmi che, riguardo tale tematica, esistono dei diplomi e dei privilegi documentati e reperibili negli archivi della Regia Camera della Sommaria a Napoli e in quelli del Grande Archivio Storico di Simancas a Madrid e su questo sono concorde. Tuttavia, credo, è necessario che queste fonti, per una maggiore chiarezza, vengano confrontate e quindi combinate con altre, anch’esse autorevoli, giacenti nell’Archivio generale della Curia Arcivescovile di Napoli, nella Biblioteca Nazionale Napoletana e nel Vecchio Archivio della Comunità greca di Napoli (per quanto riguarda i Coronei di Napoli), nell’Archivio di Stato di Palermo (insediamenti in Lipari e Messina), di Venezia, nell’Archivio Segreto Vaticano e in quello della S. Congregazione della Propaganda Fide. Queste ultime due molto importanti in quanto la diaspora “coronea” non fu solo politica, ma anche economica- religiosa e giustamente, osserva Artemis Leontis, nella letteratura neogreca il topos dell’immigrazione ortodossa è rimasto sempre inestricabilmente legato a quello dell’emporion, ovvero del commercio7.

Dopo la ricerca, combinata nei vari archivi e nella bibliografia specializzata, subentra un’altra fase molto importante: quella esegetica, vale a dire la corretta lettura interpretativa dei documenti atta a fornire elementi plausibili che la critica storica può ritenere validi. L’atto con cui Carlo V concesse i privilegi al primo e più grande gruppo di immigrati del “Peloponneso” venne introdotta con la lettera che l’imperatore inviò al Vicerè di Napoli Don Pedro di Toledo, scritta a Barcellona il 13 luglio del 1533 e non come riportato da Angelo Masci da Genova l’8 aprile del 1533. Si prega di leggere elargendo alla mente la facoltà di valutare lo scritto correttamente:

El Rey- Ill. Marques primo nostro Virey y Lugateniente y Capitan General, como vereis por una nuestra Carta nos hemos accordado, de embiar. A esse Reyno ciertos Cavalleros, que an avenido de Coron, y Patras y de quellas comarcas, para que, non else entretengan, hasta pue se ofresca, en que puodan servir ordenandos, che les Sennaleis algunas Caserias, y Tierras en Pulla, o Calabria, o en otra parte de esse Reyno, donde os pareciere, que meior podran vivir, y sosenerse, y proveiar, que sean por aora asta, que ordenomos, otra cosa, libres de pagamiento fiscales, y de otras qualesquieres derechos, porque mejor se puodan entrentener, como mas largamente se contiene en la dicha nuestra Carta. Etc. etc…

Dalla lettura del documento emerge che nel Regno di Napoli non sono giunti solo profughi originari da Corone, ma anche da Patrasso e altri posti del Peloponneso. A d’uopo è limitato dissertare sull’argomento vaneggiando esclusivamente sul mito dei Coronei. A sostegno di questa tesi, oltre ad un documento ritrovato nell’Archivio General de Simancas8. importante, ritengo, sia quella del Professor Gennaro Varriale dell’Università di Genova, il quale asserisce con determinazione che: “Sebbene a Napoli fossero denominati coronei, i rifugiati greco albanesi provenivano da varie regioni dell’area ellenica, appartenuta in passato all’Impero di Bisanzio. Gli esiliati erano originari della Morea, dell’Acaia, dell’Eubea, dell’impervia Beozia e delle isole Cicladi.”9 In molti considerano, tutt’oggi, Tommaso Assanis Paleologo come un prode coroneo, ma pochi sanno che lui giunse in Napoli dalla corinzia servendo re Federico nei servizi diplomatici10. Altri ancora annoverano tra le fila dei coronei anche il capitano di cavalli Nicolò Masi ignorando che egli era originario di Nauplia o Napoli di Romania11.

