giovedì 10 gennaio 2019

Franco Piperno: La retorica unitaria a 150 anni dalla conquista del sud

File:Camillo Benso, conte di Cavour, 1861.jpg



Di Franco Piperno



I.Le dimenticanze..

Ciò che più colpisce colui che osservi con attenzione la sagra celebrativa dell’unità nazionale, messa a parte la condizione di quasi-demenza senile di non pochi tra i più noti officianti, è la perdita di memoria, il velo di un oblio pubblico, condiviso, che ancor oggi, nella educazione sentimentale dei meridionali, copre pudicamente i massacri perpetrati nel corso della spedizione garibaldina; per non parlare della feroce repressione che, a partire dalle “regole d’ingaggio” impartite a bersaglieri e artiglieri piemontesi dalla legge speciale Pica, ha segnato, nella parte continentale del Regno di Napoli e per gli anni immediatamente successivi alla conquista, la costruzione, a tappe forzate, della macchina statale italo-sabauda.



Per argomentare con un episodio, si pensi che, qualche mese fa, una miriade sperduta di intellettuali meridionali, progressisti e antagonisti ad un tempo, ha avuto l’idea patetica di riunirsi a Teano per commemorare l’incontro tra il re savoiardo Vittorio Emanuele ed il nizzardo mazziniano Giuseppe Garibaldi; proprio quell’incontro che, sancendo l’emarginazione della vita civile del Mezzogiorno, fonda simbolicamente il nuovo stato su una operazione apertamente trasformistica -- trasformismo che, come un vizio d’origine, farà nido nel costume etico-politico nazionale per arrivare intatto fino ai nostri giorni.

Riesce difficile vedere cosa ci sia che meriti d’essere festeggiato, per la sentimentalità meridionale, nell’incontro di Teano; tanto più se ci si ricorda che, a Pontelandolfo, centro contadino dell’osso sannitico, a pochi kilometri da quel luogo, l’anno successivo al fatale incontro, dopo aver costretto gli abitanti a stare nelle proprie case, i liberatori dell’esercito italiano diedero alle fiamme l’antico borgo; in quel rogo, narrano le cronache, perirono centinaia e centinaia di abitanti; e tra essi, come suol dirsi, vecchi, donne e bambini. Giova rammentare che la strage di Pontelandolfo è solo l’inizio e non resterà l’unica; una lunga sequela di indiscriminate punizioni collettive, gestite dai militari al di fuori di ogni prassi giudiziaria, cadenzerà, per quasi un decennio, la guerra per espugnare, ad una ad una, le città rurali del Meridione continentale. Alla fine, per dirla in cifre, centomila circa saranno i meridionali colpiti, tra morti in battaglia, fucilati, feriti gravemente o inviati all’ergastolo nelle prigioni piemontesi; mentre le perdite del regio esercito ammonteranno a poco più di settemila.

Se le cose stanno così, v’è, forse, del masochismo nella attitudine a genuflettersi davanti alle oleografie risorgimentali da parte della intellettualità meridionale – una sorta d’ inconsapevole compiacimento per aver perso la sovranità delle proprie città, per essere stati conquistati da bergamaschi e padani.

Quel che è certo è che siamo qui in presenza di una rimozione fabbricata iterativamente dalla nazionalizzazione della cultura e della scuola; e affiora, nel senso comune, alla stregua di una amnesia socialmente condivisa, una sorta di incapacità a situarsi in comunanza nel corso della storia. La millenaria esperienza delle città meridiane dorme insignificante nella coscienza collettiva; come quei ruderi sbrecciati che appaiono inaspettati nella spettrale periferia di quella che pure è stata l’antica Krotone.

Per la verità, qui non si tratta solo d’insignificanza del passato ma piuttosto del suo assurgere a simbolo di ciò da cui bisogna quasi rifuggire lontano, quasi fosse esso la causa di quell’aura malefica che avvolge la vita quotidiana delle comunità urbane nel Mezzogiorno d’Italia.

E questo non a caso, perché si sa che l’esperienza per essere ricondotta ad unità e quindi trapassare a principio d’individuazione, deve essere raccontata come una appartenenza comune—senza quel comune racconto, la soggettività urbana perde la sua potenza, e l’appartenenza si risolve in mera contingenza.

Sembra a noi che la perdita di memoria spieghi bene, in prima approssimazione, l’insolita situazione venutasi a creare, con l’unificazione della penisola italiana; che ha visto il Mezzogiorno incapace d’iniziativa comune, sottoposto a tanti mutamenti, economico-politici ed etico-politici, sempre elaborati altrove, luogo di rivoluzioni passive nate al di fuori ed imposte con la violenza della legge.

II).Le rivoluzioni passive del Mezzogiorno.

Vediamole brevemente. La grande emigrazione meridionale verso le Americhe, vero e proprio esodo di dimensioni bibliche avvenuto a partire dagli anni settanta del XIX secolo, è la diretta conseguenza delle misure giacobino-massoniche attuate dal governo sabaudo nei decenni successivi alla spedizione di mille. Si va dalla confisca dell’oro alle banche meridionali per ripagare gli istituti di credito piemontesi dei capitali investiti nelle imprese di conquista—confisca destinata ad amplificare esponenzialmente la pratica dell’usura e a smantellare crudelmente i precoci e tecnicamente avanzati episodi d’industrializzazione; si passa poi alla introduzione della leva militare pluriennale che sorprende e sconvolge la famiglia contadina; alla introduzione di una tassazione esosa che grava perfino sull’auto produzione per il consumo alimentare; alla abolizione della “universitas”, questa esplosione di senso giuridico inventata nel Medioevo, che assicurava, ad un tempo, nella forma degli “usi civici”,vuoi la sopravvivenza alimentare vuoi la gestione collettiva dei cicli agropastorali e la cura del paesaggio; alla guerra doganale con la Francia che provoca una irreversibile rattrappimento della produzione e delle esportazioni agricole del Sud; per finire con il primo conflitto mondiale, voluto dalla grande borghesia lombarda, barattato come quarta guerra d’indipendenza, e alimentato dalle vite di centinaia di migliaia di contadini meridionali, stupefatti e senza lingua, costretti a divenire italiani in quella bolgia dantesca che furono le trincee.

Poi, ancora il fascismo, fenomeno padano quanti altri mai; e, l’italianizzazione delle colonie con il trasferimento-deportazione delle popolazioni meridionali in Libia ed in Etiopia; e poi, di nuovo, la guerra, la seconda guerra mondiale, dove l’impiego della tecno-scienza ha comportato che le stesse città del Sud facessero parte, per la prima volta e direttamente, del campo di battaglia; e come coda di quel massacro, la lunga sconfitta, l’occupazione umiliante del territorio da parte di eserciti stranieri, fossero tedeschi o americani o inglesi o francesi d’oltremare..

In seguito,come non bastasse, ecco venire a maturazione il frutto più velenoso e duraturo del fascismo, l’antifascismo, appunto; nato, non a caso, come vento del Nord. La Costituzione repubblicana suggellerà l’egemonia dei produttori, ovvero degli interessi e delle consuetudini dei padroni e degli operai del Nord; mentre il fenomeno meridionale dell’occupazione delle terre, ultimo gesto autentico della civiltà contadina,con le passioni e le abitudini che esso rivela, non troverà alcun posto negli articoli della Carta; che anzi, ad una prima lettura, pare scritta addirittura contro la riappropriazione contadina della terra.

Nel dopoguerra, l’abolizione, da parte della neo nata Corte costituzionale, dello “imponibile di mano d’opera” cancellerà di un sol tratto le pur timide misure repubblicane di sostegno alla agricoltura del Sud; innescando, così, una nuova ondata migratoria, questa volta diretta soprattutto verso il Nord. Una intera generazione di meridionali andrà via per ricostruire le città industriali del Piemonte, della Lombardia come della Baviera e della Renania. Tutti gli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni – il decollo capitalistico, la programmazione economica ovvero le grandi opere pubbliche, il “68, la piccola guerra civile volgarmente nota come terrorismo, tangentopoli, la speculazione finanziaria, l’integrazione nel mercato europeo, le privatizzazione degli istituti pubblici con la conseguente scomparsa per la seconda volta delle banche meridionali, la globalizzazione cioè l’unificazione del mercato mondiale, il federalismo secessionista—tutto questo, anche quando coinvolgerà la vita quotidiana meridionale, sarà nato al Nord secondo le dinamiche ed i conflitti sociali di quei luoghi, senza tener in alcun conto, se non in termini assistenziali, delle risorse, degli interessi e delle potenzialità della civiltà meridionale.

Tocca riconoscere, in questi mesi di celebrazioni risorgimentali, non senza un certo raccapriccio, che perfino i lampi di memoria che illuminano per squarci la ferocia con la quale fu condotta la conquista del Sud, vengono non già dalle università o dagli studiosi meridionali, ma dagli intellettuali leghisti; insomma, è la voce di Borghesio che sollecita la nostra memoria perduta.

Certo, c’è del paradossale in questo arco temporale di un secolo e mezzo che ha visto un prima durante il quale i padani hanno imposto, a mano armata, l’annessione del Mezzogiorno; ed un poi per il quale proprio i pronipoti di quei bergamaschi si apprestano, a colpi di decreti del governo centrale, a separare ciò che prima avevano unito.



III). Recuperare il premoderno per difendersi dal moderno..

L’ emarginazione della vita civile meridionale non va imputata a qualche fatalità economica, fosse la penuria di investimenti privati o le gravi inadempienze della mano pubblica nell’assicurare adeguate infrastrutture. Piuttosto, essa è interamente addebitabile alla perdita di autonomia, culturale e politica, delle città: investite dalla modernizzazione forzata condotta dallo stato centrale e incapaci di farvi fronte, si sono rifugiate in una sorda passività, ripudiando la loro stessa potenza, rinunciando alla dimensione della soggettività agente, per limitarsi a praticare ossessivamente la rivendicazione, rancorosa e plebea, che si affida al futuro migliore ovvero all’attesa di risorse monetarie crescenti.

Così, dileguatasi la sovranità energetica e poi anche quella alimentare, ostruito il rapporto secolare città-campagna, si è venuta creando una ideologia della rendita, un tratto psicologico servile della personalità meridionale che rifugge il rischio e la umana, troppo umana precarietà; pratica la rappresentanza come rete clientelare; e briga, barattando il consenso elettorale, ad integrarsi nelle strutture pubbliche, massimamente in quelle dello stato centrale, quasi che la garanzia di reddito monetario fosse una rivalsa sociale per la libertà perduta.

Non è quindi per nulla sorprendente che i meridionali affollino il pubblico impiego; ed i loro rappresentanti, divenuti mediatori dei flussi finanziari, militino unanimi a favore della permanenza ed estensione dello stato centrale. Come nella favola filosofica, abbiamo qui un caso nel quale il servo si è impossessato del corpo del padrone.

Oggi che, per una molteplicità di motivi impossibili da elencare per esteso, questa sorda e passiva resistenza di massa alla modernizzazione è giunta a saturazione, occorre un primo gesto che rimescoli le carte ed apra un processo di risarcimento delle autonomie dei luoghi libertà, giacché si è liberi solo se la città è libera; questo primo gesto ci sembra possa essere uno sforzo di pensiero che inietti nel senso comune la consapevolezza che la condizione di malavita nella quale versa il Meridione non è responsabilità dell’ Italia e men che mai dell’Europa ma è opera dei meridionali stessi.

Tradotta in termini dell’agire politico, questa acquisizione comporta automaticamente il rifiuto del finanziamento modernizzatore e la riscoperta, nelle risorse locali, della ricchezza comune; per immediatamente dopo individuare i nemici più pericolosi, quelli interni, alla maniera di qanto accade nelle guerre civili; e circondare, quindi, d’odio sociale i professionisti della politica, quasi costituissero una specie di ceto parassitario e vile, ai quali chiedere conto personalmente delle responsabilità assunte, confiscando loro il patrimonio accumulato, ove fosse ingente ed acquisito grazie al ruolo rappresentativo svolto.

Come si vede, siamo ben lontani dal partito unico del Sud, questa proposta che somiglia ad un serpente che si morda la coda, un modo di aggravare ulteriormente la sofferenza alla quale in principio si vorrebbe porre riparo.

E ancor più lontani, pressoché agli antipodi, ci collochiamo dagli ipocriti ideologi della legalità, che scambiano le cause con gli effetti; e non si accorgono che le diverse comunità criminali meridionali sono potenti non in quanto, come fan tutte,banalmente organizzate bensì perché socialmente radicate, e in grado di costruire il consenso con gli stessi metodi con i quali il ceto dei rappresentanti costruisce il suo. E la differenza, che pure persiste, è tutta a favore dei criminali: non solo, dirò così, sul piano dell’onore inteso come stima sociale, giacché questi ultimi infrangono la legge mentre i politici delinquono protetti dalla legge; ma soprattutto essi, i membri delle comunità criminali, sanno cooperare e si mostrano capaci, dopo una fase di rapina dove il rischio è volto a realizzare l’accumulazione primitiva, di iniziative imprenditoriali assai più intelligenti ed efficaci di quanto accada per le clientele politiche.

Infatti, per dirla in breve, mentre la criminalità socialmente radicata tende a divenire, secondo le migliori tradizioni, borghesia imprenditrice, il ceto politico che vive di rappresentanza desidera semplicemente arricchirsi, e si acquieta pigramente nel suo potere di arbitro della condizione pubblicana.



IV). Cambiare il cambiamento: l’esodo semantico e la confederazione delle cinquanta città meridiane.

V’è nel Sud , come sentimento condiviso, un diffuso auto disprezzo per la cooperazione sociale, per l’agire collettivo— disistima di sé che costituisce il vero ostacolo alla rinascita. Non ci si libererà da questa passione triste attraverso l’ingegneria costituzionale; e neppure tramite soluzioni populistiche che deleghino la questione all’incerto carisma di qualche nuovissimo rinnovatore. Lo stato delle cose non è drammatico ma tragico, nel senso che solo una rottura profonda del senso comune può autorizzare la messa in atto di quel desiderio di accettare i propri limiti, di realizzarsi menando semplicemente una buona vita -- potenzialità presente da sempre, sia pure allo stato di latenza, nella mentalità meridiana.

Qui davvero può dirsi che la grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione interiore: il suddito del Mezzogiorno per divenire cittadino libero deve compiere un esodo semantico, una dolorosa separazione da parole- chiave che gli sono familiari, malgrado risultino desolate e vuote di significato.

Come procedere collettivamente alla trasformazione interiore, si sa, non è possibile apprenderlo a scuola; né è compito che possa essere portato a termine con la persuasione o il consenso elettorale. Occorrono gesti la cui potenza simbolica sia in diretta proporzionale alla violenza sociale che minacciano o alla quale alludono. Giacché, oggi come ieri, niente comunica più verità che la determinazione a conseguire una esistenza piena mettendo a rischio il proprio corpo,fosse la libertà o la stessa vita.

Ed è giusto questa considerazione che ci fa guardare con fiducia alla forma d’insurrezione urbana che ha via via assunto, da quasi un decennio, il conflitto sociale nel Meridione d’Italia. Da Scansano passando per Cosenza e poi Scilla per giungere a Terzigno,un lungo ciclo d’ insorgenze cittadine si è venuto svolgendo attorno alla cura e alla difesa dei luoghi. Queste insorgenze sono le imprese collettive attraverso le quali si forma una nuova leva di cittadini attivi,determinati a risolvere i problemi contando sulle proprie forze, mettendo in campo quella formidabile energia che sola la pratica dell’autogoverno è in grado d’accendere..

A fronte delle masse insorgenti, come è già accaduto più volte nella storia delle città rurali, lo stato si mostra tanto incapace di mediazione quanto di repressione—e questa impotenza contribuisce grandemente alla sua delegittimazione nell’opinione comune. Anche la rappresentanza locale, a qualsiasi partito appartenga, perde ogni capacità d’iniziativa; e o si adegua, obbediente, alle ragioni degli insorti o scompare, in un batter di ciglia.

Infine, per ultimo ma non ultimo, le insorgenze urbane riscoprono spontaneamente le antiche forme istituzionali della democrazia, quella vera, diretta; e le contrappongono frontalmente a quelle proprie alla rappresentanza. Ecco allora, come per incanto, riapparire l’assemblea urbana dove ogni cittadino può prendere pubblicamente la parola; circostanza che la rende luogo adeguato, oggi come due millenni fa’, all’esercizio della sovranità indivisa e totale. Inoltre, per coordinare le assemblee e potenziare la cooperazione, non vi sono più rappresentanti a decidere per conto ed in nome dei rappresentati; al loro posto, secondo la tradizione consiliare, appaiono i “delegati” con mandato imperativo e continuamente revocabile. Insomma,giova ripeterlo, si tratta di esperienze attuali , postmoderne e perfino raffinate della antichissima pratica della democrazia diretta.

Certo, è presto, troppo presto per dire se queste esperienze convergeranno in una grande trasformazione capace di assicurare la rinascita del Meridione. Ma certo è che per la prima volta, dopo tanto tempo, si presenta come praticabile un processo che punta al ridimensionamento dello stato centrale a favore delle città, secondo lo slogan ciromista: il potere alle città, la potenza ai cittadini. Così, sembra nascere dal Mezzogiorno una proposta politica che appare riproponibile anche per il centro-nord del nostro paese, secondo l’intuizione del Cattaneo; una proposta che rifiuta il burocratico federalismo regionale, per puntare dritto su la “confederazione delle cento città”, forma finalmente adeguata alla civiltà complessa delle nazioni italiane.

Tratto da: 
http://www.controlacrisi.org/index.php?option=com_content&view=article&id=12037&catid=41&Itemid=68

sabato 3 novembre 2018

L'INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA "QUESTIONE MERIDIONALE



L'INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA "QUESTIONE MERIDIONALE
controstoria

di CARLO COPPOLA 


Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l'unità d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di "regime" stese, dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende "risorgimentali" e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello" della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d'Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una "santa" e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente - d'essere stato - lui cattolicissimo - "la negazione di Dio".

Soprattutto si minimizzò l'entità della ribellione che infiammava tutto il l'ex Regno di Napoli, riducendolo a "volgare brigantaggio", come si legge nei giornali dell'epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della "cattiveria" dei Borboni contrapposta alla "bontà" dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d'Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D'Azeglio enunciò nel secolo scorso "Abbiamo fatto l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani", e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l'unità si ottenne, ammantando di leggende "l'eroico" operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall'esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall'esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile - nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte - e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere "liberate" e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un'immagine traviata e distorta, e del '700 e '800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d'oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l'unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello "straniero".

b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l'impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l'Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d'Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: "Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (...) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".

In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del "piemontismo", vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all'intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti "rapina" che si fecero ai danni dell'erario del Regno di Napoli, determinarono un'immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell'ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D'altronde le motivazioni politiche che avevano portato all'unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.

Se si parte dall'assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L'abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della "convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".

A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci tutto l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell'epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell'impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa), all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: "La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all'intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l'uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un'autosconfessione. Quando, alle fine, quelle "innovazioni", vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L'agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all'esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali".

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l'assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d'annessione, sia i costi divenuti astronomici dell'ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861: "Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell'Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d'affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d'oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l'Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L'odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell'ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, - iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all'estero.

Nonostante gli interventi negli anni '50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), '60 e '70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l'aiuto economico dell'Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d'Italia è ancora notevole.

La popolazione dell'ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del "brigantaggio", stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d'ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell''800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un'analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull'ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il "rimescolamento" dovuto all'emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l'unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l'unità vi ha apportato.

L'enorme numero di morti che costò l'annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell'ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano
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di CARLO COPPOLA
"Controstoria dell'Unità d'Italia"
M.C.E. Editore

Fonte: cronologia.leonardo.it

venerdì 2 novembre 2018

Passa il carrozzone Presidenziale in terra arbëreshe: pronti a saltarvi sopra? No, grazie: resto a piedi !

Foto Alessandro Rennis




          

 di Alessandro Rennis







Attenti al sette di novembre p.v.: arrivano a S. Demetrio Corone il Presidente italiano Sergio Mattarella e quello albanese Ilir Meta; ma per gli arbëresh, richiamati a festa per i 550 anni dalla morte di G.K.Skanderbeg, non si annuncia un bel  “ sol dell’avvenir “ in cui , stando a quanto vado leggendo in questi giorni di vigilia, sono in molti a sperare . Certo, non si tratta dell’incontro di Garibaldi e Vittorio Emanuele II, avvenuto – come recita la storiella post Mille – a Teano (??? , forse !), con i protagonisti che , in una zoppicante lingua francese, si sono accordati per depredare il Sud, ma in quanto a falsi storici ci siamo vicini. E parto da S. Demetrio, come ieri da Teano ! Premetto che non avrei nulla da obiettare sulla scelta del luogo di tale incontro, proprio per la luminosa storia scritta  dentro e fuori  le mura del Collegio di S.Adriano e del Comune di S. Demetrio Corone. