domenica 6 giugno 2021

Papas Francesco Solano - Dushko Vetmo

 



 di Fiorella De Rosa

Il 18 novembre 1914 nella comunità albanofona di Frascineto, cittadella calabrese posta ai piedi del monte Pollino nasce Francesco Solano. All’età di sei anni Francesco, perde la madre, Anna Maria Grisolia, che a soli 29 anni muore lasciandolo orfano insieme al fratellino minore Giovanni. Il padre, Luigino, rimasto vedovo con due bambini, qualche anno più tardi, nel 1921, si risposa con Giulia Gesualdi di Castrovillari. Terminate le scuole elementari, nel 1927, Francesco si trasferisce a Castrovillari, dalla nonna acquisita Annunziata Lo Tufo in Gesualdi, nell’antico palazzo di famiglia, per frequentare il Regio Ginnasio. Questo trasferimento è determinante per il suo futuro. Vivendo, infatti, accanto al Convitto vescovile dei Padri Orionini, Francesco trascorre buona parte delle sue giornate presso l’oratorio, partecipando alle attività ricreative dell’Istituto, dove conosce don Orione (1). L’amicizia e la stima maturata verso don Orione e l’Ordine, lo inducono ad entrare il 20 settembre del 1929 nell’Istituto degli Orionini Divin Salvatore a Roma, e a riprendere gli studi ginnasiali dapprima a Tortona e a Voghera poi a Montebello della Battaglia (PV), presso la Casa della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Al termine del primo anno scolastico, il 29 luglio del 1930, don Orione lo riveste dell’abito orionino. Seguendo la propria vocazione religiosa, nel 1931 inizia il suo noviziato a Villa Moffa di Bra (CN), dove il 14 settembre 1932 emette la Prima professione accanto a don Orione. Parallelamente agli studi ginnasiali, Francesco coltiva lo studio per le lingue classiche, l’ebraico e l’arabo.

Destinato alla nascente missione sud-americana, Casa di Studio dell’Opera degli Orionini, come insegnante di latino e greco, il 23 febbraio 1935, Francesco parte per l’Argentina. Qui, nel giorno di Natale, il chierico Francesco Solano emette la Professione perpetua nella Casa noviziato di Lanus (Buenos Aires). Tra il 1937 e il 1941 completa gli studi di Teologia. L’11 novembre 1938 riceve gli Ordini minori, in rito romano, a Victoria, nonostante egli avesse chiesto a don Orione di voler diventare sacerdote di tradizione liturgica bizantina (2) Nel 1941 viene ordinato presbitero a Claypole, dove impara il giapponese.

Il 12 marzo 1940 muore a Sanremo don Orione.

Nel periodo compreso tra il 1941 e il 1946 importanti eventi segnano la vita di don Solano, che ne turbarono l’animo. Entrato in contatto con le comunità albanesi e italo-albanesi, dà vita ad Arbëria, giornale redatto in spagnolo e in albanese e inizia a studiare da autodidatta l’arabo, il persiano, l’inglese, il tedesco ed il francese. La morte di don Orione crea un forte stato di tensione tra don Solano e la Congregazione orionina. Infatti, le previste missioni in Oriente, a cui don Solano era destinato, vengono annullate. In conseguenza di ciò, Francesco chiede di passare al clero secolare e l’esclaustrazione definitiva dalla Congregazione della Divina Provvidenza.

Nel frattempo, avendo iniziato a comporre le prime poesie in albanese, Francesco decide di pubblicarle (1946) in un’unica raccolta dal titolo Bubuqe t’egra (Germogli selvatici) con lo pseudonimo di Dushko Vetmo.

«Il  16  marzo del  1951 la Curia arcivescovile gli concesse l’autorizzazione di far visita ai parenti per sei mesi. Giunto in Italia, don Francesco sollecitò mons. Giovanni Mele, vescovo dell’Eparchia di Lungro di tradizione liturgica bizantina, di chiedere alla Congregazione Orientale la risoluzione della sua situazione rituale. Il  rescritto della Congregazione Orientale, che autorizzava don Solano alla celebrazione in ambedue i riti (romano e bizantino), non si fece attendere molto (9 novembre 1951)» (3).

Il 7 maggio del 1954 Francesco chiede di trascorrere un anno in Europa. Una volta rientrato in Argentina, e divenuto sostituto parroco di Maipù, matura un’importante decisione: «[…] Il  20 agosto del  1955, adducendo come scusa il  grave stato di salute del  padre Luigino […] sollecitò il  permesso di tornare in Italia. Una volta giunto a Frascineto, deciso a non rientrare più in Argentina, fece istanza alla Congregazione Orientale di essere a disposizione della Congregazione stessa oppure di essere incardinato nella Diocesi di Lungro» (4).

Nel mese di marzo del 1956, la Congregazione Orientale, come richiesto, concesse a don Solano il ritorno definitivo al rito greco. Il 5 febbraio 1957 papas Solano viene nominato Parroco e Arciprete di Frascineto.

Egli continuerà ad esercitare il proprio ministero per molti anni ancora nella sua comunità di origine, insegnando contemporaneamente anche nel Seminario minore diocesano di San Basile.

Conosciuto in campo letterario sotto lo pseudonimo di Dushko Vetmo (in principio sotto quello di Paolo Illirico), Francesco Solano, uomo schivo e riservato, è stato un intellettuale colto, brillante e raffinato.

Ampia e variegata è stata la sua produzione scientifica sia in ambito linguistico che in ambito letterario e filologico. Qui ricordiamo alcuni suoi lavori quali il manuale per l’insegnamento dell’albanese Manuale di lingua albaneseElementi di morfologia e sintassiesercizi e cenni sui dialetti, Corigliano Calabro 1972, (2ª edizione: Cosenza 1988), e gli studi linguistici su I dialetti albanesi dell’Italia meridionale I – Appunti per una classificazione, Castrovillari 1979, Le parlate albanesi di San Basile e Plataci, Castrovillari 1979, La parlata albanese di Firmo, Castrovillari 1983.

Poeta, prosatore e traduttore fondò e curò le riviste letterarie in albanese, Vija e Arbëria; curò diverse opere di autori arbëreshë del secolo scorso.

