venerdì 17 agosto 2018

La truffa dell’Unità d’Italia: dal ladro Garibaldi ai Rothschild

 ( di Vincenzo Sofo)

Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di
uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi ora a cavallo…ora in piedi che impugna alta la sua spada, alcune volte indossa la celebre camicia rossa…altre volte si regge su un paio di stampelle come un martire. Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, avrebbero prevalso su un esercito di settanta mila soldati ben addestrati e ben equipaggiati quale era l’esercito borbonico. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì solo grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo. Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

A 150 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.

Solo che un tempo gli oppressi erano chiamati briganti…oggi invece sono i cattivi terroristi.

Tratto da iltalebano.com

domenica 1 luglio 2018

Riflessioni di Sandro Magister intorno ai rapporti tra Vaticano e Chiesa Italo Albanese


 Abbazia di Grottaferrata
Alessandro Magister detto Sandro è nato a Busto Arsizio il 2 ottobre del 1943; teologo giornalista, scrittore e vaticanista per diverse testate del gruppo editoriale "L'Espresso".

Ecumenici fuori casa. Ma dentro sono botte



Grandi sorrisi con Costantinopoli e Mosca. Mano pesante invece con le oasi bizantine in Occidente. I casi emblematici delle diocesi italo-albanesi e del monastero di Grottaferrata



di Sandro Magister
ROMA, 6 settembre 2016- "Ad extra" l'ecumenismo è sempre più sulla cresta dell'onda, forte dei gesti di riguardo del papa per le Chiese orientali, da Costantinopoli a Mosca.
Ma dentro casa l'ecumenismo latita. Un colpo dopo l'altro, la congregazione vaticana per le Chiese orientali non fa che dissipare quel che resta di importanti diocesi e istituzioni di rito cattolico bizantino, invece che rafforzare la loro identità.
Governa la congregazione il cardinale argentino Leonardo Sandri, cresciuto in segreteria di Stato e coadiuvato dal gesuita Cyril Vasil, segretario, e dal domenicano Lorenzo Lorusso, sottosegretario, entrambi canonisti e appartenenti a due ordini religiosi che di orientale non hanno nulla.
E gli effetti si vedono. Questo sito ha già dato ampiamente notizia dello schiaffo inflitto da Roma alla Chiesa ortodossa greca lo scorso inverno, con la nomina ad esarca apostolico di Atene di Manuel Nin, catalano, monaco benedettino, dunque un latino in abiti bizantini, già rettore del Pontificio Collegio Greco di Roma, cioè di quella che agli occhi dei greci è pur sempre l’esecrata istituzione fondata nel 1577 per preparare i missionari cattolici da inviare nell'Ellade a convertire gli ortodossi:
> Notizie dal fronte orientale. A Creta il concilio panortodosso, mentre ad Atene…
E tre mesi prima c'era stata la nomina a presidente della commissione speciale per la liturgia presso la congregazione per le Chiese orientali di un liturgista che sui riti d'Oriente non ha mai avuto alcuna competenza: Piero Marini, già grande cerimoniere di Giovanni Paolo II e discepolo di quell'Annibale Bugnini che tutti ritengono – a favore o contro – il vero artefice delle riforme liturgiche postconciliari della Chiesa latina:
> Piero Marini, prefetto mancato, si veste all'orientale
Se davvero il compito della commissione è di preservare i riti orientali da indebite "latinizzazioni", riesce infatti difficile immaginare un Marini impegnato a convincere maroniti, siri, caldei e malabaresi ad abbandonare la celebrazione della messa “versus populum”, da loro abusivamente copiata dal "novus ordo" del rito romano, e a tornare alla loro originaria celebrazione verso Oriente.
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Ma ora su questo fronte e nella stessa direzione c'è in arrivo molto di più.
Nei mesi scorsi il nunzio apostolico in Italia Adriano Bernardini ha trasmesso ai vescovi interessati una lettera della congregazione per le Chiese orientali mirata a sondare la fattibilità dell'erezione di una Chiesa metropolitana "sui iuris" che raccolga tutti i fedeli di rito bizantino residenti in Italia: ucraini, rumeni, italo-albanesi, ecc.
Il piano prevede l’estensione della giurisdizione della diocesi di Piana degli Albanesi ai fedeli bizantini di tutta la Sicilia; della diocesi di Lungro degli Albanesi ai fedeli bizantini di tutta l’Italia meridionale peninsulare; e del monastero di Grottaferrata (vedi foto) ai fedeli bizantini dell’Italia centrosettentrionale.
Si darebbe vita così a una sorta di “Chiesa cattolica dei bizantini in Italia” unificata, che metterebbe assieme fedeli di Chiese con tradizioni proprie, con calendari differenti, chi gregoriano e chi giuliano, e persino con riti diversi, essendovi nell'eparchia di Piana degli Albanesi anche preti e parrocchie di rito latino.
Questa unificazione non la vuole nessuno. Gli ucraini aspirano a una giurisdizione propria, come in Germania, in Inghilterra e in Francia, e gli italo-albanesi non ne vogliono sapere di vedere annullata la loro identità. Discendono dall’emigrazione arrivata in Italia dall'Albania nel XV secolo e nella maggior parte dei luoghi in cui abitano la lingua della loro vita quotidiana e della liturgia è l’albanese, tutelata dalla legge nazionale sulle minoranze linguistiche. Ma sono in minor numero degli ucraini di recente immigrazione in Italia e temono che i loro futuri vescovi, nominati dal papa in forza dei canoni 155 e 168 del codice delle Chiese orientali, saranno appunto ucraini e non più italo-albanesi.
Curiosamente, però, proprio il vescovo che papa Francesco ha insediato nel 2015 nella diocesi di Piana degli Albanesi, Giorgio Gallaro, è un attivo fautore della metamorfosi.
Siciliano, canonista, già di rito latino prima di emigrare temporaneamente in America, Gallaro non parla l'albanese, non ama il greco e cerca di imporre l'uso dell'italiano. Incurante delle prescrizioni liturgiche, va a celebrare anche nelle chiese latine dell’eparchia, indossando paramenti latini. Ha decurtato le solenni liturgie bizantine della settimana santa, per lui forse troppo prolisse, ma alle quali la popolazione è molto attaccata. Sta man mano allontanando dalla cittadina capoluogo dell'eparchia i preti di rito greco, alcuni sposati e con prole, rimpiazzandoli con preti latini. Anche alla Martorana di Palermo, su cui ha giurisdizione, ha interrotto la storica sequenza dei "papàs" italo-albanesi.
Contro di lui va crescendo una comprensibile protesta. Il consiglio presbiterale dell'eparchia e il collegio dei consultori si sono dimessi quasi in blocco.
E un convegno laico e popolare è in programma a Piana degli Albanesi nella seconda metà di settembre, in difesa delle lingue greca ed albanese nella liturgia e nelle istituzioni pubbliche, a cominciare dalla scuola.
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Quanto all'abbazia di Grottaferrata, il suo futuro è ancora più problematico.
Dopo le dimissioni accolte il 4 novembre 2013 dell’ultimo archimandrita, il monaco basiliano Emiliano Fabbricatore, papa Francesco ha diviso le cariche, nominando egumeno, cioè superiore del monastero, il benedettino belga Michel Van Parys, già abate di Chevetogne, e affidando la giurisdizione diocesana a Marcello Semeraro, vescovo di Albano, stretto collaboratore del papa in quanto segretario del consiglio dei nove cardinali per la riforma della curia romana e il governo della Chiesa universale.
In quell’occasione il quotidiano cattolico francese "La Croix" rivelò che a imporre le dimissioni dell'archimandrita era stata la Santa Sede, a motivo delle lamentele per il "frequente viavai notturno" nell'abbazia. Roma avrebbe inoltre accertato l'invalidità delle ordinazioni sacerdotali di alcuni monaci:
> Démission de l'abbé exarchal de Grottaferrata
Poi all'improvviso, il 30 maggio 2016, un comunicato congiunto a firma di Semeraro e Van Parys ha annunciato la nomina del vescovo di Albano a delegato pontificio dell'ordine basiliano d'Italia e ad amministratore apostolico del monastero, e la cessazione delle funzioni di Van Parys:
> Comunicato
In sostanza si è trattato di un commissariamento in piena regola di una comunità monastica ridotta a pochi elementi anziani e di questo passo destinata progressivamente a cambiare natura, "in forme attualmente allo studio della Santa Sede".
Ma chi il vescovo di Albano ha poi nominato come suo referente riguardo alla vita del monastero? L’archimandrita emerito Emiliano Fabbricatore, cioè proprio colui sotto cui ci furono le dubbie ordinazioni al sacerdozio e il "frequente viavai notturno" denunciato da "La Croix".
Grottaferrata non è un monastero qualsiasi. È stato fondato nel 1004, mezzo secolo prima dello scisma del 1054 tra Oriente e Occidente, da san Nilo da Rossano, sul terreno di un’antica villa romana concesso ai monaci dal feudatario del luogo, Gregorio I dei Conti di Tuscolo.
Situato a una ventina di chilometri da Roma, sulle pendici dei Colli Albani, è l'ultimo dei numerosi monasteri bizantini che esistevano in Italia fino alla metà del secolo XI. Ha resistito ai frequenti tentativi di latinizzazione e continua a essere un simbolo ecumenico di indubbio valore.
Ma con l'avvento della “Chiesa cattolica dei bizantini in Italia” unificata, questa sua identità verrebbe definitivamente compromessa.
Resta un mistero come una realtà orientale così significativa, nel cuore della Chiesa romana, sia stata lasciata decadere a tal punto, senza che nulla fosse fatto per salvarla.

