martedì 20 marzo 2018

Gjitonia


Gjitonia


a cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro
Gli scritti di Pietro Napoletano, arbëresh di Firmo in Calabria, raccolti nella sua opera “ Il volto della memoria”, non devono essere considerati piccole storie o sbiadite cronachette di ieri, ma la rivisitazione, forse in tono elegìaco, di un’Arberia che ha costituito lo scenario della sua giovinezza e della sua generazione. L’itinerario è via via popolato di personaggi tristi e melanconici, ingenui e sbigottiti, o allegri, scanzonati e sornioni, ma sempre veri e umani, tratti dalla realtà sociale dell’epoca. Direi che l’insieme dei suoi racconti possa definirsi “ una commedia recitata dal vero”, perché a Pietro interessava dare, con un’evocazione quasi sensoriale, il volto della memoria di un’epoca, di una mentalità, di una cultura, rivivendo momenti di gioia e spensieratezza, miseria dignitosa e valori inalterabili, trepidazioni, traguardi ridicoli e difficoltà faticosamente superate, lusinghe e delusioni che, riviste con la lente della memoria, costituiscono la poesia del passato: una poesia contenuta e sommessa di una Arberia povera di mezzi e di sollecitazioni culturali, ma pur sempre affascinate e ricca di ardenti e sublimi aneliti dai contenuti universali.
Gjitonia
“Gjitonì, më mire se gjirì”, dice un antico proverbio arbëresh, volendo significare che il vivere nello stesso vicinato, rende le persone più che parenti. E tale sentenza aveva, nel passato, una validità maggiore, in quanto allora era molto più difficile che le famiglie avessero una propria autonomia che le rendesse disinserite dalla comunità sciale del vicinato.
In ogni paese, i vicinati venivano indicati con un nomignolo, che era una bandiera per gli appartenenti, a guisa dei rioni di Siena che si disputano il palio: Bregu, Konxa, Markasati, Kungraciuna, Kroj Pjak, Kroj Piruks, Këllogjeri.
Gjitonia aveva una sua vita, fatta di pettegolezzo, di consonanza, di invidie, di litigi, di dispetti, ma anche di comprensione, solidarietà e disponibilità che coinvolgeva tutti.
Le case anguste e poco accoglienti spingevano necessariamente i ragazzi nelle strade, e gjitonia diventava naturalmente una palestra di vita, un luogo dove si dipanavano le questioni, s’intrecciavano rapporti e s’imparava dal vero il comune mestiere del vivere.
Incominciava ad animarsi molto presto al mattino, già prima dell’alba, e quando nel cielo s’accennava appena un leggero biancore diffuso, s’udiva il trepestio dei contadini e delle bestie che partivano per la campagna. Una breve pausa, poi il risveglio riprendeva e si percepiva il brulicare delle comari che sfaccendavano, quindi lo schiamazzo dei fanciulli ed infine i sospiri evocativi dei vecchi, che davano vita al quotidiano concerto senza partiture.
Ricordo ancora, sbigottito, la sofferenza muta di alcuni volti rassegnati in cui si leggeva chiaramente che era la miseria la forza che li aiutava a vivere.
I fanciulli di prima mattina, sciamavano lungo la strada e si disponevano in fila per soddisfare i loro bisogni corporali, prima di dare inizio ai giochi quotidiani. I più grandicelli avevano qualche commissione o qualche lavoretto da compiere, e rammaricandosi per essere costretti a rinunziare ai giochi, si avviavano forzatamente verso una maturità malinconicamente precoce.
Alcune figure mi sono rimaste stampate nella memoria: la vecchissima “zia Rosa”, coon conocchia e fuso in mano ( boshtj), continuamene intenta a filare, all’ombra di quell’infinita dolcezza che la tranquilla vecchiaia conferisce, che viveva sola e che soleva dire: “La slitudine è la mia migliore compagna”; la signora Felicita che aveva un’ansia insoddisfatta di nobiltà, e tanta miseria, che non rispondeva se non la si chiamava “donna Felicita” e che, ostentando un benessere fittizio, offriva ai casuali visitatori la visione di una pentola gorgogliante in perenne ebollizione, anche se dentro non c’era che acqua, una cipolla, una patata e qualche foglia di basilico. Ricorda ancora la patetica figura di S., un vecchio asmatico che non trovava altro sollievo al suo opprimente male, che sedersi all’alba sul terrazzino di casa e lanciare al cielo reiterati, lugubri lamenti, senza che nessuno pensasse a reclamare per l’inevitabile fastidio. E come dimenticare la felicità che sprizzava dagli occhi di D. quando la mamma cuoceva la “pasta di bottega” e non la solita pasta fatta in casa, o il pacifico e gioviale M., verseggiatore estemporaneo che non tralasciava occasione per indirizzare un omaggio poetico a tutte le donne che incontrava, e che amava simpaticamente autodefinirsi “gjelkallìu”, paragonandosi all’assiuolo , piccolo e solitario uccello canterino.
Inseguendo le orme dei ricordi, “gjitonia”, si popola magicamente e rivivono d’incanto le antiche consuetudini, il tumulto delle passioni, le umilissime aspirazioni di un’esistenza coniugata sul possibile, sul probabile, su un’opaca e messianica attesa.
Rivedo il capraio tornare all’imbrunire, lemme lemme, con buffi cosciali di pelle di capra e con in mano sempre qualcosa, oltre all’inmancabile verga: un mazzo di asparagi o, a seconda del periodo, un panierino di ciliegie, un verde ramo di corbezzolo adorno di ruvide e bellissime bacche scarlatte, un riccio appallottolato e legato in un fazzoletto, una tartarughina un esile capretto nato durante la giornata. Né posso dimenticare la quotidiana colazione di tanti ragazzi, eternamente affamati: un pugno di fichi secchi, qualche castagna e un tozzo di pane, molto spesso di granturco, spalmato di sugna o di conserva di pomodoro.
Difficilmente trascorreva un giorno senza litigi, che scoppiavano furibondi e per un nonnulla, sul palcoscenico della strada: perché un ragazzo prepotente aveva rubato una castagna ad un altro, o s’era impossessato della sua trottola. Allora intervenivano le mamme, ed era uno sciorinamento d’improperi, di minacce, di calunnie infamanti che erano il sollazzo di un pubblico avidamente attento e curioso. Ma tali litigi erano come i temporali estivi: scoppiavano all’improvviso con inaudita violenza, poi tutto si placava e, dopo qualche giorno, i protagonisti erano di nuovo amici ed affiatati.
Il prestito del pane era un’istituzione. Chi faceva il pane fresco ne prestava abitualmente a chiunque gliene chiedesse; e chi ne era senza, non si vergognava a chiedere il pane in prestito, anche se poi capitava che, fatto il pane, una buona parte andava via per la restituzione o per altri prestiti.
Era una forma di solidarietà umana, resa necessaria dalla miseria, che garantiva il pane quotidiano anche a chi ne era privo, ma era altresì un sistema che consentiva a tutti di mangiare il pane quasi sempre fresco.
Chi aveva la fortuna di possedere un orticello almeno un terrazzo con dei vasi, era fatto oggetto di quotidiane, reiterate richieste di aglio, cipolla, prezzemolo, basilico ed altri aromi, ma nell’economia generale della “gjitonia”, veniva alla fine ricompensato da qualche altra cosa: carciofi selvatici, , capperi, funghi, cicorie, piccoli servizi.
Quello dello scambievole aiuto, era uno dei cardini della convivenza del vicinato. Per qualsiasi lavoro, non si era mai soli: a sbaccellare i legumi, a conservare la legna, a fare la conserva, a pulire i carciofi selvatici, a scardassar la lana dei materassi, a pulire il grano, a infilare i peperoni, accorrevano tutti volentieri.
C’era gente che d’inverno per risparmiare la legna, che molte volte non aveva, faceva quotidianamente il giro delle case del vicinato per riscaldarsi al fuoco altrui. Alcune donne, invece, a volte facevano il giro per diffondere i pettegolezzi di giornata.
La legge della “gjitonia”, però, imponeva anche che, in occasione di calamità, avvenimenti eccezionali, si mettessero da parte offese, animosità e rancori, per dare corso alla più sviscerata solidarietà. E ricordo, in proposito, lo scoppio di un furioso incendio, nel cuore della notte, in un pagliaio. Fummo svegliati di soprassalto da un improvviso quanto inusitato scampanìo, ed ai miei occhi di bambino si presentò la scena apocalittica di un incendio violentissimo, con colonne di fiamme e di fumo che salivano al cielo, ed un brulichìo di gente che aveva organizzato una catena umana per il rapido trasporto dei secchi d’acqua in una determinata lotta contro l’incendio. E c’erano tutti, anche coloro che, soltanto qualche giorno prima, s’erano selvaggiamente bisticciati, ma che ora si prodigavano fianco a fianco.
Indubbiamente, “gjitonia”, era una grande, pulsante famiglia che emanava un immenso, straordinario calore umano e che non conosceva egoismi ad oltranza, e che soprattutto non cnosceva cosa fosse l’incomunicabilità.
Capitava, a volte, che qualcuno si trasferisse, ma “gjitonia” ne conservava a lungo memoria, come di persone care che ricordava spesso con affettuosa nostalgia.
Pietro Napoletano,Arberisht di Firmo
Foto : dipinto di Enzo Domestico ka Bregu