Per una dissertazione sulla “questione dei coronei” più armoniosa e quindi più facile da esporre, è necessario analizzare parte della storia della città di Corone, della sua amministrazione, delle sue istituzioni comunitarie e della sua natura militare, geografica ed economica, in sostanza volgere uno sguardo storico-critico alla città nel periodo precedente al 1532-34.

Parte di quello che Pietro Pompilio Rodotà afferma nel suo Rito Greco in Italia, nello specifico nel libro III, riguardo Corone e i Coronei non corrisponde ad alcuna verità storica. Egli scrive:

“…. Corone nobilissima città del Peloponneso, la quale fin dal 1204 datasi spontaneamente à Veneziani (anche questo elemento non veritiero va discusso, ma in altra circostanza), riposava tranquillamente sotto il loro placido e saggio governo. Qui vennero a cercare asilo ed a stabilire la loro mansione molte famiglie dell’Albania nella comune desolazione della provincia; amando di serbar colla la religione la vita, e persuase d’essere trattate da un principe cattolico cò sentimenti di tenerezza e di stima.”12

Sicuramente il Rodotà non era a conoscenza dei documenti che si trovano negli Archivi Veneti, nelle Biblioteche, esempio quella Marciana ed altro dove molti studiosi hanno messo in luce verità in antitesi con le false produzioni del XVIII secolo sopra citate. A Corone, prima della cosiddetta grande diaspora del 1532- 34, vi abitavano pochissimi albanesi e costoro venivano, da parte della Serenissima, completamente esclusi dalle attività cittadine, amministrative e produttive; quei pochi, non più di dieci unità, che vi risiedevano erano addetti alla muratura (calcinaria)13 ovvero alla manutenzione delle mura e dei sistemi difensivi. La massa degli albanesi invece viveva nei vari villaggi del distretto di Corone e distanti dalla città fortezza oltre 15 miglia, come ad Andrussia, Caribento, Gendari, Metropoliza, Calavrita Navarino.14

 Essi svolgevano attività di pastorizia ed agricoltura con le loro famiglie ed erano esclusi dalle quelle militari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Venezia non manifestò mai interesse a reclutare soldati albanesi, in una fase successiva a quella a cui abbiamo fatto riferimento. Questa posizione ostile da parte della Serenissima era destinata a mutare specialmente in Morea al momento dell’invasione turca, quando gli accadimenti dimostrano una riconciliazione tra le comunità albanesi e il potere veneziano. Un testo del 1466 mostra però come, nonostante il cambio di orientamento, il reclutamento di soldati albanesi e greci continuasse a costituire una extrema ratio, come nel caso del governatore di Lepanto, che a essi ricorse solo a fronte delle numerose perdite tra le truppe veneziane.15

Primo documento riportato dal Sathas: 1401, 16 februarii Castellani accipiant XII equites Albanenses, vel alios pro quolibet pro bono ipsorum. Solo 12 cavalieri ( stradioti albanesi) con cavalli e con le loro famiglie potevano accedere nella città.16

Un altro documento risalente al 30 agosto del 1423 ci informa che non più di dieci albanesi potevano entrare in città: dall’inizio del  XV secolo, infatti, rappresentavano un pericolo per Corone e Modone, tanto che a partire dal 1423 l’ingresso degli albanesi in questi porti strategici per il controllo marittimo veneziano è limitato a gruppi che non superassero le dieci unità:  De non permittendo... dictos Albanenses intrare loca nostra Coroni et Mothoni cum personis ultra decem.17

 L’elemento albanese per i veneziani costituiva dunque una componente avversa, e tale rimarrà anche in seguito, come si apprende dai testi che il Senato formula contro di loro ancora una volta nel 1489: Committuntur quotidie per Stratiotas et Albanenses territorii Corense bannitos, indomitam et superbam nationem18