Fonte: www.chiesa.espressonline.it

lunedì 28 maggio 2018

Mundus arberiscus vult decipi. La caduta dei miti




Matteo Mandalà, professore all'Università di Palermo riporta un pò di verità sulla 'fantastica' storia degli arbreshe d'Italia. Chi di noi non ha sentito dire che gli arbreshe erano militari al servizio degli Aragonesi ? Chi di noi non ha sentito dire che i primi venuti in Sicilia erano parenti, cugini, congiunti di Scanderbergh ? Col suo interessante libro Mandalà ci fa sapere che il "mito" è opera di un lavoro a tavolini del Settecento. Riportiano di seguito un breve stralcio delle 238 pagine del libro che, comunque, dà l'idea di come gli arbreshe, gli intellettuali degli arbreshe, nel '700 si sono costruita una identità 'credibile' che potesse metterli al riparo dall'emarginazione sociale, economica, religiosa e culturale in cui quei difficili tempi tendevano a spingerli.



Il testo: Matteo Mandalà

MUNDUS VULT DECIPI
I miti della storiografia arbereshe
Il Contessioto

Mundus arberiscus vult decipi

2.6- Nel corso del primo quarto di secolo del settecento le comunità albanesi in Italia non disponevano ancora di una loro tradizione storiografica. La loro “memoria” e, con essa, la loro identità, erano affidate alla trasmissione orale, ma non erano sostenute da fonti storiche, avvolte com’erano da un impenetrabile silenzio. Le loro origini etnico-culturali e, persino, linguistiche erano misconosciute; e la loro professione religiosa sottoposta a continue censure e, a volte, a violente azioni di repressione da parte delle autorità cattoliche. Sino all’approvazione della Bolla “Etsi pastoralis” (1742), che nel bene e nel male segnò una svolta nella storia culturale degli arbreshe, non esisteva una tradizione di studi che potesse finalmente dimostrare sul piano della narrazione storiografica le ragioni della loro presenza in Italia, delucidare la loro illustre genealogia etnica, rivelare al mondo che non era affatto corretto l’appellativo col quale si finiva per identificarli con i “greci”; che parlavano una lingua antichissima da non confondersi col più prestigioso greco; che le loro tradizioni antropologiche costituivano un patrimonio non meno prestigioso perché ereditato dalle più remote popolazioni pregreche che abitarono i Balcani; che il loro eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbergh era stato il principale difensore del Cristianesimo durante le guerre turco-ottomane; che la loro non era stata una semplice fuga dall’Albania sottomessa “ai cani Turchi”, bensì l’espressione più profonda del loro attaccamento alla fede e alla libertà; che la loro condizione rivestiva in quel frangente storico una dimensione ecumenica perché mirava a ricondurre a Cristo le derelitte popolazioni vessate dall’Isla. Si trattava di una complessa operazione di ricostruzione storica che, pur stimolata da una questione religiosa (la difesa del rito greco), finì col tempo con l’acquisire caratteri autenticamente laici e a promuovere e sostenere il decisivo processo culturale di costruzione dell’identità di cui ancora oggi sono portatrici le comunità albanesi d’Italia.

Tutto questo costituiva l’architettura del sistema ideologico o, meglio, dell’ideologia albanista che alcuni intellettuali arbereshe siciliani –tra i quali è d’obbligo menzionare padre Giorgio Guzzetta (1682-1756) e il suo allievo prediletto Paolo Maria Parrino (1711-1765)- tentarono di “codificare” scrivendo corpose opere storiche, sfortunatamente rimaste inedite, sulla base di una documentazione che iniziarono a raccogliere in vari fondi archivistici siciliani, aiutati dai tanti “papades” che vivevano nelle diverse diocesi dell’Isola e nelle comunità albanesi.

Il fatto di ritrovare –tra i tanti diversi documenti che riuscirono a raccogliere- cedole e diplomi regi, lettere patenti e altro materiale di così alta e rinomata provenienza, non solo poterono soddisfare il loro profondo desiderio di nobilitare le origini delle loro comunità, ma poterono coronare di successo la realizzazione di un disegno intellettuale tanto ambizioso quanto complesso: avviare un processo di costruzione dell’identità culturale delle comunità albanesi avvalendosi dei procedimenti in auge nell’Europa settecentesca, allora pervasa da una profonda crisi d’identità –procedimenti che Eric J. Hobsbawn ha magistralmente descritto nella sua introduzione al libro significativamente intitolato “l’invenzione della tradizione”.