lunedì 19 marzo 2018

Le radici del socialismo anarcoide

( di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

Il termine “ANARCHIA”, con i suoi derivati, inteso come ipotetica tesi sociale, nasce, sicuramente, con gli scritti del filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon nella prima metà del XVIII secolo, penetrando profondamente nei concetti, proprii, dell'”Utopia” e dell’ “Illuminismo” , affluendo , in seguito, nella corrente della filosofia individualistica e nel socialismo rivoluzionario di Mikail Bakunin e dell’arbëresh Attanasio Dramis. Ma, esso trova, inconfutabilmente, le sue radici, nel complesso organismo sociale di alcune tribù montanare della Tessaglia, del basso Epiro, della Prevalitania e della Dardania, nel periodo in cui queste regioni , ormai, vennero costituite come province dell’Impero Bizantino (XI secolo d.C.).
Queste popolazioni, per la natura dei luoghi da loro abitati, si distinsero dalle nuove emergenti societe slave, conservando integra la loro tribale autoctonia. La figlia dell’Imperatore bizantino Alessio I Comneno, la colta e gnostica Anna Comneno (1083-1150), nella sua opera storica “Alessiade”, li denomina “Albanitoi” caratterizzandoli nella loro fiera tribalità ” abasileuti” cioè senza re (dal greco a privativo e basileus = re).
Nonostante la varie invasioni e occupazioni straniere, essi vivevano in gruppi tribali indipendenti, senza riconoscere forme di gerarchia statalizzata. Popolando le impervie regioni montagnose e organizzati in “fis” o tribù, loro proncipale attività di sostentamento era la pastorizia e l’agricoltura.
Coloro che abitavano i villaggi ( katund), difendevano con fiero orgoglio le loro costumanze tradizionali, non riconoscevano vincoli di vassallaggio e non si assoggettavano a pagamenti di imposta e a rendite feudali. Non era raro che le tribù montanare si ribellassero con le armi a qualsiasi costrizione fiscale, come quando, Niceforo, governatore bizantino, con incursioni vessatorie dei suoi agenti fiscali, tentò di assoggettare quelle popolazioni.
Si ebbe che le città di Berat, Kanina e Tomorizza furono interamente saccheggiate; dovette intervenire direttamente l’imperatore bizantino Andronico III per sedare quella incredibile rivolta. (1) Informazioni più dettagliate, riguardo le caratteristiche essenziali di queste popolazioni, le attingo da Giorgio Pachimere, scrittore bizantino vissuto a cavallo del XIII e XIV secolo e dal suo contemporaneo Giovanni Cantacuzeno, anch’egli bizantino, scrittore e cronista del tempo.
Il primo, nella sua opera storica ” Historia gestarum” di Michele Paleologo, fa menzione di alcune popolazioni montanare della Tessaglia che chiama ” Megalo Balchiti” e che Cantacuzeno individua come “Albani o Albanoi” ( da sottolineare che Pachimere, a volte denomina costoro Mega Balchiti e talune altre Illiri e Albanoi).
Historia gestarum di Pachimere Libro V: ” Alcuni Illiri, scossi dal giogo dell’Imperatore, fra i Locri, gli Acarnani e la Tessaglia si governano da sè.” ( Locri e Acarnani o Acrocerauni sono catene montuose che s elevano fra l’Epiro sud orientale e la Tessaglia). Cantacuzeno nel suo Libro 2 capitolo 24 di Cronaca così si esprime: ” Sirgianni nei tempi di Andronico II di Bisanzio, Basileus dei Romei dal 1282 al 1328, traversando i Locri e gli Acarnani, si rifugiò presso gli Albani, i quali abitano circa la Tessaglia, sono uomini agresti ed addetti alla pastorizia e vivono con le proprie leggi.”
Nel capitolo 28 lo stesso autore scrive: “gli Albani che vivono sulle montagne della Tessaglia sono in numero di 12 mila, chiamandosi Malacasi, Massaretti e Bovii (Bua) essi vivono senza Re per loro natura.”
In molti si chiederanno perchè popolazioni albanesi si trovavano ad abitare i territori tessali. I primi insediamenti di Illiri o Albanesi in Grecia avvennero in Tessaglia, tra la fine del 1200 e i primi anni del 1300 e furono, sicuramente, dovuti dalla triste situazione in cui veniva a trovarsi l’Epiro, costituito in gran parte da albanesi, per le continue lotte intestine, cagionate specialmente dall’infelice dominazione italiana degli Orsini, principi di Taranto.
Esplicito riferimento di questa prima migrazione si ritrova in una relazione del veneziano Marino Sanudo il Vecchio datata a Venezia nel 1325 e riportata da Rubio y Lluch nei ” Diplomatari dell’Orient Català a pagina 159.
Con il dominio ottomano, caduta ogni speranza per il riacquisto dell’indipendenza, queste popolazioni non vennero soggiogate del tutto dalla cultura e dalla nuova politica dell’oppressore e su questo di lume ci è Angelo Masci, arbereshe di Santa Sofia d’Epiro nonchè illustre giurista che nel 1806 scriveva:
” Gli Albanesi , che o vivono affatto indipendenti dalla Porta (Istanbul), oppure soggetti a questa di un piccolo tributo son liberi in tutto il dippiù. Non poca estensione di terreno occupano questi albanesi indipendenti; ed o sia che non mai sono stati sottoposti a dominio, o sia ( com’è più probabile ) che anche i Sovrani tra loro non altra autorità han esercitata, che quella di esser considerati come capi della nazione, eglino con i costumi barbarici hanno da tempo antichissimo ritenuta anche la libertà. Ciascuna città, terra, o villaggio – continua il Masci – vive per sè; nè fuori della causa comune è lecito d’impicciarsi negli affari dei convicini. La comune causa non è che la causa della libertà: spesso accade che i Bassà del Turco o per ambizione, o per avarizia cerchino di soggiogarli, ed allora tutti si uniscono per respingere il comune nemico.”
In effetti la dominazione turca sull’Albania e su quelle regioni da loro abitate, ebbe piuttosto caratteristiche di contrattualità, sviluppatesi in taciti consensi, che di reale posizione di supremazia.
Anche il preciso e, per quei tempi, sofisticato sistema fiscale ottomano, con quei montanari, trovò considerevole intralcio: talune tribù stanziali abitanti i ” Katun” pagavano agli esattori del Sultano un censo simbolico (tacito consenso) mentre tribù nomade o più predisposte alla rivolta venivano completamente esonerate ( cancellazione anagrafica; da ricordare che i turchi disponevano anche di un funzionante apparato burocratico).
Gli ottomani intuirono che l’inasprimento verso quelle genti, sulle cui terre, nè gli Imperatori bizantini, nè i normanni avevano potuto fissare le loro signorie ( la dipendenza dell’Albania da Costantinopoli e dalla Puglia era stata più nominale che reale), e che non avevano riconosciuto mai altra autorità, fuor di quella dei liberi capi, avrebbe potuto costituire motivo di serie conseguenze negative per la esistenza stessa del predominio territoriale e quindi strategico-militare.
Scrive Alessandro Cutolo nella biografia di Skanderbeg ( Istituto per gli Studi di Politica Internazionale- Milano 1940): ” Quando i serbi ( XIII secolo) avevano tentato di imporre agli Albanesi il loro pesante giogo, si erano trovati contro l’ostilità, larvata o palese, delle tribù; persino cambiando religione, e da scismatici divenendo cattolici, quei popoli avevano fatto comprendere a tutto l’Oriente come fosse difficile cosa ridurli in servitù.
Tutti gli Albanesi erano concordi a spezzare ed allontanare ogni giogo straniero, tuttavia, non tolleravano l’ingerenza, anche minima, di una tribù o di un principato confinante.
Quelli di Argirocastro lottavano con gli abitanti di Giannina; i Castriota ostentavano nei confronti dei Balcha atteggiamenti di malcelato antagonismo e lo stesso con gli Arianiti, pronti a ricambiare. Continue lotte intestine, queste, che indubbiamente esaurivano le necessarie forze, per una eventuale resistenza atta a fronteggiare attacchi dall’esterno.
Nonostante tutto, queste popolazioni apparentemente prive di una organizzazione sociale, all’interno delle loro tribù e famiglie , in maniera velata, disponevano di un insieme di norme informali accettate quali regole proprie di convivenza, disciplinate , in effetti, dal codice consuetudinario.
Su questa ultimo dato deduco e sviluppo la tesi che il sentimento di anarchia , più che endemico, era fortemente inerente e partecipe all’intima composizione ed organizzazione di quelle società.
Infatti, è importante notare, sfatando tramontate, inconsistenti e propagandate opinioni fondate su convinzioni soggettive e di correnti, che nessuna formulazione e sistemazione dei principi generali dell’anarchia, ha mai trascelto, nella teoria, l’inesistenza di norme e di interazioni sociali, anzi l’anarchismo è antitetico al caos, ossia alla grande confusione e alla mancanza di ordine, in quanto, in linee generali, si rende propositore di un nuovo modo di trasfigurare con il pensiero l’organizzazione sociale , intorno alla quale si sviluppa la cooperazione tra gli individui in maniera egualitaristica e dove le norme e i principi fondamentali, vengano condivisi e non imposti dal vertice dell’organismo statalizzante.
In Italia i primi profughi provenienti dall’Albania e dalle comunità arvanitiche, condussero vita dura e miseranda. Relegati in territori angusti e selvosi, dovettero sottoporsi ai rigori del potere feudale, laico ed ecclesiastico che tanto gravame apportò alle popolazioni meridionali.
I principi, i baroni, gli abati, dimentichi delle raccomandazioni inoltrate dagli Aragonesi prima e da Carlo V poi, a favore dei sopraggiunti greco albanesi, mostrarono a costoro tutto il loro ineffabile astio, ma non riuscirono ad assoggettarli del tutto e maggiormente non riuscirono a ad imporre loro la cultura religiosa occidentale.
Questo ultimo aspetto io lo allogherei, come fatto storico, a quella corrente di pensiero definita “anarchismo cristiano”; infatti le popolazioni albanofone erano si sottoposte alla giurisdizione ecclesiastica dei vescovi latini, ma, senza il nulla osta di quest’ultimi, professavano il rito atavico dei loro padri: il Rito Greco Bizantino. Solo in alcuni paesi , come Spezzano Albanese, si passò al rito latino, ma per raggiungere tale scopo, gli ordinari latini e i così detti baroni, dovettero esercitare inaudita violenza.
” I Baroni e le Chiese – scrive nel 1807 Angelo Masci nel suo Discorso sugli Albanesi del Regno di Napoli – invece di proteggere gli Albanesi, che formavano la loro ricchezza, li hanno piuttosto gravati di tante soverchierie che fa orrore sentirle. Le angarie e le perangherie, le indebite prestazioni ed altro, non potevano non avvilire il coraggio dei coloni e far languire nella miseria la Nazione” (Gli Arbereshe).
Aggiunge ancora il Masci: “Dove l’intiera giurisdizione è stata de’ Baroni, ivi il dispotismo da una parte e la depressione dall’altra han reso squallido tutto il paese. Dove poi la giurisdizione è stata divisa, cioè la civile della Chiesa, la criminale del Barone secolare, ivi, la scostumatezza degli abitanti, l’impunità dei delitti e l’avidità degli Officiali, han tenuta sempre in disordine la popolazione. I Vescovi Latini, nelle Diocesi de’ quali erano siti gli Albanesi, invece di promuovere in questi gli studj, far crescere i lumi, proteggere le scienze e le arti, per una mal’intesa Religione, non hanno avuto altra cura che di abbattere il Rito Greco da loro adottato.”
Soltanto verso la metà del XVIII secolo, con la fondazione del Collegio Italo Greco, per opera dei Rodotà e di Papa ClementeXII (1732), le popolazioni Italo Albanesi cominciarono ad apprendere, con notevole profitto, i primi elementi di erudizione e quindi a crearsi una coscienza politica tale da inserirli attivamente e a pieno titolo nel complesso delle circostanze sociali del Regno di Napoli e dell’Europa.
Il Collegio Italo Greco Albanese, prima con sede a San Benedetto Ullano e poi a San Demetrio Corone, divenne celebre istituto d’istruzione in tutte le Provincie del Regno di Napoli, lì i giovani albanesi d’Italia espressero il meglio di sè:
Pasquale Baffi, Angelo Masci, Francesco Bugliari, i vari Damis, i Dramis, i De Rada, i Vaccaro, gli Elmo, i Mauro e moltri altri che in prima persona, fervidamente ed incautamente, contribuirono , fortemente pervasi dai concetti di libertà e di egualitarismo, ad una ingiusta unità dell'Italia. Molti furono esponenti dell’Illuminismo Napoletano, come il Bugliari, il Bellusci, entrambi vescovi di Rito Greco;
Pasquale Baffi noto grecista e Ministro della Repubblica Partenopea, Angelo Masci, ripartitore demaniale dopo l’eversione della fedaulità; Pasquale Scura, insigne giurista e Ministro di Grazia e Giustizia, nonchè compilatore del Proclama di annessione del 1860; Antonio Marchianò. Vincenzo Stratigò, Camillo Vaccaro, progressisti e positivisti;
Attanasio Dramis, amico fraterno di Bakunin; Agesilao Milano che attentò alla vita di Ferdinando II di Borbone ed altri ancora. Tutti rivoluzionari ed egualitaristi, insofferenti del pesante giogo gerarchico. Non bisogna andare lontano, tutt’oggi, un italo albanese, anche se iscritto o simpatizzante di un partito politico costituzionale, sente che non è libero del tutto.

domenica 18 marzo 2018



Una colonia di Arbëresh nel casertano nel XVI secolo




di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro
Fra tutti gli storici che si sono occupati di colonie di albanesi in Italia, forse pochissimi hanno individuato la colonia che nel XVI secolo si stanziò in Alife, cittadina nel casertano, neppure gli storici di quel luogo. In quella città non se ne conserva memoria. Grazie soltanto alla Numerazione dei fuochi della città che riporta i nomi delle famiglie che componevano due piccoli gruppi e i minuti ma importantissimi cenni della “Platea del feudo e dei corpi feudali di Alife” e due pubblicazioni di carattere demaniale, ci danno la possibilità di accertare in quel posto la presenza di coloni albanesi e coronei nel XVI secolo. Queste importanti “Numerazioni” risalgono agli anni 1508, 1525 e 1564, ma non riportano, purtroppo alcuna notizia relativa alla provenienza ed all’epoca precisa della trasmigrazione di quelle famiglie.
E’ noto che consistenti gruppi di profughi albanesi, sfuggenti l’ira e l’oppressione turca, giunsero nei porti italiani, subito dopo la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg nel 1467. Molti giunsero in Molise, regione questa confinante con la provincia di Caserta. Quindi è probabile che tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVI secolo in Alife, nei pressi di Piedimonte ( Caserta), giunsero profughi albanesi dal Molise attraverso il Matese. In seguito da come dedotto dalla Numerazione dei fuochi e dalla Platea, vi fu anche un fievole arrivo di profughi provenienti dalla Grecia arvanitica, favorito sicuramente dalle autorità spagnole che in quel tempo governavano la città. Infatti ai primi nuclei altri successivamente si unirono, prima del 1525 con trasmigrazione saltuaria, ed un altro ancora forse nel 1532, quando cioè gli Albanesi, minacciati dal Sultano per aver dato aiuto ad Andrea Doria in Corone, ottennero da Carlo V, per mezzo del Viceré di Napoli, D. Pietro di Toledo, di rifugiarsi nel Regno.
Questi gruppi di albanesi, considerati come un onere nonchè un serio pericolo pubblico, si rivelarono invece indispensabili, come forza lavoro in quei terreni agricoli che, per motivi a noi sconosciuti, furono abbandonati dai feudatari del tempo. I profughi vennero sistemati fuori dalle mura di Alife, nella zona denominata San Simeone. Il territorio a loro concesso era vasto e paludoso ed era loro compito colonizzarlo. Ancora oggi quella località viene denominata Defensa di San Simeone, è lontana circa 2 km da Alife e si estende per circa cento ettari.
Attraverso la” Platea” del feudo e dei corpi feudali in Alife, siamo giunti a conoscenza dell’estensione del territorio nonché della concessione fatta agli Albanesi: “Item defensam aliam dictam la defensa de sancto Simeone modiorum octuaginta circa aratorium et modiorum sexaginta circa memorosorum, sitam in territorium dictae civitatis iuxta vallonem silvae Alipharum ac dictam silvam; solet locari ad tertiam partem, quartam et quintam, prout melius potuerit, et est territorium antiquitus concessum nonnullis Albanensibus mortuis, devolutam Baronali Curiae Alipharum, notatam reddititiam in veteri reintegrazioni”.
Nel Medio Evo era stata appannaggio dell’Ordine Gerosolimitano di S. Giovanni, che aveva in Alife commenda e ospedale. In seguito, proprietaria di S. Simeone colla vicina Selva di Alife, fu la casa feudataria di Alife, e cioè dal 1487 i Diazgarlon, cui, dopo altri, successero nel 1620 i Gaetani d’Aragona già signori e, dal 1715, principi di Piedimonte. Questi nel 1711 la dettero in dotazione all’Ordine dei Chierici Minori Caracciolini di Piedimonte.
In breve tempo quel gruppo di profughi albanesi giunti in Alife, presumibilmente dagli inizi del 1500 fino a metà di quel secolo, venne completamente assimilato dalla popolazione indigena e tutto ciò sicuramente ad opera suprema del sistema feudale locale che, giustamente, volle stroncare dal principio l’emersione di una eventuale cultura subalterna. Nel 1508 ritroviamo un Dominico Greco nullatenente , sicuramente capitano di ventura il quale non è assoggettato ad alcuna tassazione; nel 1525, un chierico Chimenti, sicuramente la guida spirituale e un diacono Joannes Cimenti ( Chimenti) che però non possiede alcuna bolla. Ad uopo si elencano le varie Numerazioni dei fuochi:
Anno 1508.
Paulus albanesi dictus Curtii annuorum 40 – Agnesa uxor a. 35 – Cola filius annuorum 10.
Micheli albanesi a. 40 – Minica uxor a. 35 – Cola a. 8 – Andrea a. 7 – Todaro a. 6.
Cola Scaramucza a. 40 – Maria uxor a. 30 – Joanne a. 10 filius.
Catarina Albanisa a. 30 vidua – Matalena a. 14, Antonio a. 17 filii.
Georgico Pendola dicto greco a. 50 – Catarina uxor a. 30 – Joanne a. 14, Maria a. 1 filii.
Joanne Pascolino a. 25 – Joanna uxor a. 15.
Vito de Cola Albanesi a. 35 – Matalena uxor a. 30 – Francisco a. 2.
Cola Pater a. 70 – Nastasia uxor a. 70.
Procimo Albanesi a. 40 – Matalena uxor a. 40 – Catarina a. 25, uxor marci molinari habitatoris mascoli.
Alessio Albanesi a. 38 – Maria uxor a. 30.
Joanneri Conca a. 30 frater Alesii – Agenda uxor a. 30 – Matalena a. 3, Andreana a. 1.
Micheli Albanesi a. 24 pauperrimus – Maria uxor a. 24 – Cunella filia a. 2.
Cola de Mastropetro a. 50 – Mecha uxor a. 40 – Franciscum a. 12 – Petrus a. 4 – Lucretia a. 4 – Mita mater Nicolai a. 80.
Dominico Greco albanesi a. 30, servilus domini capitanei et Universitatis et nil possedit, et non solvit jura fiscalia – Caterina uxor a. 30 – Lucia a. 15 – Joanna a. 5 – Lucretia a. 3, filii.
Forgio Sirbruna a. 40 – dicto russo – Avaria uxor a. 30 – Simonella a. 1 filia.
Joanne ursu alias de Martinu a. 50 – Caterina uxor a. 50 – Sestu a. 3 – Antonia a. 12 – Marucza a. 7 filii.
Cola Magne a. 50 – Caterina uxor a. 50.
Jeorgio manese a. 40 – Matalena uxor a. 38 – Joanne a. 18, Petru a. 13, e Leone a. 8 filii.
Jeorgiu Bianco a. 40 – Meta uxor a. 40 – Joanna a. 10, Maria a. 8, Margarita a. 4 filii.
Georgico de barese a. 50 – Minica uxor a. 40 – Joanne a. 13, Francisco a. 1 fil.
Joannes de Paulo a. 25 – Maria mater a. 70.
Joanne curciu … Margarita uxor a. 50 – Atonia a. 16 qui est Nespoli.
Petrus Russus a. 60 – Maria uxor a. 60 – Caterina a. 16, Paulello a. 6 filii.
Alesio cognatus Marini a. 40 – Cointeressa uxor a. 30 – Francisca a. 7, Elisabet a. 1 filie.
Vitus de Cola albanisi a. 50 – Marucza uxor a. 40 – Franciscus filius a. 2 – Catarina filia a. 12.
Petro albanesi a. 40 – Maria uxor a. 28 – Jacobus a. 12, Joanne a. 8 filii.
Cicco albanesi a. 30 – Mabira uxor a. 24 – Lassio a. 1 filius.
Michele albanesi a. 40 – Nika uxor a. 28 – Petro a. 13, Caterina a. 10, Maria a. 9 filii.
Margarita a. 30 vidua quondam Joannis albanesi mortui ab annis 8. Stephanus a. 16 in civitate Nespoli, Coltella a. 6, Masella a. 8 filii.
Cola Coga a. 35 – Marta uxor a. 30 – Franciscus filius a. 1
Petrus Alexis a. 35 – Maruccia uxor a. 34 – Joannes a. 6, Franciscus a. 5, Francisca a. 1 filii.
Georgius Tudiscus a. 30 vivit de elemosina – Landia filia a. 13.
Cola Tamussio a. 30 – Matalena a. 25.
Maria albanesi a. 35 pauperrima … Jacobo albanesi qui absens est quia vulneravit quendam civem dicte civitatis et vadit vacabundus.
Joanne Bosa tavernaro a. 70 – Maria uxor a. 50 – Agelella filia a. 22.
Martino a. 20 frater petri.
Petro Sapio albanesi a. 35 – Fiorita uxor a. 25 – Martino a. 20 frater petri … Vessa uxor a. 18.
Marino albanesi dicto Zampolla a. 60 – Fiorita uxor a. 50 – Vito filius a. 30.
Stephanus de Martino albanesi a. 50 – Maria uxor a. 30 – Marino a. 13, Georgico a. 2 filii.
Georgius Ruczes a. 40 – Fiorita uxor a. 35 – Jacobo Antonio a. 2, Paulo a. 3 filii.
Nicolaus de Ala albanesi a. 35 – Caterina uxor a. 25 – Guilelmus filius a. 5 – Jo. Franciscus filius a. 3.
Marino de Stephano albanisi a. 30 – Joanna uxor a. 30 – Joannes Simonus filius adoctivus a. 2.
Florita albanensis vidua sola et sine … a. 80.
Anno 1525.
Cosmagus albanese a. 65 – Garamanna uxor a. 35 – Andriana a. 9 – Petrus Sixtus a. 3 filii.
Jacobus Goscicundus albanensis a. 50 – Francisca uxor a. 40 – Franciscus filius a. 25 – Angelica uxor a. 28 – Sigismondus a. 4, Petrus a. 5 filii.
Paulo Alter a. 20 – Sixtus a. 9 – Jo. Berardinus a. 5 – Macteus a. 3 – Trosaina a. 13.
Catarina vidua Michaelis albanese a. 50. Joannella vidua Luce albanese a. 25.
Antonio de Georgico bono albanese a. 35 alias Caputo – Ypolita uxor a. 30 – Ferdinandus filius a. 6 – Beatrix filia a. 2.
Joannes Cimenti albanensis a. 14 (?) dicunt diaconum et non habet bullas.
Dopua vidua Joannis albanese a. 50 pauper.
Anno 1564.
Pietro Albanese a. 43 – Maria moglie a. 33 – Rainaldo Silio a. 15.
Ambrosio S. a. 5 – Alisandro S. a.
Fonti documentali e bibliografiche:
Museo Alifano, Documenti per la Storia dei Paesi del Medio Volturno;
Una colonia di Albanesi ed Ebrei in Alife nel secolo XVI, Arti Grafiche Ariello, Napoli 1963;
Giorgio N.: Notizie istoriche, Napoli 1720; e Trutta G. F.: Dissertazioni istoriche sulle antichità alitane, Napoli 1776;
Archivio del duca Gaetani in Piedimonte: Platea del feudo e dei corpi feudali di Alife (fasc. dell’anno 1621).
Ricciardi R. A.: La valle di Pietrapalomba, Caserta 1912; e Documenti, rilievi e ricognizioni, Maddaloni 1914.
Archivio di Stato di Napoli: Vol. 35, fasc. I, anno 1508, fol. 215, e fasc. II, fol. 91 tergo, 95 tergo, 27. Vol. 35, a. 1525, fol. 4 tergo, 16. Tergo e 17. Anno 1564, vol. 35, fasc. 133.

giovedì 15 marzo 2018

Il meraviglioso popolo dei Buskali della valle di Hundeza

(di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

Oltre cinque lustri fa, curiosando fra le pagine di Lidhja, rivista diretta dal papas Antonio Bellusci,  lessi, con molta curiosità e spirito di annotazione, uno scritto dell’Ing. Ernesto Scura concernente la esistenza di una misteriosa popolazione chiamata Kafira. Il non più fanciullesco desiderio del sapere,  determinò un improvviso e intenso bagliore e non di breve durata nella mia mente e nella mia anima. In quel periodo non era facile poter acquisire notizie con facilità, quel poco a disposizione per la ricerca era disponibile solo attraverso testi di etnologia specializzata e di geografia fisica-politica.


La fortuna di aver soggiornato a Napoli, per studi e per un periodo più o meno lungo, e la instancabile, ridicola, ossessiva passione, caratterizzata da eccesivo ottimismo, fra le innumerevoli  bancarelle di testi antichi di San Biagio dei Librai, ha in parte appagato la mia, già consulta, bramosia di conoscenze e nozioni, anche se non derivanti dall’esperienza e dall’esercizio.
Durante la mia permanenza nelle Forze Armate, grazie ad ufficiali colti, quale caro mi è il ricordo del Generale Fernado Micheli, riuscii attraverso L’Istituto Geografico Militare di Firenze, a raccogliere, seppur avvilupandole, notizie molto importanti riguardo la allogazione dei Kafiri. Il desiderio di approfondimento non si è affievolito con il passare degli anni, poichè, considerandomi un garante ed assertore della evoluzione della Microstoria, che, nella sua tendenza privilegia lo studio di fatti minuti delle vicissitudini dell’uomo in ambiti circoscritti,  con reiterazione, ha maggiormente dato impulso all’opera di ricerca. 


Nonostante il territorio dell’Afganisthan sia abitato in prevalenza dai “Pukhtun-khwa o Pashtanah”, il loro idioma è di origine ariana e le parole semitiche che si riscontrano nel suo vocabolario, gli sono venute non dall’ebraico, ma dall’arabo, dopo la conversione degli abitanti del Pukhtun-khwa al maomettismo. 
Popolazioni variamente incrociate abitano le asperità di quei brulli territori: Afgani, Persiani, Arabi, Usbecchi e Turchi e vengono spesso chiamati, a Kabul come a Bokhara, con il nome di Parsivan o Parsi -Zeban equivalente a persiani.
Tribù come gli Hindki e i Kzihil Basha pare siano di origine indù, ma sono molto propensi al processo di civilizzazione. Tutte queste etnie sono abituate all’obbedienza e si rendono servili ai loro padroni in maniera incondizionata e tutte astrette alla religione maomettana. 
A nord  e ad est del Kohisthan popolato dai Tagiik, ad ovest degli Swati, dei Mound, a sud ovest dei Dardi di Gilgit e dell’Indo Superiore, la regione montuosa è abitata da indigeni ai quali si da il nome di Kafir o ” infedeli”, una delle comuntà più piccole e combattive della terra.
Questa meravigliosa popolazione, mai domata  e mai asservitasi alla fede islamica, sciitica e sunnita,  si auto proclama Kalash; più spesso ancora viene designata con l’appellativo di Siah-Posh o “Nero Vestiti”, a causa delle pelli di capra nera.
Fra essi si distinguono i Sefid-Posh, che vestono di pelle di capra bianca, ma anch’essi , ed è per un abuso di linguaggio,  rimangono i “Neri Vestiti”.
L’unico clan Kafir, di cui le donne abbiano conservato l’antico costume nazionale, è quello dei Buskali (a questo punto ritengo opportuno che il lettore memorizzi bene questi vocaboli); esse portano sul capo una cuffia adue corna, aventi ognuno oltre 25 centimetri di lunghezza.
I Buskali delle valli dell’Hindu-kush,sono riusciti a mantenersi indipendenti, grazie alla difficoltà di accesso del loro paese, circondato ad ovest e a sud  dalle vie storiche della Battriana e l’Indostan: l’asprezza dei colli, la strettezza delle chiuse e soprattutto l’inestricabile intreccio della vegetazione nelle macchie che orlano i fiumi, hanno difeso loro anche meglio del loro valore personale.
Quanti sono? Sono stati calcolati in mezzo milione, ma contando con essi tutte le popolazioni comprese fra l’Indu-kush, il fiume di Kabul e la frontiera indiana, i Kafir propriamente detti non superano le 150.000 unità. 
Nel 1840 , James Wood, al tempo della sua visita al Badakscian, vide alcuni Buskali e fu da essi invitato a recarsi nella loro patria dove trovò “tanto vino e miele quanto ne desiderasse”, cosa illogica fra le altre popolazioni afgane.
Nel 1879 una escursione è stata fatta a nord di Gialabad, nel paese dei Kafiri dall’ufficiale inglese Tanner, visitando i villagi dei Buskali di Aret, Sciulut e Kalat, superando il valico del monte Ramkand, da cui la valle, percorsa dal fiume di Kabul – scrive il Tanner – ” appare come un abisso, da loro chiamato Ka-hon, con le sue città ed i suoi villaggi, piccoli spazi grigiastri circondati di verzura”.
I professori del National Geographic, Yule e Rawlinson, ritengono che i Kafiri non siano altro che Indù arianiti respinti da gran tempo nel “Paese delle montagne”, chiamato da essi “Wamastan”.
Secondo l’autorevole parere del professor William Trumpp, che ha veduto qualche Buskali, ritiene con certezza essi siano di origine europea. Non è raro incontrare degli esemplari dai capelli biondi e gli occhi azzuri, ma i più  hanno capelli bruni o castagno chiari ed occhi grigi; la tinta della loro pelle non sarebbe più scura di quello che sia in media fra gli Occidentali.
Si è voluto identificare i Kalash Buskali come i discendenti dei Macedoni, lasciati nelle montagne da Alessandro; ma, prima di venire in relazione con la civiltà europea essi ignoravano la loro origine macedone, ma tra essi il capo viene denominato “Sikander o Lisander”.
Un altro particolare da aggiungere che i Kalash Buskali del villaggio di Sciulut, nella gola di Hundeza, valle sinuosa a forma di naso, si autoproclamano come gli ultimi eredi di Lisander, che nel 326 a.C. attraversò il Kafiristan alla conquista dell’India. Nei loro canti epici mettono in rilievo come il seme greco e le magiche fatine abbiano generato montanari biondi dagli occhi azzurri.


Coltivano la vite, cosa rara fra le altre popolazioni dell’Afganisthan e bevendo vino alla maniera macedone, cioè mista ad acqua, celebrano riti orgiastici e dionisiaci, dove le belle Kafire danzano similmente alle baccanti. I loro villaggi sono difesi da muraglie in pietra che loro chiamano Kalat ” fortezza” e utilizzano per un miglior funzionamento della vita sociale un codice comportamentale consuetudinario simile a quello di Dukagijni o della “Montagna” propriamente detta.
E da come il mio amico di studi liceali, Antonio Borriello, antropologo, mi descrive, avendoli diverse volte visitati, pare che molte volte, il mio idioma si avvicini al loro. Si sta studiando molto sui Kafir Kalash, ma è necessario, anche se arduo, studiare i Buskali: i musi di cavallo, che fieri percorrono ancora le montagne dell’Afganisthan e le gole della valle di Hundeza.
Bibliografia:
Elphinstone, M. An account of the Kingdom of Caubul Londra 1898; Istituto Geografico Militare Firenze;
Journal of the Asiatic Socyeti of Bengal ;
De Saint Martin V., Annèe Geographique, 1863;