Nel 1975, fondò e diresse fino al 1990 la Cattedra di Lingua e Letteratura albanese presso l’Università della Calabria, – che – che divenne un importante punto di riferimento scientifico e culturale, non solo per le comunità arbëreshe dell’Italia meridionale, ma per tutti gli studiosi italiani e stranieri. La presenza nell’Università della Calabria di tale cattedra, a cui fece seguito la cattedra di Dialetti albanesi dell’Italia meridionale, ha contribuito a rinsaldare, dalla metà degli ’70 del Novecento, i rapporti culturali delle comunità arbëreshe con le istituzioni accademiche e universitarie dell’Albania e del Kossovo, stipulando accordi di cooperazione scientifica e culturale tra l’Università della Calabria e l’Università di Tirana.

Favorì in ambito scientifico e culturale un fecondo rapporto di collaborazione interuniversitaria con la Cattedra di albanologia dell’Università di Palermo, diretta dal prof. Guzzetta, portando a realizzazione importanti e interessanti progetti didattici e di ricerca d’interesse comune.

Nel 1990, il Consiglio di Dipartimento di Linguistica, su richiesta del direttore prof. John Trumper, propone al Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia l’attribuzione del titolo di professore emerito di Lingua e Letteratura albanese al prof. Solano quale «Personalità insigne della scienza e delle lettere albanesi, a cui ancora una volta intende esternare pubblicamente e ufficialmente il suo sincero e riconoscente ringraziamento, per aver egli liberamente e generosamente optato di restare in servizio attivo, a costo di non lievi sacrifici, sino alla soglia del pensionamento, dando in questo modo oltre che un prezioso sostegno per fronteggiare l’emergenza didattica e organizzativa di questi anni nel Corso di Laurea in Lingue e della Facoltà, anche noi tutti che lo abbiamo avuto come maestro, collega ed amico, una impareggiabile lezione di stile e di vita». (5)

Nel 1991, il prof. Solano ricevette l’onorificienza di Prima Classe “Naim Frashëri”, massimo riconoscimento culturale, assegnatogli dal Presidium del Parlamento della Repubblica Popolare Socialista d’Albania.

Muore a Frascineto il 19 marzo 1999.

Nel 2000, l’Università di Tirana conferisce al prof. Solano la Laurea Honoris Causa alla memoria.

 

NOTE

(1) Don Luigi Orione è stato il fondatore della Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza. Da bambino frequentò l’oratorio di Valdocco, fondato e retto da don Bosco, del cui sistema educativo Luigi rimase affascinato, come pure di quello caritativo di Giuseppe Benedetto Cottolengo. In Calabria, fondò nel 1908, in seguito al catastrofico terremoto di Reggio Calabria e Messina, un orfanotrofio a Cassano allo Ionio (Cs) e nel 1924 l’Opera antoniana della Calabria per la cura degli orfani. Nel dicembre 1913 benedisse i primi orionini in partenza per il Brasile e successivamente fondò comunità orionine in Sudamerica, Argentina, Brasile, Uruguay, Rio de Janeiro, Puerto Mar del Plata e Buenos Aires e una colonia agricola a Rafat (Palestina). Fondò il Piccolo Cottolengo a Claypole (Buenos Aires) e stabilì scuole e collegi per i figli degli immigrati italiani a Mar del Plata (Buenos Aires) e a Rosario di Santa Fe. Nel 1935 dava inizio alla Piccola Opera a Cardiff, in Inghilterra, per l’assistenza agli emigrati italiani, e nel 1936 apriva una Casa a Shijak, in Albania. In Italia, istituì il Piccolo Cottolengo a Genova e successivamente a Milano. Il 19 febbraio 1940, colpito da un attacco di cuore, non si riprese. Morì a Sanremo il 12 marzo 1940. Cfr. Il Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 79 (2013), a cura di Ennio Apeciti.

(2) «Nel frattempo scoppiava la guerra e per mancanza di sacerdoti, non trovandosi in  loco alcun vescovo di rito greco, fui convinto a ricevere le S. Ordinazioni in rito romano, dietro mia richiesta e ricevuta promessa che, appena possibile, si sarebbe chiesto alla Congregazione orientale il mio ritorno al rito bizantino». Cfr. Gaetano Passarelli, Studi sull’Oriente CristianoAlcune note sulla cronologia della vita di Francesco Paolo Solano, Accademia Angelica-Costantiniana di Lettere Arti e Scienze, Roma 2013, pag. 168.

(3) Cfr. Gaetano Passarelli, op.cit, pag. 171-172.

(4) Ibidem, pp. 172-173.

(5) Cfr. Delibera del Consiglio di Dipartimento di Linguistica dell’8.10.1990, pubblicata integralmente in Francesco Altimari (a cura di), Atti del I° Seminario Internazionale di Studi albanesi (Rende – San Demetrio Corone, 7-8 giugno 1991), Rende 1993, pag. IV.

 

Fiorella De Rosa

Estratto da P. Francesco Solano - (fondazioneuniversitariasolano.it)

sabato 10 aprile 2021

Il Catasto Onciario di Carlo III di Borbone. Una ricerca per la nostra Storia


 



Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Per una conoscenza della realtà socio economica e demografica dell’Italia meridionale del XVIII secolo, il Catasto Onciario risulta essere una fonte primaria di dati, in cui viene trascritta non solo la situazione economica riguardante ciascun contribuente, attraverso la valutazione in once delle rendite espresse in ducati, ma illustra in maniera dettagliata uno scenario, anche se non molto limpido, della demografia locale. Dai Catasti è possibile ricavare una descrizione viva della struttura della popolazione, della composizione del nucleo familiare, del numero degli abitanti, della onomastica e toponomastica, del paesaggio agrario, del lavoro dei braccianti e dei massari, dello stato salutare dei cittadini, dell’utilizzo del denaro, della divisione sociale, delle professioni, dello stato di scolarizzazione, del sistema feudatario laico ed ecclesiastico, in definitiva una preziosa chiave di lettura per osservare con chiarezza il quadro generale degli aspetti fondamentali e della complessità della vita quotidiana. Un viaggio nel passato, dove si ritrovano luoghi, nomi, cognomi, antenati: la riscoperta nel piccolo delle nostre origini e della nostra Storia.