2.7 Più che una “riforma”, come quella che nello stesso periodo fu avviata da Muratori, l’iniziativa promossa da Guzzetta e da Parrino mirava alla vera e propria fondazione ex-novo di una tradizione storiografica dotata di fisionomie, di metodi e di finalità propri, di forme e di contenuti originali, di una stabilità ideologica tanto inalterabile e longeva quanto convincente e documentata. Ne conseguì una sistematica indagine che esplorò, oltre agli archivi, le fonti narrative storiografiche classiche, medievali e moderne, preparò la stesura di brevi monografie sulle singole comunità albanesi, avviò l’elaborazione di un discorso storiografico inedito, seguendo modalità che gli avrebbero consentito di strutturarsi secondo regole formali inconfondibili e di avvalersi di uno schema logico-semantico assai semplice ma, nel contempo, funzionale alla realizzazione del disegno ideologico che aprioristicamente lo precedeva e che, altrettanto aprioristicamente, lo orientava.



2.8 L’idea di fondo risiedeva nel tentativo di fornire un’interpretazione storica della “diaspora” che la mettesse al riparo da ogni contestazione preconcetta, salvaguardando i protagonisti dall’accusa –infamante e gravissima per quei tempi- di appartenere alla cultura religiosa scismatica dei “greci” e dimostrando, al contrario, che essi appartenevano alle più rinomate classi sociali albanesi, tutte rigorosamente fedeli alla ortodossia cattolica: capi militari di indiscusso valore, sacerdoti cattolici anche se di rito orientale, nobili e aristocratici, quasi tutti “geneticamente” consanguinei del loro eroe nazionale, di quel Giorgio Castriota Scanderbergh che li aveva guidati nell’epica lotta contro gli infedeli ottomani. Anzi, proprio la figura del condottiero albanese, passato alla Storia d’Europa come “defensor fidei” e “atleta Christi”, colui il quale, bloccando per cinque lustri l’avanzata militare musulmana, consentì al Vecchio Continente di allontanare lo spettro del terrore, di acquisire rinnovata fiducia sulle sue forze e di sperare in un destino diverso da quello funesto che spazzò via la capitale della cristianità orientale (Bisanzio), godeva di una così alta considerazione che la sola evocazione delle sue imprese rendeva ulteriormente più realistiche e, quindi, più credibili le narrazioni storiografiche che tentavano di riempire il fragoroso silenzio storico che, ancora agli albori del Settecento, circondava la storia dell’emigrazione a cui diedero vita gli albanesi nel medioevo e, conseguentemente, le origini delle numerose comunità sorte nel Mezzogiorno italiano.



2.9 – La funzione ‘mitopoetica’ assegnata dalla nascente storiografia arbereshe alla figura di Castriota, oltre che consentirle di lanciare lo sguardo nel più remoto passato della storia degli albanesi – le cui origini etnico-linguistiche venivano connesse direttamente agli antichi popoli balcanici, tra i quali i pelasghi di Omero e i macedoni di Alessandro Magno, e la cui fedeltà all’ortodossia cattolica veniva direttamente fatta risalire all’apostolato di San Paolo- le permise di fissare la pietra di volta all’edificio che avrebbe custodito, almeno sino alla prima metà del secolo scorso, la “sacra verità” inventata dalla tradizione storiografica arbereshe settecentesca. Si trattava di un edificio che si sorreggeva su tre pilastri concettuali, i quali, a loro volta e fuor di metafora, formavano il seguente sillogismo:

1) gli albanesi giunsero in Italia o quando Scanderbergh era ancora in vita oppure immediatamente dopo la sua morte;

2) ad eccezione di questi ultimi, i primi erano imparentati con il principe albanese e quindi appartenevano o alla casta militare oppure a quella aristocratica e, pertanto,

3) godettero di speciali concessioni o di consistenti privilegi, reali o ecclesiastici o baronali, nelle terre italiane in cui furono accolti.

Lo schema logico entro cui veniva collocato il discorso storiografico era, nella sua strutturazione formale, in tutto identico a quello che imperava nelle opere settecentesche che miravano a ricostruire la storia dei popoli europei, cioè attraverso un’accorta selezione delle fonti storiche, un’abile utilizzazione delle sacre scritture, il più o meno esplicito fine di mitizzare le origini e, da ultima ma non per ultima, la rivendicazione di una presunta superiorità morale nei riguardi degli “altri”, meno fortunati, che non partecipavano della medesima “storia”.



2.10- Nella sua semplicità ermeneutica e al di là degli aspetti semantici che di volta in volta hanno concorso alle ricostruzioni delle vicende locali, lo schema logico applicato dalla narrazione storiografica arbereshe contribuì a inventare una “tradizione”, quella appunto storiografica, nella quale non solo è facile scorgere una straordinaria e ininterrotta continuità garantita dalla ripetuta, immodificata e, perciò, rituale esecuzione del sillogismo suddetto, ma è altrettanto agevole rilevare persino, e paradossalmente, gli elementi costitutivi di tutte e tre le classi di contenuto e delle loro successioni che, secondo Roland Barthes, permettono all’elaborazione dell’enunciato storico di trasferirsi su un piano narrativo più prossimo ai generi letterari del romanzo storico, dell’epopea e del poema epico.

E’ all’interno di questo quadro ideologico, in cui predomina fortemente il “desiderio” della dimostrazione di un assioma assunto aprioristicamente, che si insinuarono le falsificazioni, sia quelle che furono artatamente compiute a ridosso della svolta culturale di cui si è detto, sia quelle, certamente le più significative, che la precedettero. Scarsi o, addirittura, nulli furono gli effetti delle cautele adoperate nei riguardi di quei materiali di dubbia provenienza e di assai incerta autenticità: e si trattò di cautele che, sebbene non consigliarono di espellere immediatamente quei documenti dal ricco materiale così rapidamente accumulato, di certo suggerirono di procedere con grande e misurata attenzione. Ma quando l’interesse prevalse, anche la prudenza più accorta iniziò a vacillare e, come sovente accade in questi casi, a un certo punto svanì del tutto. Sicchè, come accadde a Muratori che si era affidato a Tafuri, tra i tanti informatori arbereshe mobilitati ebbero il sopravvento coloro che –vuoi per eccessiva ingenuità o per un malinteso senso dell’amor patrio- non solo diedero credito ai documenti falsi e, in altri, ne “inventarono” di nuovi, ma agirono in modo tale da legittimarli agli occhi dei tanti che attendevano ansiosamente di conoscere la storia della loro comunità.



A parte i pochi storici che se ne sono occupati, non senza gravi difficoltà e con clamorosi insuccessi, nessun altro si è mai posto il problema di ricercare i documenti originali e di sottoporli alle necessarie verifiche storico-filologiche e, quindi, di stabilire una volta per tutte la loro autenticità. Forse non se ne sentiva la necessità oppure, come si è più propensi a ritenere, intervenne la stessa ragione alla quale si appellò Konrad Kujau, l’oscuro commerciante di anticaglie militari naziste di stoccarda che fabbricò i diari di Adolf Hitler, quando gli fu prospettato di rifondere i nove milioni di marchi versati dalla rivista di Amburgo che si aggiudicò l’esclusiva dell’edizione dei falsi: Kujau non intendeva restituire un centesimo perché “aveva fatto un buon lavoro” e perché, a suo avviso, un’eventuale responsabilità era, semmai, da attribuirsi ai comportamenti dei truffati, che avrebbero mostrato disponibilità addirittura istigatrice nel farsi ingannare. Risulta chiaro che, al di là dell’aspetto anedottico e burlesco della vicenda Kujau, esaminando il singolare rapporto tra truffatori e truffati emerge, direi paradossalmente, che i secondi dal punto di vista pratico hanno le idee meno chiare dei primi o, se consideriamo la questione da un’altra angolazione, parrebbe effettivamente che aspettino che qualcuno li possa ingannare, per potersi compiacere –finalmente- della soddisfazione di avere potuto esaudire un loro desiderio. Da qui l’acuta riflessione di Horst Fuhrmann che ha costituito il filo conduttore di questo libro:

“Evidentemente esiste a volte nei truffati una disponibilità, influenzata dai propri desideri, a considerare autentiche le falsificazioni; alla volontà del truffatore corrisponde la disponibilità del truffato e sulla bocca di un Konrad Kujau non sarebbe poi così fuori luogo il detto proverbiale circolato a partire al più tardi dal XVI secolo: “Mundus vult decipi, ergo decipiatur”.

2.11- Nei prossimi capitoli si avrà modo di constatare quanto sia stata perniciosa nel passato la “sindrome di Kujau” per la salute degli italo-albanesi, mentre per quanto riguarda la sua attualità è il caso di riportare sotto forma anedottica un episodio illuminante e, nel suo genere, gustoso. Tra le altre falsificazioni circolate nel corso dei secoli, ha goduto di particolare fortuna la “memoria” attribuita ad Agostino Tocci. Pubblicato da Girolamo De Rada a più riprese nella seconda metà del XIX secolo, quel documento, scritto in un perfetto italiano ottocentesco, risalirebbe al 1650. Vi si narra l’epopea di Giovanni Castriota e degli albanesi al suo seguito, i quali dopo estenuanti peregrinazioni in Italia, si sarebbero insediati definitivamente nelle regioni meridionali della Penisola, compresa la Sicilia, fondando un imprecisato numero di colonie arbreshe. La palese falsificazione (per quanto possa apparire, come ha sostenuto Paolo Petta, una vera e propria “invenzione della tradizione”) ebbe notevole successo letterario nel corso del secolo del romanticismo, tanto che alcuni scrittori arbreshe, tra i quali Gabriele Dara junior e Giuseppe schirò, la citarono come autentica fonte storica. Sull’inattendibilità della “memoria” oggi non vi sono dubbi: Paolo Petta ne ha parlato in termini di “una ingenua Eneide italo-albanese, priva di fondamento storica e zeppa, del resto, di incongruenze: ma che corrisponde all’immagine di migrazione creata da una tradizione orale, che amava ricordarla come un grande movimento del popolo albanese, organizzato sotto la guida dei suoi capi naturali”. In tempi più vicini, la “memoria” di Tocci è stata ripescata da Domenico Cassiano che in due distinti lavori storiografici le ha affibbiato due giudizi diametralmente opposti: col primo, dopo una serie di singolari arzigogola ture interpretative, le si negava “probante valore sotto il profilo storico” e, anzi, si ribadiva che si tratterebbe della “narrazione fantastico-epica della quarta (?) emigrazione”; col secondo, formulato di recente, la si riconosceva, invece, come “documento storico di rilevante valore”, al punto di considerarla “una silloge del ricordo popolare. Oralmente tramandato di generazione in generazione” che obbligava a “rivedere il giudizio (…) sulla storicità del documento dato altrove”. Un così incredibile e disinvolto mutamento di opinione non poteva che essere spiegato prendendo in considerazione la “sindrome di Kujau”. Incaricato dall’Amministrazione comunale di Strigari, poteva Domenico Cassiano non affidarsi alla “memoria” di Agostino Tocci, che a Strigari ebbe i natali ? Non era forse un preciso dovere dedicare un capitolo del suo libro (“Le immigrazioni e la memoria di Agostino Tocci”) e appagare così il duplice desiderio del committente di assistere alla celebrazione di un intellettuale locale e di vedere riconosciute alla sua comunità siffatte nobili e antiche discendenze storiche ? Quando ho chiesto a Cassiano una spiegazione, la risposta del mio sornione interlocutore è stata esplicità, ma non ha smentito, come pure mi auguravo, la mia previsione: “questo volevano che io scrivessi !”. Insomma: Mundus vult decipi, ergo decipiatur.








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mercoledì 18 aprile 2018

AMICA VERITAS SED MAGIS AMICUS AMICUS

AMICA VERITAS SED MAGIS AMICUS AMICUS di Nando Elmo


Per quanti hanno letto o leggeranno il mio breve saggio “Chiamatemi arbëresh” argomento qui più distesamente un tema lì appena accennato – per evitare fraintendimenti.


Una volta, ai tempi della Metafisica imperante, nel tempo della violenza religiosa e politica quando le religioni e i monarchi e i professori possedevano la “Verità” e creavano le eresie e i nemici dello stato e gli ignoranti (ma questo tempo non è finito, il mondo è pieno di dittatori, di papi, di professori) valeva il detto, attribuito da Ammonio ad Aristotele: “Amicus Plato sed magis amica veritas”, in altre parole:“più dell’amico Platone vale la “verità” - frase di una violenza metafisica inaudita. La “Verità” vale più dei gasati di Auschwitz, la “Verità” vale più degli sgozzati dell’Isis. Della “Verità, nelle sue varie declinazioni, si riempiono la bocca coloro che non ne possiedono alcuna, solo la sua ombra, nonostante la dichiarazione del solito Nietzsche: “Dio è morto”, che significa solo che la Metafisica è finita, che sono finiti i “valori”, che è finito l’”io” che li sostiene con la volontà di potenza, che è finito ogni fondamento, che è finita l’imperatività d’ogni grammatica. A proposito di questa il solito Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli – la “ragione” nella filosofia 5- (attenzione: “degli idoli”) scrive: “La “ragione” nel linguaggio: oh che vecchia donnaccia ingannatrice. Temo che non ci libereremo più di Dio perché crediamo ancora alla grammatica …” ( mi pare di sentire Paolo di Tarso, Cor. I, 1,20: οὐχὶ ἐμώρανεν ὁ θεὸς τὴν σοφίαν τοῦ κόσμου τούτου; - oddio, nella mia prosa frattale che si perde per li rami sto deviando dalla retta via: finirà il mio discorso per non avere senso; ma torno al ramo centrale sicché nessuno si perda).
Oggi la formula pseudo aristotelica non ha più fortuna tra i “pensatori pensanti” e sembra, in tempi di “democrazia, d’ironia e di contingenza”, per usare la formula del filosofo americano Rorty, che valga la sua inversa: “Amica veritas sed magis amicus amicus”, cioè “sono amico della “verità” – ci mancherebbe - ma sono più amico degli amici” – cioè: sono disposto ad abbandonare una verità pur di salvare un amico.
Perché sono amico della “verità”? Perché “sono qui” per cercarla (in modo frattale vagando per li rami), giacché non la possiedo. E siccome non si lascia essa possedere, sono nella condizione dell’Eros platonico, che essendo egli “im/eros, cioè desiderio, è sempre in stato di carenza. E potrebbe egli una volta vestire i panni della Sposa del Cantico dei Cantici ed esclamare: “Quaesivi et non invenii”; o dell’innamorato della Titina della famosa canzone: “la cerco e non la trovo, chissà dove sarà”, o di Zazà, che, anche lei, persa nella festa di S. Gennaro – che fa miracoli – comm’aggià fa pe te truva? I’ senza te nun pozzo sta..
D’altra parte anche Aristotele, se mai sia stato autore della formuletta dell’“Amicus Plato…” (Egli, ipse dixit, smonta, come amico della “Verità”, parecchie tesi del Maestro, che con le sue aporie era meno violento del discepolo), nella seconda parte del Primo libro della Metafisica afferma che ci sono due tipi di “verità”, quelle facili (tipo le constatazioni delle semplici presenze) e quelle difficili che richiedono il possesso del tutto per essere espresse. L’uomo è capace delle prime ma incapace delle seconde. Anche Socrate a suo tempo affermava che siamo capaci solo di “opinioni”, ma che tra le opinioni ci sono quelle “rese vere da un ragionamento”, e che prendono abusivamente quindi il valore di “verità”. Socrate parla nel “Teeteto (202 c) ”di una “δόξαν ἀληθῆ μετὰ λόγου”. Lo cito in greco, come sempre, perché diffido delle traduzioni.
Ma, se posso permettermi, “δόξαν ἀληθῆ/opinione vera” ha tutta l’aria, di una contradictio in adiecto, (un giochetto di Socrate, per accontentare i suoi interlocutori, che pretendono una verità, quale che sia?), perché se l’opinione non è verità e la verità non è opinione, che senso ha un’“opinione vera”? – pare la Fides et ratio, dove alla Fides non bastano, dicono i professori, solo les raisons du cœur.
L’opinione, dunque, anche se è sostenuta da un ragionamento inoppugnabile, sempre opinione rimane. E noi la “Verità” continuiamo a inseguirla entrando in quella ὰλή/θεἰα che, sempre Socrate, definisce “divina erranza” (erranza nei due sensi), “erranza” che è poi la filo/sofia che abbandona le imposizioni della logica per aprirsi all’eventualità dell’Essere, che implica “il sapere di non sapere” – l’importante, egli dice, ancora, è sempre farsi vuoti (ἐάντε κένος ᾖς, ἧττον ἔσῃ βαρὺς τοῖς συνοῦσι/ se invece ti manterrai vuoto, sarai meno pesante per chi ti sta vicino), sempre farsi liberi per essa dalle posizioni acquisite – e questo per “non dare l’impressione di saper quel che non si sa” – soprattutto affidandosi agli eidola. Anche perché, ancora, se quell’opinione retta è la nostra “conoscenza”, dobbiamo fare i conti poi con la conoscenza-come-strumento che a detta di Hegel deforma la cosa da conoscere. E questo fa la pari con il detto di un filosofo matematico fisico chimico elettrotecnico e teologo ortodosso dei nostri tempi, il santo sacerdote russo, sposato con figli, Florenskij, ucciso dalla ferocia della “verità” staliniana. Egli dice che Cristo solo è consunstanziale alla Verità, e dunque la nostra verità non è tale perché non è quella di Cristo al quale non siamo consustanziali.
E ancora: “La verità piena è qualcosa di assoluto e dunque incompatibile con il mondo; per loro natura il mondo e l’uomo sono limitati, dunque recepiscono in modo limitato … (P. A. Florenskij: Bellezza e liturgia- Mondadori, 20109)”
Siamo dunque nudi e scalzi davanti alla “Verità” e affamati d’essa, come Eros/Imeros alla ricerca del Bene che è il Sommo Vero, l’Assoluto che riposa solo in sé, per sé. Cerchiamo la Verità con affanno ma non la troviamo perché, se la trovassimo, saremmo consustanziali ad essa, il che non sarà mai, finché “saremo qui” nella nostra prospetticità, parzialità, contingenza, in commercio, persi, tra enti contingenti.