Importanti sono anche le fonti di carattere privato, gli atti vergati dai notai attivi nelle due località: il cartulario del notaio Pasquele Longo restituisce di Corone e Modone l'immagine di due città abitate da cittadini veneziani trasferitisi in seguito alla quarta crociata data la loro importanza mercantile e da greci autoctoni, nonché fornisce dati interessanti sulle attività commerciali che ivi si svolgevano. Nella città di Corone la maggior parte della popolazione aveva origini veneziane e greche, ma anche di varie parti d’Italia il Longo, attraverso i documenti da lui redatti nel 1293, ci fornisce un interessante panorama della popolazione ivi presente: genti dal Veneto, Vivianus di Bassano, Laurencius di Verona, dall’Emilia, Leonardus de Mantua habitator Corone, originario della Lombardia, Marcus de Pavia, Paxetus de Cremona, dalla Marca Anconetana, Gabriel de Firmo et nunc habitator di Corone, Francisccus Anconitanus, e dalla Puglia Madius de Monopoli e Pascalis de Lila de Berleto e ancora molta gente dell’Emilia19.

L’elemento veneziano deteneva il ruolo di custode del diritto e della sua applicazione, per il semplice ed ovvio motivo che lo esercitava; l’elemento greco e greco albanese fuori dalle mura, invece, risultava indispensabile per Venezia poiché numericamente forte, ma soprattutto fondamentale per il suo ruolo economico, essendo la produzione agricola dipendente unicamente dalla manodopera autoctona. L’ostacolo ad una coesione sociale non nasceva solamente dalla differenza etnica, dalle difformità linguistiche o di tradizioni, né dalla rigida estromissione dai quadri giuridici-amministrativi dei locali, ma risiedeva soprattutto nella tradizione religiosa: benché una delle caratteristiche principali della politica del Comune fosse quella di una grande tolleranza in materia religiosa, nondimeno aveva sottomesso i vescovi greci ortodossi all’autorità della chiesa romana; gli autoctoni, di qualunque condizione sociale fossero arconti, proprietari terrieri, o pariokoi, contadini dipendenti, erano umiliati e disturbati nelle loro pratiche religiose dall’istituzione del doppio culto simultaneo nelle chiese di Romània, sottomesse all’autorità veneta20.

Nonostante gli arconti greci ed albanesi eguagliassero sul piano sociale i feudatari veneziani, continuavano a rimanere dei soggetti esclusi dai consigli locali, dall’arruolamento nell’esercito, salvo casi eccezionali, e dalla pratica del commercio. Relegati, pertanto, nei loro possedimenti, costoro si ritrovavano estromessi dal settore più redditizio, quello appunto del traffico marittimo. La coesistenza delle due comunità era, dunque, messa a dura prova dalle disuguaglianze sociali, giuridiche, economiche e religiose. Venezia, orientando le sue preoccupazioni e attenzioni soprattutto verso lo sfruttamento agricolo e la gestione dei lavoranti nelle terre dei feudatari, affidava, lasciava nelle mani della classe possidente il disciplinamento di tutti quei problemi che apparivano di minor importanza21.

Ancora il notaio Pasquale Longo fornisce ulteriori dettagli sulla vita nel regimen Coroni et Mothoni, questa volta riguardanti i contadini servi: molti di loro erano πάριοκοι e cioè villani del Comune, discendenti dai contadini statali o, forse, anche da quelli appartenenti ad istituzioni ecclesiastiche o private e successivamente divenute proprietà dello stato veneziano; tra costoro figuravano anche persone straniere, albanesi, valachi  originariamente libere, che, trasferitesi in queste colonie veneziane, proprio per questo erano divenuti villani statali. I contadini possedevano dei patrimoni personali dei quali, però, non potevano disporre liberamente22.