 Nel 1740 Re Carlo III, guidato dal Tanucci, pervaso della ragion di stato dell’illuminismo assoluto, decise di riformare il sistema fiscale nel Regno di Napoli. Quello secolare e vigente all’epoca si basava su due sistemi di prelievo fiscale: quello a gabella che prevedeva esclusivamente dazi gravanti sui consumi (grano, pane, olio, vino macinatura, sale ecc…) e quello a battaglione che veniva impiegato stimando i beni stabili di proprietà dei cittadini e dei redditi derivanti dalle loro attività, che detratti dei pesi, venivano sottoposti a prelievo fiscale. Il sistema a battaglione veniva adottato in poche Università, poiché la maggior parte di queste preferiva vivere a gabella.

I contribuenti, soprattutto quelli più abbienti, consolidando una prassi antica, facevano ricorso ad ogni mezzo pur di evadere le tasse, scaricando l’onere delle spese sulla povera popolazione. Obiettivo del Re illuminato, era quello di introdurre un’equa assegnazione del carico fiscale tra tutte le fasce dei sudditi, ponendo la sua attenzione, soprattutto, sulla sperequazione tra le classi sociali, per cui i ricchi pagavano, in proporzione, meno dei poveri per le esenzioni e i privilegi di cui godevano. A tal proposito, con Reale Dispaccio del 4 ottobre del 1740, Carlo III, ordinò per tutto il Regno la compilazione del Catasto Onciario, così definito per la misura utilizzata per la quantificazione dell’imposta in once. 

 In seguito, con il Concordato con la Santa Sede del 1741, cosi che, con Reale Dispaccio del 4 ottobre del 1740, ordinò, per tutto il Regno, la compilazione del Catasto Onciario, così definito per la misura utilizzata per la quantificazione dell’imposta in once. Attraverso il Concordato con la Santa Sede del 1741, inoltre, per la prima volta, gli enti ecclesiastici furono assoggettati, seppur per metà, a tassazione per i beni posseduti prima di tale data e per intero per quelli acquisiti in seguito. Dal 1741 al 1742 con la Parammatica Forma Censualis, et Capitationis sive de Catastis, la Regia Camera della Sommaria, emanò, rendendoli operativi, le istruzioni per la formazione dei Catasti e il 28 settembre del 1742, con altra Parammatica, stabilì i termini di consegna del censimento degli stessi entro quattro mesi.  

Dopo dieci anni molte Università del Regno non riuscirono a completare la compilazione del proprio Catasto; questo ritardo fu dovuto soprattutto dalla volontà dei baroni, laici ed ecclesiastici, i quali si mostrarono ostili a questa nuova forma di censimento e imposizione fiscale, preferendo, il più delle volte, l’uso dei vecchi sistemi a gabella o a battaglione. Per ovviare a ciò, il Re, nel maggio del 1753, inviò Commissari Regi per ammonire e sostenere quelle Università che non erano state ancora in grado di completare la compilazione.

Il Catasto Onciario, tuttavia, si rivelò, nella pratica, inefficace, soprattutto dal punto di vista della riforma del sistema fiscale del Regno, in quanto non pienamente applicato; infatti con la sua tentata introduzione si ottennero pochi risultati sul piano innovativo del sistema di tassazione della proprietà e dell’industria. Inamovibili rimasero i privilegi e le iniquità di criterio di distribuzione delle imposte, soprattutto riguardo i beni feudali e il patrimonio sacro che non vennero tassati e quelli ecclesiastici esentati per metà dai tributi.

Dalla stesura dei Catasti, possiamo, senza dubbio, sostenere, che si trattò di una specie di censimento di tutta la popolazione del Regno di Napoli, dove vi erano certificati le età, le professioni, gli ecclesiastici, le proprietà e il bestiame. Tuttavia i dati raccolti presentano molte lacune, in quanto non ci è possibile avere un quadro preciso sul reale numero degli abitanti del Regno, considerato che molti fuochi non venivano “accatastati,” poiché famiglie nullatenenti e quindi non rilevanti ai fini fiscali.

Tra le categorie dei privilegiati esentati da ogni imposta catastale furono i cittadini di Napoli e dei suoi casali e i cittadini di Cava dei Tirreni.  In tutto il resto del Regno, le Università furono tenute ad una serie di adempimenti per la formazione del Catasto e la ripartizione dell’imposta, che variava a seconda della specie di possessori dei beni, i quali furono iscritti nelle seguenti classi: cittadini abitanti e non, vedove e vergini in capillis, ecclesiastici secolari cittadini e forestieri, forestieri abitanti e non, chiese, monasteri, conventi e luoghi pii. 

Nella registrazione gli iscritti al Catasto venivano contraddistinti in cittadini e forestieri. Cittadini erano coloro che formavano un fuoco dell’Università, ossia residenti nativi; forestieri tutti coloro che, pur essendo originari di altri luoghi, avevano qui la residenza o possedevano immobili pagando all’autorità locale i tributi dovuti.

I laici venivano rubricati nella collettiva, mentre gli ecclesiastici venivano registrati a parte, sia che si trattasse di persone fisiche, sia di enti ed istituzioni religiose. In aggiunta i cittadini erano suddivisi in abitanti e non abitanti e tutti soggetti alla tassa del testatico, ossia del capofuoco. Erano esenti dal testatico gli inabili, i padri onusti e coloro che avevano superato il sessantesimo anno di età. 

I maschi lavoranti, componenti il nucleo familiare, venivano gravati dalla tassa d’industria, ossia una tassa personale determinata sul reddito proveniente dal lavoro, fissata in base al numero dei fuochi esistenti nell’Università, tra i quali veniva ripartito l’imposta dovuta allo Stato. Riguardo tale tassa i ragazzi fino ai 14 anni venivano esentati, mentre quelli che non avevano raggiunto il diciottesimo anno di età erano tenuti a corrispondere per la metà.

Erano esentati dalla tassa sul testatico e su quella d’industria i nobili e coloro che vivevano di rendita dell’esercizio di arti liberali (avvocati, giudici, medici, speziali ecc.), mentre tutti coloro che svolgevano attività manuali ed erano proprietari, venivano sottoposti al pagamento delle imposte fiscali.

Le vedove e le vergini in capillis, se non erano incluse in un nucleo familiare, venivano escluse dal pagamento della tassa sui beni se la rendita annuale non era superiore a sei ducati.

Infine, le chiese, cappelle, monasteri e luoghi pii erano tenuti a pagare solo la metà della bonateneza.

Tutti gli immobili, capitali, rendite e animali erano considerati beni tassabili, mentre le case di propria abitazione, che venivano egualmente censite, non costituivano oggetto di tassazione. Dalla rendita dei beni, tuttavia, dovevano essere dedotti i pesi costituiti in genere da censi e debiti di qualsiasi natura.

 Note 

L. Cervellino, Guida delle Università di tutto il Regno, Tomo II. Istruzioni e Formole date dallaRegia Camera della Sommaria per la formazione dell'intero Catasto ed Onciario. Napoli MDCCLXXVI ( Biblioteca Nazionale Vitt. Emanuele Napoli).

Foto d'Archivio.







domenica 21 marzo 2021

La castanicoltura nell'Arberia del XVIII secolo. Estratto dai Catasti Onciari

 

La castanicoltura nell’Arberia del XVIII secolo. Estratto dai Catasti Onciari

di

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

 

 

 

 La Calabria nel corso del Settecento, dopo la Toscana, era la regione d'Italia che produceva la maggiore quantità di castagne. Come pianta boschiva essa, ancora oggi, si attesta nella Regione, nelle zone montuose e nelle alte colline del Pollino, della Costiera Paolana, della Sila e dell’Aspromonte.

Gabriele Barrio de Francica, nel XVI secolo, nelle sue illustrazioni sulla Calabria, attesta il castagno in diverse zone della Calabria Citra, come a Saracena, Malvito, San Marco, che abbondano “d’ulive, di quercie, di noci, di castagne, di suberi e di ilici.”1

Sicuramente il castagno, sia da frutto, quindi innestato, che da legname, costituiva una non trascurabile fonte di reddito per le popolazioni e, Giovanni Fiore, al riguardo, alla fine del Seicento, ne fa ampia menzione: “Motta Folono sunt castaneta, sed et castaneae insitae sunt, Faggiano exuberat castaneis insitis, Lattarico castaneae ex insitis arboribus laudantur, Menecino  castaneae optimae, quas insitas vocant.”2

Nella zona tra San Fili e San Marco - scrive Vincenzo Padula – alcuni castagni potevano raggiungere anche la circonferenza di 15 metri e che nelle sue “cupogne” vi potevano entrare tre persone a cavallo.3

Giovanni Fiore tra la fine del 600 e gli inizi del 700 indicava due specie di frutto del castagno: le picciole che piegano al tondo, e le lunghe che dicono inserte, queste ultime utilizzate per il consumo umano.4

A metà del 1800, il Padula, dipendentemente dai luoghi di coltura, così selezionava le varietà delle castagne: in ruggiole reali, curce e ‘nzite a Carpanzano; a Bocchigliero in curce e ‘nzerte; a tra Fagnano e San Marco curce e ‘nzerte (nel Catasto Onciario di Cerzeto, infatti, ritroviamo le castagne curcie ed inserte).5

 Nelle zone dove maggiore era la produzione delle castagne, esse costituivano, anche se considerato cibo povero per singolarità, un alimento primario, sostitutivo del cereale più importante come il grano. Non era raro che nelle zone di montagna i mulini ad acqua producessero farina dalle castagne essiccate, la quale mischiata con quella del grano germano e qualche volta con frumentone vario, veniva utilizzata per la panificazione.6

Le castagne venivano consumate in vario modo: potevano essere lessate o arrostite, con le bucce o senza; da sole o con i legumi erano preparate in minestra; anche una volta essiccate le si poteva cuocere nel brodo o nel latte.7 Non era raro fino a qualche decennio fa, che i montanari, scendessero a valle per barattare le castagne con altri prodotti loro mancanti, come i cereali atti alla panificazione e l’olio di oliva. 

Inoltre, dove maggiore era la produzione di castagne, più intensivo era l’allevamento dei suini, infatti le donne, nelle zone montane della Calabria Citra, pestavano le castagne essiccate, generalmente curce, per alimentare le purchie, ossia le scrofe.8

 Quindi il frutto del castagno risultava essere anche un alimento essenziale per gli animali.

 L’importanza del castagno era legata anche al pregio del legname, che si faceva apprezzare per resistenza all’umidità, compattezza, elasticità, infatti da questa pianta si ricavavano pali e sostegni per la viticoltura; venivano fabbricati attrezzi da lavoro ( manici per zappe, rastrelli, asce, gioghi per buoi); per la sua elasticità lo stesso legname veniva utilizzato per la costruzione di botti, tini, cerchi, doghe, misuratori di  capacità per aridi  (tomolo, stuppello, mezzetto) ed infine, per la sua resistenza, per la costruzione di porte, finestre, tetti e solai.9

 

Note

1 Gabriele Barrio di Francica, De antiquitate et situ Calabrie libri quinque, Libro I, pagg. 98-113.

2 Giovanni Fiore, Della Calabria illustrata (ristampa anastatica 1691-1743). Edizione Forni, Napoli 1980. Tomo I, pag. 102-113.