Anche e soprattutto nelle scienze la “Verità” ha fatto il suo tempo. Nelle scienze una teoria “funziona o non funziona”, non è mai “vera”, entrando essa nel calcolo delle probabilità del suo funzionamento secondo le esigenze degli scienziati.
Che ne facciamo, dunque, della “Verità”? Di questo “strumento”, che ha acceso roghi, ha maledetto eretici, riempito Gulag e Lager, diviso amici, rendendo la Storia non solo un cumulo di macerie ma di porcherie inenarrabili che vanno sotto il nome di progresso?
Abitiamo la nostra contingenza e nella scelta tra “amicus” e “veritas” scegliamo, senza dubbio, l’amico – anche perché unico valore è la “persona” e poi: “vita brevis” - ed è sempre meglio lasciare eredità d’affetti.
Ora la verità diventa ancora più problematica quando la cerchiamo in uno scritto. Platone, sempre lui, dice che lo scritto assomiglia a una pittura, se la interroghi, essa non risponde. E dunque anche il mio scritto diventa un quadro di segni che, se interrogati, non sanno rispondere. E va bene per gli scritti di Platone che affronta argomenti da par suo, ma il mio scritto che è quello di uno che non sa scrivere, deviando sempre per excursus, non sapendo tenere la barra al centro, perdendosi tra Holzwege: che vorrà dire? A interrogarlo, il mio scritto, non sa rispondere e dunque la responsabilità del suo senso passa da me al lettore. Il mio scritto vorrà dire quello che il lettore, secondo la sua abilità di lettura, gli vorrà far dire. È il lettore che dà significato al testo – e quello esplicito e l’implicito. Non voglio con questo sottrarmi alle mie responsabilità, ma scrivendo mi affido sempre alla carità ermeneutica dei miei cinque lettori. Dei quali due hanno dato segni di vita, gli altri sono sempre distratti dalla festa di S. Gennaro – che pare faccia miracula
S. Gennaro come “linguaggio che fonda”. E se mi è lecito e se il lettore ha pazienza, vorrei ancora deviare verso la grammatica di Nietzsche più su richiamata. Essa si fonda come un Gestell, come direbbe Heidegger. Ossia come l’imposizione di un impianto tecnico provocatorio che l’uomo appronta per impossessarsi di Dio, ente tra gli enti, come fondamento (ricordate il Dio di Cartesio e il rifiuto di Pascal del Dieu des philosophes et des savantes? È questo Dio che Nietzsche dichiara morto). Con questa grammatica l’uomo non è più ospitato nel suo linguaggio (l’arbëresh, per esempio) ma ne è il padrone e fonda grammatiche pure e prescrittive per niente aperte all’Evento dell’Essere che è ohne warum, senza perché. La grammatica come strumento dei professori per stabilire assiologie e aventi diritto (penso alla “grammatica” del realismo socialista o del falso “del vero classico romano nazifascista”, e all’arte degenerata dei “non aventi diritto”. Qui davvero avviene quello che denunciava Gorgia: “ai nostri interlocutori offriamo parole non fatti”, “parole” e “fatti” non si coappartengono più – solo pura retorica, il “fatto” cioè non nasce con il suo linguaggio – l’arbëresh non nasce con il suo linguaggio ma viene sussunto da una grammatica, da una sintassi e da un codice eterodiretti – pensiamo anche alla “grammatica” dei “Cinque stelle”[1]). Ma qui il discorso si farebbe lunghissimo e allora lo tronco subito.
Perché tutta questa manfrina?
Perché pare che le opinioni, espresse nel mio scritto “Chiamatemi arbëresh”, stiano già per essere equivocate come “verità” (ma il discorso sulla “verità” l’ho fatto anche lì, in maniera succinta). C’è chi le ha prese come tali ed è partito per la tangente del fanatismo arberisco (Dio ce ne liberi); c’è chi le ha considerate interessanti, probabilmente proprio perché le ha prese anche lui per “vere”, confortando le sue ipotesi: la penso come te; c’è, poi, chi le ha prese per un fatto personale e mette muso, fa il permaloso.
Non intendevo suscitare simili reazioni.
Ho espresso, ripeto, delle semplici opinioni basandomi solo su quei brevi, frammentari, documenti che pubblica G. G. Capparelli nel suo “Acquaformosa” e ragionando (se mai io sappia ragionare) su questi ho cercato di trarre delle conclusioni – che in quel libro non erano tratte - tutte da verificare (lo ripeto a chiare lettere nel testo, in effetti non ho conclusioni da offrire).
Nella speranza, al massimo, di suscitare un dibattito.
A questo, però, noi arbëresh non siamo usi ed è grave per chi voglia fare cultura, perché di questo sono certo: si parla tanto della “salvaguardia” della cultura arberisca, che io in verità (ora ci vuole) non so in che consista, perché se la “cultura” è quella “divina erranza” della ricerca della “Verità”, quale che essa sia, allora quella “divina erranza” che deve essere un diuturno dialogare tra gli aventi diritto, in Arberia non esiste: c’è tanto folklore, cultura no. Cultura è un participio futuro, che parla di un farsi continuo, di un darsi di volta in volta, non di un passato reso idolo ingessato e contemplato nella sua incapacità di generare semi di futuro, appunto.
Ma se dialogo in Arberia non c’è, non è colpa mia. Non che il dialogo poi sia migliore dello scritto; il dialogo spesso è tra sordi ognuno reso sordo dalle proprie presupposizioni, dall’assunzione di principi non verificati, e dal proprio metodo di discutere (vedete i Talkshow politici in televisione).
Riesco a dialogare solo con Zef Skirò di Maggio, con cui siamo spesso in dissenso (proprio perché nessuno cede sulle proprie assunzioni, sulle proprie credenze, sulle proprie “verità”) ma continuiamo, nonostante tutto, a tenere sempre acceso Skype. Forse immaginiamo che la cultura si faccia così, nel di/battito continuo in cui ciascuno di/scute, scuote, sbatte come un tappeto per liberarlo dalla polvere che vi si accumula, polvere delle opinioni s’intende, le proprie tesi, in parresia, divenendo ognuno battitappeto dell’altro, sperando di imparare così qualcosa: io, per esempio, a scrivere. E, per dire, oggi abbiamo discusso di queste iniziative estemporanee che riguardano l’ennesima richiesta d’intervento delle autorità per la “difesa delle minoranze linguistiche”. Mi giunge notizia che, dopo aver ottenuto dal governo italiano, la legge 482 del 1999 per la difesa delle minoranze, coloro che hanno lasciato le nostre comunità analfabete come erano, perché guardavano e guardano altrove, si rivolgeranno ai cittadini Europei per una “Iniziativa di sensibilizzazione sui diritti delle minoranze linguistiche in Europa”.
Ci troviamo d’accordo, il Pianoto ed io, sul fatto che non firmiamo, che non ci mettiamo nel novero di coloro che s’infiammano per iniziative inutili. Che non è questo il modo di difendere alcunché in questo campo che è un innermost flowering della fysis, non un’imposizione eterodiretta da chicchessia. Desinit in mimum, dicevano i latini; a tarallucci e vino diciamo noi due d’accordo, augurando ai volenterosi a tempo perso buon appetito (anche perché è ora di cena, nel vespero delle nostre comunità).
Mi capitava altrettanto con l’amico che non c’è più, il Preside del “Giulio Cesare” di Roma, Antonio Sassone, l’uno eco dell’altro nel rimandarci “ ma je një piçuç i tërë, çë kararin thua?”/”ma sei proprio sciocco, che cazzate racconti?” non avevamo nessun ritegno a maltrattarci. E pure eravamo sempre lì a cercarci ogni giorno. Per telefono, allora. E ogni volta che c’incontravamo a Roma, era festa.
Ma c’era invece la buonanima di G. Rennis che si offendeva e non mi rivolgeva più la parola e cambiava strada quando m’incontrava, ogni volta che cercavo di discutere le sue madornalità linguistiche (beh, non tutti avevano fatto studi specifici in Linguistica generale – io allora ero uno specializzando, potevo fare il saputo).
E tuttavia pur di conservare gli amici sono sempre pronto a troncare tutte le mie pretese e buttarle tra i rifiuti (bisogna svuotarsi, no? κένος γίγνεσθαι/ mbrazem), anche perché non meritano. Ho imparato a tacere, a lasciare la parola all’altro, che è sicuro d’essere sicuro delle proprie tesi. Io sono spesso sicuro solo di essere insicuro, anche se, nello stesso tempo, essendo io un depresso cronico cui il peccato sta sempre davanti, sono tormentato dal fatto di non essere sicuro di essere insicuro (sto parafrasando Eco che parafrasa Boscoe Pertwee, che non sono sicuro di sapere chi sia).
È vero, scripta manent ponendo la sicurezza di un’opinione trincerata da un ragionamento non fallace, che non è strumento aletetico, ma solo di certezze personali.
Ma, amici, prendete le mie cose come prendereste quelle di uno scapato, di uno senza giudizio. Di uno che non sa scrivere, perché è un conto pensarle le cose un altro scriverle, spesso la scrittura tradisce il pensiero. E portate pazienza. Anche perché non faccio mai questioni personali – ci mancherebbe – posso sempre fingere, per carità ermeneutica, d’essere convinto delle tesi altrui: non mi costa niente. E scusatemi se talvolta mi esprimo sopra le righe; ma per amore solo per amore. Per amore del destino (amor fati) che mi è toccato: di essere un arbëresh, cui vorrei dare un senso (Ahi, la verità).
Le castagne dal fuoco me le sono tolte da solo, nell’indifferenza totale, degli altri. È vero che le mie sono iniziative personali, parziali, stravaganti – Zef Skirò mi rimprovera: sei l’unico che fa problema di queste cose. Ha ragione, ma ciò significherà qualcosa? E già, sono schiavo della Verità direbbe Antonio Sassone. Per amore della “verità”. Perché le vecchie verità sull’Arberia non servono più, sono decadute, han ceduto il posto ad altro: il boccio cede al fiore, il fiore al frutto, ricordate il vecchio Hegel?
Le “verità” sulla vecchia Arberia han fatto il loro tempo, bisogna farsi vuoti per le nuove, che faranno la muffa anch’esse. Ché ciò che la “verità”, che ama farsi inseguire, rilascia, i suoi φαινόμενα, è solo opinione, per questo “magis amicus amicus”. Se credessi di avere alcuna verità, a quest’ora avrei preso a calci nel sedere i tanti amici.
Ma giacché quello che scrivo ha tutta l’aria di voler essere verità, letto e riletto più volte questo testo (πολλάκις ἀναγνοὺς - non ti fermare mai alla prima osteria), caro lettore, buttalo via, o come direbbe (lo pseudo) Platone (Lettera II, 314c): καὶ τὴν ἐπιστολὴν ταύτην νῦν πρώτον πολλάκις ἀναγνοὺς κατάκαυσον.
P. S:
E pure siamo nel cuore della “Verità”, perché siamo nel cuore dell’Essere di cui essa è la luce. Essa si dà attraverso il nostro “errare”, attraverso l’”errare” suo e nostro; essa si storicizza, s’incarna in noi, avendo essa bisogno di noi per darsi, ma dandosi in noi, si “sporca”, diventa parziale, prospettica, relativa a tempo e luogo. Nel darsi entro i limiti nei quali siamo situati, la “Verità” si nasconde, nello svelarsi si ri/vela; essendo “il più vicino” essa è “il più lontano”; essendo “il più presente” essa è “il più nascosto” – la vista non vede se stessa; ed entriamo così nell “nostagia del presente.
Siamo nel cuore forse solo della “verità facile” (ῥᾳδία ἀληθείας) di Aristotele ( περὶ τῆς ἀληθείας θεωρία τῇ μὲν χαλεπὴ τῇ δὲ ῥᾳδία), dove ci cogliamo come “semplice presenza” alla stregua di un qualsiasi ente, un albero, una mosca, un motorino, che ci nasconde offesi a noi stessi;sapessi ἀληθινῶς chi sono! Chi sono? In che consisto?
Mi vengono in mente quelle parole di Matteo 24, 26 - 28, ἰδοὺ ἐν τῇ ἐρήμῳ ἐστίν, μὴ ἐξέλθητε. Ιδοὺ ἐν τοῖς ταμείοις μὴ πιστεύσητε (....) ὅπου γὰρ ἐὰν τὸ πτόμα, ἐκεῖ συναχθήσονται οἱ ἀετοί/ ecce in deserto est, nolite exire. Ecce in penetralibus, nolite credere (…) ubique fuerit corpus, illic congregantur et aquilae. Sì proprio così, dove ci sono i cascami della verità, lì si adunano gli avvoltoi. Ma chi vive, οὐκ ἔστιν ὧδε, non abita mai un “qui”; chi vive non ha dove posare il capo … A maggior ragione la raccomandazione di Platone va eseguita.
(1) Nell’”À Rebours” Huysmans condanna la pedanteria e l’aridità di Virgilio nell’Eneide per la “basse révérence à la grammaire”.




domenica 25 marzo 2018

Il seminario divenuto covo di vipere e fucina del diavolo


Collegio Italo Greco Albanese San Adriano
 di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro



Per più di duecento anni, le popolazioni albanesi, sopraggiunte nel regno di Napoli fra il XV e il XVI secolo, sfuggite all’ira delle orde turche, ormai imperversanti sulla Grecia e l’Albania, vissero nella più completa ignoranza. Seppur accolte, grazie alla magnanimità Aragonese prima e di Carlo V in seguito, dalla malcelata benevolenza dei signori del luogo, ebbero più di tutte a subire i rigori della feudalità.Prevaricate ed oltraggiate, nella loro fierezza, dai baroni e dal complesso e più malvagio sistema di imposizione del feudalesimo ecclesiastico, nulla fu ad esse permesso per migliorare le condizioni di vita. Gli albanesi nonostante tutto, essendo sfumata la possibilità  del rientro nella madre patria, cominciarono a porre le basi per una stabile esistenza. Dissodarono terreni sterili, disboscarono colline selvose per migliorare l’agricoltura e l’allevamento; impiantarono ficheti, vigneti, uliveti e gelseti intensificando la coltura del baco da seta. Qualcuno abbandonato il misero e malsano tugurio, costruito per lo più da fanghiglia e sterco di armento con il sostegno di rami intrecciati ( kalivja), cominciò ad erigere le prime case in pietra con il supporto della calce. Nonostante le intraprendenti popolazini greco albanesi cominciassero a radicarsi territorialmente, ad inserirsi, gradualmente, nel preesistente tessuto sociale del Mezzogiorno d’Italia e a condurre un tenore di vita più tollerabile, rispetto al periodo dei primi insediamenti, il potere feudale non dava scampo, anzi esso, nelle sue forme più abiette, nel notare una loro positiva evoluzione, diveniva sempre più dispotica ed esacerbante. Il Procuratore Generale presso la Commissione Feudale, Davide Winspeare, nella Compilazione degli abusi feudali cosi scrive: “ Due specie di popolazioni che noi guardiamo ancora come straniere, hanno provato sopra tutte le altre i rigori della feudalità. Le Calabrie e la terra di Otranto sono ancora piene di popolazioni greche. Con più ragione potevano riguardarsi come straniere le popolazioni Albanesi che nel corso del decimo quinto e decimo sesto vennero a stabilirsi nel regno.I contratti taciti o espressi che precederono lo stabilimento di queste popolazioni, sono senza dubbio l’origine ed il titolo il più leggittimo de’ diritti dei baroni; ma se costoro avevano senza alcun titolo ridotto in servitù ed invaso le proprietà degli indigeni, quanto più doveno far valere la facoltà di dare una legge a colonie sopravvenute”. Ben più intolleranti e dispotici si mostrarono, alle genti albanesi, gli ordinari latini nelle quali dioces i essi conducevano esistenza. Venuti nel regno di Napoli,gli esuli, poveri ed ignudi portarono con sè null’altro che la avita Fede dei loro Padri: il Rito Greco Bizantino. I vescovi di Roma, sempre alleati dei baroni, non potevano assolutamente accettare che nelle loro diocesi fosse professato un’altro rito, un rito, forse ,che avrebbe dato negativi risvolti ai loro esercizi di ammansimento e di guida alla convenevole superstizione, che tanto aveva giovato ai loro interessi. 
Angherie e perangherie dovettero subire quelle povere genti accompagnate dai loro sacerdoti. Sarà opportuno trattare in altra occasione tale tematica in quanto complessa e ricca di risvolti.
Nel suo terzo anno di pontificato, l’11 ottobre del 1732, Clemente XII, di madre albanese, dietro reiterato interessamento dell’Italo Albanese Felice Samuele Rodotà dei Coronei, fondava in San Benedetto Ullano,Calabria Citeriore, il Collegio Greco per gli albanesi delle Due Sicilie. Determinata competenza del Collegio era quella formare il nuovo clero fra gli Albanesi d’Italia, con facoltà, dei Rettori , di conferire la laurea a quegli alunni che hanno seguito con esito positivo gli studi di Filosofia, Teologia e Sacra Scrittura. La reggenza del Collegio era affidata ad un Vescovo Greco Albanese, conferente gli ordini sacerdotali agli Albanesi di Calabria e di Sicilia.
Per oltre mezzo secolo, il Collegio Corsini, cosi primariamente denominato per il cognome del pontefice fondatore, fu -scrive Francesco Capalbo- eccellente centro di educazione per molti sacerdoti di rito greco, infatti, esso, non aveva nulla da invidiare al Collegio Greco di Roma, tanto è vero che, dall’espulsione dei gesuiti dal regno ( 1767), divenne il centro di educazione più rinomato delle Calabrie. Nei suoi sessant’anni di stabilità in San Benedetto Ullano, il Collegio, oltre ad erudire il clero greco, fra i quali i Vescovi Illuministi, aperti alle nuove idee d’oltr’alpe, Francesco Bugliari e Domenico Bellusci, grecisti di fama come Gugliemo Tocci da San Cosmo Albanese; Vincenzo Gangale da Firmo; Domenico Damis, zio del generale, da Lungro; Francesco Avato da Macchia Abanese, professore di greco all’Università di Bari; Vincenzo Canadè e Vincenzo Archiopoli da San Demetrio Corone, rispettivamente insegnanti nei licei di Bari e di Capua; Pasquale Baffi Ministro della Repubblica Napoletana, considerato dal Cuoco e dall’erudito conte Russo Orloff, come il più eminente grecista, con Nicola Ignarra, del Regno di Napoli.
Nel 1794, il Collegio, attraverso l’opera persuasiva del Vescovo Bugliari e di quella intermediatrice di Giuseppe Zurlo, giudice della Vicaria ed in seguito Ministro delle Finanze, con reale dispaccio, relativo agli Affari di Stato, fu trasferito da San Benedetto Ullano a San Demetrio Corone nel complesso badiale di San Adriano, stabilimento, la cui struttura architettonica, si prospettava più consona alle esigenti caratteristiche, proprie, di un istituto preposto alla formazione giovanile.
Con il crollo della Repubblica Napoletana, il rinomato centro di educazione per gli Abanesi d’Italia, dove anche Cristo era giacobino, subì duramente la reazione sanfedista: nel 1806 fu saccheggiato e lo stesso Vescovo Greco-Abanese, Francesco Bugliari,congiunto del martire Pasquale Baffi, venne barbaramente trucidato.
Mons. Francesco Bugliari
Con la fine del periodo francese e la restaurazione borbonica, il governo del Collegio non subì sostanziali mutamenti ed il vescovo Domenico Bellusci, succeduto al Bugliari alla presidenza, benchè nominato dai napoleonidi, – come scrive Domenico Cassiano- non ebbe a soffrire molestia alcuna. Tutto ciò, non perchè il Bellusci fosse diventato filo borbonico, ma per la politica di avvicinamento che Ferdinando IV voleva intraprendere con tutti coloro che in passato avevano abbracciato le idee transalpine. Grazie a questo vescovo, nel 1821,entra nel Collegio, accolto fraternamente, il matematico napoletano Gaetano Cerri, destituito dal suo insegnamento alla Nunziatella di Napoli per sospetta connivenza con i carbonari. Per quale motivo e per quali canali -scrive il Cassiano- il professore Cerri viene accolto nel Collegio Italo Albanese rimarrà un mistero, ma il Cingari propone:” il Rettore del Collegio era quel Domenico Bellusci, che aveva preso parte alle cospirazioni e ai moti dell’ultimo settecento e che era stato tra i più intimi amici di Pasquale Baffi, illuminato di Weishaupt; (che), nel 1820-21 poi, nonostante i severi controlli subiti nel quinquennio, l’alleanza tra professori del Collegio e la vendita carbonara di San Demetrio si era rafforzata, sicchè più occhiuta si era fatta la sorveglianza delle autorità nei confronti di questo gruppo di professori che pareva interessato più a forgiare i giovani alla lotta contro i borboni che non istruirli nel diritto o nella matematica.” Ma i vincoli del Vescovo Bellusci con la Carboneria erano evidenti, essendo, egli, in stretti rapporti con il cosentino Salfi, pure illuminato di Weshsupt, le cui opre erano lette e conosciute nel Collegio. La Carboneria del Mezzogiorno d’Italia, aveva, indubbiamente, una cellula di tutto rispetto fra i professori del San Adriano. L’opera di questa cellula era efficacissima e penetrante in quanto, attraverso gli alunni, venivano influenzate le loro famiglie  e i ceti più elevati della borghesia italo albanese e, come scrive il Mazziotti, alunno del tempo, ” non avrebbe potuto essere diversamente, perchè il Collegio aveva una lunga e consolidata tradizione radicale e giacobina, antica e recente, impressa nelle pietre, che formava gli eroi del libero pensiero e delle loro azioni gloriose.”  In quel periodo, non solo gli studi religiosi fiorirono in quella straordinaria “palestra”, ma anche quelli matematici e letterari; l’amore per la Libertà, per la Patria e per le Belle Arti, che i valenti professori profondevano con grande calore e ricchezza di dottrina, la elevarono a culla del Romanticismo Naturale Calabrese, in contrapposizione a quello Convenzionale Napoletano. A questo centro fece riferimento Francesco De Sanctis per rivelare la presenza di una “Scuola Romantica Calabrese”, che ebbe esponenti gli italo albanesi, pieni di fervida immaginazione patriottica, romantica e byroniana, come il Mauro,il Miraglia, il Giannone, il Baffi, Achille Frascino, Gerolamo De Rada ed altri ancora.
Dopo l’attentato al re Ferdinando II, il Collegio cominciò a provare le dure persecuzioni della reazione borbonica: l’attentatore era italo albanese e la sua formazione culturale la ricevette fra quelle mura, il suo nome era Agesilao Milano.
Dopo il tentato regicidio, il Ministero degli Interni inviò in quel Collegio e fra le varie comunita di origine albanese, un vero e proprio esercito di polizia e. molti alunni, sospetti di connivenza con gli innumerevoli liberali o essendo loro parenti, vennero allontanati dallo stabilimento. E quando fra quelle mura vennero organizzati i moti del 1848 per opera del Mauro, del Damis e del Rettore, sacerdote di Rito Greco, Antonio Marchianò, Ferdinando II non esitò nel definire il Collegio “Covo di Vipere e fucina del diavolo.” Quel centro, ad onor del vero, fornì alla causa della Libertà non solo grandi e valorosi patrioti, ma anche i più bei ingegni di tutte le Calabrie in ogni tempo.
Il Collegio chiuse la sua Gloriosa storia nel 1978.


Bibliografia:
Historia erectionis Pontificii Collegii Corsini, Angelo Zavarroni. Napoli 1750;
Democrazia e Romanticismo nel Mezzogiorno: Domenico Mauro, Gaetano Cingari, Esi, Napoli 1965;
San Adriano, Domenico Cassiano, Marco Editore Lungro 1999;
Storia degli abusi feudali, Davide Winspeare, ristampa anastatica, Ed. Forni Bologna 1883.



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