Inoltre l’attivita primaria della città era il commercio e gli unici che potevano esercitare tale attività erano i cittadini veneziani. Dalle carte d del Longo risultavano essere tutti cittadini della madrepatria. Gli intestatari dei documenti del Longo sono tutti veneziani quali Pietro Lando di Santi Apostoli, Marco Marignoni di Santa Maria Formosa, Francesco Longo di San Tomà, Andrea Aurio di Santa Trinità, Donato Venier di San Giovanni, Bonaventura da Ponte di Santa Marina e Sebastiano Pizolano di Sant’Angelo. Compare solo un abitante di Corone, Francesco Foranno, che nel 1289 ricevette 1010 iperperi dal veneziano Tommaso Zulian della parrocchia di San Zulian.23

Il distretto di Corone comprendeva una quarantina di villaggi abitati da albanesi dislocati sulle adiacenti colline, ricche di piante di ulivo; ma tale abbondanza, secondo il rettore, rendeva la parte poco amena, «perché questi ingombrano tutto il distretto». Dalle parole del Donà, sembra che anche i distretti circondanti Corone, in precedenza interamente abitati dai Turchi, giacessero in stato di parziale abbandono; la loro terra invece era feconda e ubertosa: «nel territorio però quantunque quasi tutto montuoso abbondano le biade, i vini, le sete ed ogni altro bene che la produce la terra». Il provveditore, oltre a fornire un dettagliato resoconto delle località adiacenti a Corone e dei loro prodotti, correda la sua relazione di giudizi sulla popolazione locale: li descrive sostanzialmente come «gente dal pigrissimo istinto», poco operosi, poiché lasciano in stato di abbandono questi luoghi. Non risparmia aspri commenti nemmeno sulla loro fede: devotissimi nei confronti di monaci e sacerdoti, ma di una devozione che li spinge più «a proveder male, che bene»24.

In sostanza l’affermazione del Rodotà: “Qui vennero a cercare asilo ed a stabilire la loro mansione molte famiglie dell’Albania nella comune desolazione della provincia; amando di serbar colla la religione la vita, e persuase d’essere trattate da un principe cattolico cò sentimenti di tenerezza e di stima.”, rispetto alle fonti documentate sopracitate, non può ritenersi valida storicamente, ma solo rispecchiante la diffusione della produzione romanzesca del XVIII secolo.

Qualcuno, oltre al Masi ha voluto ritenere come cavaliere coroneo anche Lazzaro Mathes , non sapendo che il Mathes ebbe dei privilegi, da rivedere, solo 30 anni prima della diaspora coronea in Napoli e a Lipari. Tutt’oggi non sappiamo se costui fosse albanese o addirittura ebreo. Inoltre lo stesso Mathes non appare in nessuno degli elenchi degli stradioti riportati alla luce dal Sathas.

Todos caballeros? No! Tutti coronei invincibili ed eroici? No! I coronei non erano albanesi e non erano invincibili ed eroi, essi erano semplicemente commercianti ed artigiani provenienti da Venezia e da altre parti d’Italia.

Nel 1750 Celani scriveva riguardo i presunti coronei di Barile: “Gloriae fuit bene tolerata paupertas.”25

Essendo un forte assertore della Greco Albanesità degli Arberesh d’Italia, il cui idioma inconfondibile è l’Arberisht, ritengo sia necessario riporre nell’erebo le falsificazioni e tutto ciò che crea il mito. Siamo stati e lo siamo:  un Popolo colto, che giunto sui lidi italiani ha  destato inestimabile ammirazione.







Fonti

1.(I. K. Hassiotis, Sull’organizzazione, incorporazione sociale e ideologica politica dei Greci di Napoli pag.326.

2. Matteo MANDALÀ, Mundus vult decipi. Mirror 2007. p. 179.

3. P. P. Rodotà pag. 57 e Angelo Zavarroni, Il Collegio Corsini di San Benedetto Ullano ed. Brenner Cosenza 2001.

4.  I.K. Hassiotis o.c pag.424; Vecchio Archivio ff. 24r- 24v, 28r -28v, Principali documenti pp. 19, 28, 29.

5. Lo stato feudale dei Caracciolo di Torella. Poteri istituzionali e rapporti economico sociali nel Mezzogiorno d’Italia. Maria Pina Cancelliere, Università di Salerno 2010.

6.  D. Cassiano. San Adriano- La Badia e il Collegio italo albanese Vol. II. pag. 94. Ed. Marco. Castrovillari 1997.

7. Artemis LEONTIS, «Mediterranean Topographies before Balkanization: On Greek Diaspora, Emporion, and Revolution», cit., p. 181.- Angela Falcetta, Ortodossi nel Mediterraneo cattolico: Comunità di rito greco nell’Italia del Settecento, Università degli Studi diPadovpag.224). –

8 I. K. Hassiotis, Sull’organizzazione, incorporazione sociale ed ideologia politica dei Greci a Napoli (dal XV alla metà del XIX secolo. Napoli 1981.

8.  Archivio General de Simancas, Estado, Napoles, Legajo 1024, f. 11 (II). Relazione per Carlo V, Naploi 1536.

9.  G. Varriale. Un covo di spie: il quartiere greco di Napoli in Identità e frontiere. Politica, economia e società nel Mediterraneo ( secc. XIV – XVIII), a cura di Lluis Guia Marìn, Maria Grazia Rosaria Mele, Gianfranco Tore. Regione Autonoma della Sardegna 2014.

10. (Hassiotis o.c. pag. 212).

11. Galeatorum vero equitum numerus , et pileatorum Epirotici generis levioris armaturae, qui erant peltati, quingentum summam implebat. His praeerat Nicolaus Masius è Nauplio Peloponnesiaco vir egregie fortis, cui Polledro Epirotica lingua cognomen fuit - Paolo Giovio Historia libro 19.

12.  Pietro Pompilio Rodotà, Dell’Origine progresso, e stato presente del Rito Greco in Italia. Libro III, Cap. III pag. 54. G. G. Salomoni Roma MDCCLXIII.

13. K. Sathas Documents inèdits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen Age,  Vol. IV pag. 227.

14. Relazione del provveditore Filippo Donà del XVII secolo, conservata in Archivio di Stato di Venezia, Collegio, Relazioni di ambasciatori e altre cariche, b. 68.

15. ( Ardian Muhaj in Basilikos in Rivista di Studi Storici-Umanistici. Le origini economiche e demografiche degli Arberesh in Italia dal medioevo alla prima età moderna).

16.  ASV Reg°. 45, 1400 – 1401, c. 139 t°. e K. Sathas Documents inèdits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen Age,  Vo.II pag. 96.

17. K. Sathas, Documents inédits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen Age, Vol  I, Paris 1880, n. 90, p. 151, 30 agosto 1423.

18.  K. Sathas o.c. VII, n. 96, p. 47, 31 ottobre 1489.

19. A. Lombardo. Pasquale Longo, notaio in Corone 1289-1293. Deputazione di Storia Patria per le Venezie 1951 pag. 48 – Fonti notarili.

20. A.CARILE, Una lista toponomastica di Morea del 1469, in «Studi Veneziani», XIV (1972) pp. 385-404. Si vedano anche gli studi di G. ORTALLI, Venezia e Creta: atti del convegno internazionale di studi Iraklion-Chaniaà, Venezia 1998 e di S. BORSARI, Il dominio veneziano a Creta nel XII secolo, Napoli 1963.

21. Giulia Giamboni, L’amministrazione Veneziana di Corone e Modone ( secoli XIII e XV) Il regimen Coroni Methoni,  pag. 46. Università Cà Foscari Venezia 2012.

22. Lombardo, Longo o.c., pag, 306.

23. Lombardo, Pasquale Longo o.c., pag. 105.

24. Relazione del provveditore Filippo Donà del XVII secolo, conservata in ASVe, Collegio, Relazioni di ambasciatori e altre cariche, b. 86

25. G. Celani. Allegazione per i nobili Coronei di Barile contro l’Università di essa.Napoli 1750 pag. XLIX.