3 V. Padula, Calabria prima e dopo l'Unità, a cura di A. Marinari, Bari, 1977, vol. I, pp. 142- 143.

4 V. Padula, Calabria prima e dopo l'Unità, a cura di A. Marinari, Bari, 1977, vol. I, pp. 142- 143.

5 V. Padula, Calabria prima e dopo l'Unità, a cura di A. Marinari, Bari, 1977, vol. I, pp. 142- 143.

6 Giuseppe Maria Galanti, Giornale di viaggio in Calabria, a cura di L. Addante, Rubbettino editore 2008, p. 256.

7 G. Cherubini, La civiltà del castagno in Italia alla fine del Medioevo, in Archeologia Medievale, cultura materiali insediamenti n. 8, 1981, pp. 264-265

8 V. Padula, Calabria, cit., pp.142-144.

9  Giovanni Cherubini, La “civiltà” del castagno in Italia alla fine del Medioevo, in Archeologia medievale, cultura materiali insediamenti n. 8, 1981 pp. 249-251;

 

 

 

 

 

 

lunedì 8 marzo 2021

La figura del massaro nell'Arberia del '700

 





Di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Il sistema feudale, alla fine del 700, oltre a trovarsi in difficoltà per l’aumento delle spese e una sempre maggiore difficoltà nella riscossione delle entrate, si trovò ad affrontare un nascente ceto, quello della piccola nobiltà locale, con una forza economica non indifferente e quindi capace di tenere testa al suo strapotere. Si trattava di un ceto le cui origini erano prettamente rurali, ovvero costituito per la maggior parte da imprenditori agricoli, i quali in qualche maniera, anche se succubi del potere baronale, riuscirono ad emergere e a conseguire cospicui guadagni in forza del proprio lavoro.

Questi imprenditori agricoli locali non erano altro che i “massari”, figure che, erroneamente, oggi, secondo taluni poco accorti, rappresentavano il ceto inetto o più povero nell’organigramma della società del Settecento.

In verità, nel contesto della civiltà contadina calabrese del XVIII secolo, i massari ricoprivano un ruolo di notevole importanza e, nella maggior parte dei casi, costituivano una nuova classe imprenditoriale agricola.

Il termine massaro trae origine da quello di masseria, che è il risultato della colonizzazione feudale di vasti latifondi calabresi abbandonati e resi incolti nel corso dei secoli XVI e XVII. Attorno a questo complesso organico, notevole importanza ricopriva il massaro, il quale, oltre ad organizzare la vita quotidiana, aveva il compito di gestirne la produzione agricola, sia egli fosse affittuario, sia responsabile incontrastato su licenza del feudatario.  

A differenza dei semplici braccianti agricoli, non era raro che facessero uso di moneta contante, considerati i loro rapporti economici con intermediari e mercanti. Alcuni di essi, come Nicola Candreva di Cerzeto, raggiungevano patrimoni che superavano le 400 once di imponibile e per tale motivo, molte volte, si confondevano con il ceto civile, inseguendo l’ottenimento di forme di riconoscimento nella società del tempo, avviando i propri figli alla carriera ecclesiastica e alle professioni liberali; di esempio ci sono, attraverso i relativi catasti onciari, le famiglie Rodotà di San Benedetto Ullano e quella dei Camodeca di Castroregio, dove i figli dei massari divennero eminenti ecclesiastici e distinti professionisti. Per le loro capacità economiche e quindi di fare uso della moneta contante, in alcuni casi riuscivano ad acquistare vasti possedimenti ad uso agricolo, appartenuti alla decadente e indebitata nobiltà feudale. 

“L’agricoltore possidente – scrive Vincenzo Padula – è presso noi chiamato massaro. E’ massaro chi possiede una masseria, e dicesi masseria un campo seminato. Il campo è suo, sue le capre o le pecore, che lo stabbiano, suoi i buoi che lo arano, suo l’asino che ne trasporta i prodotti; e nei tempi dei lavori campestri ha denaro che basta a pagare l’opera dei braccianti, che lo aiutano.” (1)

Dai documenti di archivio, in questo caso dai Catasti Onciari, però, non tutti i figli dei massari venivano avviati agli studi, molti di loro si adoperavano per la conduzione dell’azienda familiare evitando, in tal modo, l’esborso di denari assumendo manodopera estranea. Generalmente il nucleo familiare dei massari era costituito dalle sette alle otto unità, dove, in alcuni casi, vi erano inseriti anche i garzoni e i foresi. La loro attività non era caratterizzata dal medio o piccolo possesso, ma dalla capacita di produzione che era diversificata; il massaro oltre che agricoltore era soprattutto un allevatore. Tra le sue attività spiccava quello della pastorizia, che pur se esercitata in maniera irrazionale, costituiva una fonte di guadagno e di sopravvivenza necessaria, attraverso la produzione del latte, dei formaggi, della carne e della lana. Nella sua azienda il massaro allevava i buoi, che potevano essere utilizzati per il traino e la trebbiatura del grano, lavorare i propri terreni ed anche quelli di terzi; la presenza nelle loro proprietà dei querceti destinati alla produzione delle ghiande, ci fanno desumere che fossero anche allevatori di suini.

Con la eversione della feudalità (1806), conseguentemente con l’abolizione degli usi civici, i beni e le terre tenute in piena proprietà dagli ecclesiastici divennero retaggio di pochi. Crebbero gli affitti delle terre e con esse l’erbaggio dei pascoli e i massari fallirono. A costoro non rimase altra alternativa che vendere tutti i loro averi, investendo i ricavati con l’avvio dei propri figli agli studi o ad altre arti produttive come quelle dei sartori o dei calzolai, attività queste che sostituirono la antica figura del massaro. (2)

Vincenzo Padula, Industria Terreni e stato delle persone in Calabria (dal Bruzio). Introduzione di Attilio Marinari. Carlo M. Padula Editore, Roma 1978.pag. 51

Estratto da : V. Vaccaro, Aspetti sociali e demografici nella Calabria citra  durante il Regno di Carlo III di Borbone. Selfpubblishing Amazon 2021

Foto Francesco Lofrano ( Ngiku)



giovedì 19 novembre 2020

SULLE ORIGINI "ALBANESI" DI SAN GIORGIO LUCANO






SULLE ORIGINI "ALBANESI" DI S. GIORGIO LUCANO




Di Vincenzo Fucci 

Terra di S. Giorgio. Dal 1863, regnante Vittorio Emanuele II°, sulla base di una esplicita deliberazione di quel Consiglio comunale – sindaco Giuseppe Lauria – divenne, con decreto reale, a tutti gli effetti, S. Giorgio Lucano. C'è comunque confusione sulle sue origini, sulla sua fondazione. 
Per alcuni avrebbe avuto origini e sarebbe stato fondato da profughi albanesi. Non si può essere di questo parere.
 La "Nuova descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie" di Enrico Bacco, del 1639 – che è la più vicina nel tempo alla data ufficiale di nascita del paese (1607) – riporta S. Giorgio alias Mendulo con "nove fuochi" mentre lo Giustiniani (1797), a proposito di Noja, l'attuale Noepoli, dica che "comprende cinque altri casali, cioè Terranova, Sangiorgio, Cersosimo, Casalnuovo e S. Costantino. Questi due ultimi sono abitati da albanesi". A proposito di S. Giorgio lo stesso Giustiniani rileva che "...in certi notamenti trovasi appellato Sangiorgio alias Minullo ed altre volte Sangiorgio alias Mandulo ma forse per errore".
 L'abate Domenico Sacco nel suo "Dizionario geografico-storico-fisico del Regno di Napoli" del 1795, qualche anno prima perciò dello Giustiniani, nel descrivere San Costantino e Casalnuovo (l'attuale S. Paolo), allora "terre della Provincia di Matera e in diocesi di Anglona e Tursi", rileva che gli abitanti dei due paesi (o casali) sono affidati alla cura spirituale di un arciprete curato per Casalnuovo e di un arciprete per San Costantino, entrambi di rito greco; i due centri, dice Sacco, sono abitati da albanesi. Tra le date dei testi di Bacco, Giustiniani e Sacco si inserisce quella della Relazione Gaudioso (1736) secondo cui: "La terra di S. Giorgio, distante dalla sopraddetta miglia dodici, situata vicino le montagne del Pullino, angustissima di territorio, viene posseduta dallo illustre Principe D. Fabrizio Pignatelli. È abitata da 50 e non più persone tutte miserabili, la maggior parte dei quali va procacciandosi il vitto in alieni paesi per essere detto territorio orrido e di malissima qualità, tenendo semplicemente una piccola Parrocchia senza entrate talmente che la Chiesa viene mantenuta dall'Università" (Traduzione Pedio). A redigere la relazione è stato senz'altro Rodrigo Maria Gaudioso per incarico di Carlo III°, ma si sarebbe limitato a raccogliere ed a coordinare le notizie fornitegli dalle varie Università. Tra le altre gli giunge anche quella dell'Università di S. Giorgio i cui amministratori – Pietro Antonio Di Stasi, sindaco, Domenico Silvestro capo-eletto, e Domenico Conce eletto – tutti sotto-croce segnati, ne fecero "Piena, veridica e reale feda". Nella "Relazione Gaudioso" perciò compaiono le notizie che loro stessi hanno voluto fornire. Non fanno comunque alcun cenno di albanesi, di origini albanesi, della presenza tra quei "50 miserabili" di albanesi o di loro discendenti. Mons. Antonio Lavitola, nei suoi "Cenni storici su Noepoli" a proposito di S. Giorgio osserva: "...I vassalli dovettero vendere, per pretesi debiti, diritti e privilegi, ai marchesi Pignatelli. 
Questi, nel 1617, per popolare il paesello di Mendulo, oggi S. Giorgio, la cui origine si attribuisce a banditi che furono obbligati a prosciugare il lago fiancheggiata, invitarono con concessioni le popolazioni dei dintorni ad occorrervi". La fonte del Lavitola appare Giuseppe Zito col suo "Contributo alla storia della Basilicata - Il Mandamento di Noepoli" del 1911 nel quale dice che: "...Sotto la signoria dei Pignatelli, che è durata fino all'abolizione della feudalità nel 1806, il feudo di Noha (o Noja, l'attuale Noepoli) si popolò di altri quattro casali: due albanesi e due italiani". Ed ancora: "...Alcuni (albanesi ndr) dopo essersi fermati prima nel casale detto Rubio, vicino a Francavilla sul Sinni, s'internarono nell'agro nolano e fondarono l'attuale S. Costantino. Altri si fermarono, secondo la tradizione popolare, prima nel luogo detto Mennulo, ove è attualmente il paese italiano di S. Giorgio Lucano, poi risalirono la valle del Sarmento e di fronte ai loro connazionali di S. Costantino, fondarono Casalnuovo ora detto S. Paolo. Questa tradizione trova conferma nel De Lellis il quale dice che Fabrizio Pignatelli, signore di Noha, cacciò gli albanesi da Mendollo (Mennulo) perché facinorosi e sanguinari. Gli albanesi dei due paesi conservano ancora la lingua ed i costumi nazionali". Che non siano stati, gli albanesi di cui accenna il De Lellis, una o due famiglie che avevano ottenuto "concessione" dal Pignatelli che ad un certo punto ritenne di allontanarli dai suoi territori? Di questa "concessione" comunque non c'è traccia alcuna, come non c'è traccia della presenza di quei "facinorosi e sanguinari", come rileva lo stesso Zito. Ma, del resto, Rubo o Rubio, feudo della Certosa di S. Michele in Valle, nei pressi di Francavilla sul Sinni, non era "diruntum et destructum" già all'inizio del XV° secolo? In una nota, nel suo "Contributo alla storia della Basilicata" del 1911, Zito che si è riportato a Tommaso Pace – autore di "Notizie storiche sul demanio e municipio di S. Costantino Albanese" del 1877 che non fa cenno alcuno alle origini albanesi di S. Giorgio – rileva che "Anche adesso gli albanesi chiamano S. Giorgio, Minnuglio". Non potrebbe darsi che i "...facinorosi e sanguinari..." di cui parla il De Lellis, siano quelli che Lavitola definisce "banditi"? Comunque, per gli albanesi, S. Giorgio era Mendullo, Mennulo, Minnuglio, Mendollo, Minullo: quale era il suo nomignolo preciso nel dialetto? Il Racioppi, che per altro, è preciso per le chiare origini dei casali di S. Paolo e di S. Costantino, non fa cenno alcuno – nemmeno a titolo di ipotesi – delle origini albanesi dell'altro casale sarmentano, S. Giorgio appunto, che cronologicamente fu l'ultimo a sorgere nell'antico Stato di Noha. Che, ad ogni modo, un S. Giorgio sia stato fondato in seguito ai flussi migratori della popolazione albanese che caratterizzò il periodo, è fuor di dubbio. Si tratta, però, di S. Giorgio Albanese che, ben diverso dal nostro, è situato in Calabria in una zona dove tutti quei piccoli centri sono di chiara origine albanese anche nel nome.
 Una zona che è appena al di là della parte lucana del massiccio del Pollino dove sono sorti i nostri S. Paolo e S. Costantino; ed anche a S. Giorgio Albanese il Sacco riporta la presenza di una Chiesa di rito greco con il relativo parroco così come riporta la presenza della Chiesa di rito latino, intitolata a S. Giorgio, con il relativo parroco. S. Giorgio Albanese, S. Cosmo Albanese, Spezzano Albanese, S. Demetrio Albanese, tutti sorti intorno al 1470, hanno conservato intatto il loro patrimonio culturale, dalla religione, agli usi, ai costumi, alle tradizioni. Non vi è dunque alcuna concretezza sulla origine albanese del comune lucano che lo stesso Zito definisce con chiarezza "italiano". In definitiva c'è un solo elemento: quella che egli stesso chiama "tradizione popolare" senza peraltro indicare alcun altra notizia se non l'episodio dei "facinorosi e sanguinari" ripresa dal De Lellis. Che poi uno o più gruppi di persone, nelle loro migrazioni, si siano fermati per un tempo anche breve in un posto, senza mettervi radici, non può avvalorare una tesi di fondazione tanto più quando di questa esistono precise indicazioni e documentazioni. È ancora Giuseppe Zito, con il suo richiamato "Contributo..." del 1911, che ci sovviene. Egli infatti riporta il preciso atto di nascita del piccolo centro lucano, a rogito notar Giulio Senisio di Cerchiara di Calabria: lo "strumento" dell'8 marzo 1607 intervenuto tra il Principe di Noha, Fabrizio Pignatelli, ed alcuni coloni di varie provenienze: Lausonia Viola di Castelsaraceno, Orlando Palazzo di Viggianello, Filippo Santagata, Felice Ippolito, Prospero Acciardi, Paladino Napoli e Tiberio Buonafede di Trebisacce. Alcuni di questi cognomi sono sopravvissuti all'usura del tempo. Nello "strumento" sono riportati i pesi e le servitù a cui i coloni stessi dovevano sottostare. Lo stesso Zito che aveva già riportato lo "Istrumento della fondazione di S. Giorgio – secolo XVII – nel suo "Contributo alla Storia della Basilicata – Lo Stato di Noha" del 1901, nel presentare "la descrizione di tre costumi antichissimi e caratteristici" – tra cui il "Gioco della falce" rivisitato nel tempo ed arricchito con elementi che non hanno alcun riscontro – non riporta e non fa cenno alcuno alla "tradizione popolare" ripresa dal De Lellis. Tutti i nomi o nomignoli con cui gli albanesi chiamavano S. Giorgio erano espressioni dialettali che, a quanto pare, potrebbe avere un solo significato: piccolo. E non vi è dubbio che S. Giorgio, all'epoca, sia stato di modestissime proporzioni come del resto attestavano gli amministratori del 1735 nella loro relazione all'incaricato di Re Carlo III°, Rodrigo Maria Gaudioso. S. Paolo e S. Costantino, i due microcosmi della Valle del Sarmento, di chiara origine albanese, hanno da sempre avuto – sino a non molti decenni or sono – come punto di riferimento S. Giorgio Lucano specie in alcune ricorrenze dell'anno.
I loro caratteristici costumi, peraltro molto apprezzati ed ammirati, erano familiari nelle giornate di fiera e di festa quando affollavano i negozi di generi vari per gli acquisti di ogni genere, dall'abbigliamento all'oreficeria. Erano tributari di S. Giorgio Lucano e non può apparire strano che lo chiamassero in dialetto Minullo, Mendullo o come altro, nel significato di "piccolo paese". Questo, anche se non manca l'ipotesi del significato di "paese in mezzo alle acque" per essere il paese stesso situato tra il torrente Sarmento ed un lago, poi prosciugato o scomparso nei secoli per le condizioni climatiche. Del resto, attraverso i secoli, dell'eventuale presenza albanese non è rimasta traccia alcuna nella lingua, negli usi, nei costumi, nelle tradizioni, a riprova proprio che non c'è stato alcun radicamento concreto. Che poi il territorio di S. Giorgio, per la sua particolare posizione geografica, ad una spanna dall'allora navigabile fiume Sinni, sia stato forse da sempre terra di passaggio non dovrebbe suscitare molte discussioni. Lo dimostrano, del resto, i reperti archeologici rinvenuti ai primi del secolo da cui si desume se non la fissa dimora almeno il passaggio dei greci. Ma, del resto, nel dialetto sangiorgese sono ancora presenti termini di origine greca tanto che Rainer Bigalke nel suo "Dizionario dialettale della Basilicata" stampato in Germania ad Heidelberg nel 1980, comprende il piccolo centro sarmentano nella zona con forte influsso di lingua greca e di lingua latina arcaica.


 Estratto da “Basilicata Regione – Notizie – Cultura/5 – Storia dei comuni lucani. https://consiglio.basilicata.it/archivio-news/files/docs/10/43/05/DOCUMENT_FILE_104305.pdf

Foto: intornomatera2019.com

giovedì 30 aprile 2020

L’Italia matrigna decide di usare i calabresi come cavie umane per sperimentare la Fase 2








L’Italia matrigna decide di usare i calabresi come cavie umane per sperimentare la Fase 2




Il governatore della Calabria, nottetempo, firma un decreto inaudito per la riapertura di molte attività. Il Meridione d’Italia ancora una volta nel mirino dei cosiddetti potenti ma flaccidi longobardi (Lombardo Veneti, Toscani e Piemontesi). Vani sono stati gli insulti di Feltri, Senaldi, Chirico ...nessun politico meridionale, presidente del consiglio e della repubblichetta e tanti sindaci e sindacalisti hanno mosso denuncia contro queste pubbliche azioni discriminatorie nei confronti del SUD. Oggi la banderuola governatrice, su ordine di qualche potente politico al soldo della finanza, addirittura vuole usare come cavia umana il popolo meridionale. Questa Italia Unita è matrigna, poiché una vera madre non desidera la morte dei suoi figli. Il popolo calabrese capirà? Molti sindaci della Calabria alle decisioni orgasmatiche della governatrice, hanno reagito con contro decreti…..speriamo sia giunto il momento che i meridionali scaccino da casa propria una matrigna indesiderata.. 
Poiché - esprime la Santelli - i calaberesi si sono dimostrati responsabili, è giusto che vengano riaperti bar e ristoranti in Calabria. Una battuta da persona che non detiene nessuna logica politica e sociale.


Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

domenica 5 aprile 2020

La Grande Settimana Santa (Java e Madhe) Secondo il rito Greco Bizantino

La Grande Settimana Santa (Java e Madhe)



Degli antichi e complessi riti che si svolgevano nel corso della Settimana Santa (Java e Madhe) oggi, in molti paesi albanesi, permangono le processioni drammatiche, che costituiscono uno dei momenti più intensi e significativi della devozione popolare. Le funzioni solenni cominciano la mattina del Giovedì Santo quando il sacerdote, dopo aver letto i dodici brani dei Vangelo, procede alla lavanda dei piedi a dodici uomini della Comunità che rappresentano gli apostoli, seduti attorno ad un grande tavolo sul quale sono disposti altrettanti pani benedetti (kuleçët) che verranno poi tagliati e distribuiti ai fedeli. Altrettanto rispettata è la consuetudine di predisporre, fin dal Mercoledì delle Ceneri, chicchi di grano e legumi in genere, entro i piatti, sul cui fondo è stata stesa bambagia o lana imbevuta d'acqua. E un po' il rito pagano del giardino di Adone. Nei piatti, sistemati in luogo buio e caldo, prendono vita esili germogli giallognoli. Il Giovedì Santo, abbelliti con nastrini multicolori e con variopinti fiori di campo, vengono sistemati in tutte le chiese per addobbare le cappelle dove si allestisce il sepolcro di Cristo e vengono poi prelevati nella Domenica di Pasqua. Il Giovedì Santo, alle prime ore della sera, si svolge la processione, vivamente sentita dal popolo, che vi partecipa in massa, portando a spalla le diverse statue rappresentanti i vari momenti della via crucis ed eseguendo canti tradizionali albanesi, tramandati oralmente, simili ai canti funebri (vajtimet). La processione viene ripetuta in molte comunità arbëreshë anche il Venerdì Santo. A San Demetrio Corone, la sera del Venerdì Santo si svolge la Via Crucis con la partecipazione in massa di tutti i fedeli, mentre schiere di ragazzi girano per le vie del paese con le "trocke", tipici strumenti della musica popolare costruite in legno che, in sostituzione del suono delle campane, invitano la gente a partecipare alla processione del Cristo. Nella mattina del Sabato Santo si cantano il Vespro e la Liturgia di S. Basilio e, dopo la lettura dell'Epistola, viene dato in chiesa il preludio della resurrezione di Cristo, simbolicamente sollecitato dal sacerdote a risorgere, mediante il lancio di fiori. In quel momento le campane suonano a gloria, mentre il sacerdote compie il sacro rito alla fine del quale i fedeli si recano nelle fontane a prendere l'acqua benedetta. Dopo la mezzanotte, comitive di giovani, si riversano nelle strade del paese cantando l'inno "Kristos Anesti" (Cristo è risorto) svegliando la gente che dorme. Una tradizione singolare di San Demetrio Corone è la consuetudine tra la notte del Sabato e della Domenica di Pasqua di recarsi, in assoluto silenzio, alla fontana dei monaci, presso il Collegio di Sant'Adriano, per eseguire il rito del "rubare l'acqua". Il rito riproduce il gesto della Madonna allorquando non potendo lavare il corpo di Gesù perché impedita dalle guardie, si recò, nel silenzio della notte, presso una fontana dove bagnò un panno e così riuscì di nascosto a pulire il corpo del Figlio. Al rito si partecipa a piccoli gruppi che si formano in corrispondenza delle varie "gjitonie", i vicinati, e che a tarda ora si incamminano verso la fontana. I gruppi procedono rispettando un rigoroso silenzio e resistendo ai molestatori che puntualmente si incontrano lungo la strada, infatti chi ha già bevuto alla fontana è libero dal vincolo del silenzio e si diverte cercando di far parlare chi non l'ha ancora fatto, per questo si vedono le più anziane del gruppo munite di "dokanigje", lunghi bastoni dall'estremità biforcuta, con l'intento di scoraggiare i tentatori.
Dopo aver bevuto l'acqua del paese si scambiano gli auguri e tra canti e danze si ritorna alla volta del paese. A conclusione del rito ci si ritrova tutti davanti al portone della Chiesa Madre, dove alcuni volontari nel corso della giornata hanno accatastato tronchi d'albero, tavole di legno e ogni genere di materiale e così a mezzanotte si procede all'accensione della "qerradonulla" (grande falò). Al momento dell'accensione si esegue il canto greco "Christos Anesti" (Cristo è Risorto). Una caratteristica funzione liturgica si svolge all'alba della Domenica di Pasqua. Sebbene l'ora insolita la partecipazione dei fedeli e numerosa: il sacerdote con la croce in mano, seguito da questi ultimi, si ferma all'esterno della chiesa, davanti alla porta principale, batte la croce per tre volte sulla porta, ripetendo la formula liturgica del rito bizantino-greco "Aprite le porte". All'interno della chiesa la forza del male, il demonio (djallthi) con voce cavernosa, chiede chi è che bussa alla porta; alla risposta che è il Signore risorto, le porte si spalancano al terzo colpo. E mentre il demonio scompare, tra scoppi di mortaretti e stridore di catene, il sacerdote seguito dai fedeli entra in chiesa dove ha inizio il ''Mattutino''. Questa cerimonia che simboleggia la Risurrezione della morte, segna la fine della Settimana.


Fonte
http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/pls/cci_dioc_new/v3_s2ew_consultazione.mostra_paginawap?id_pagina=6706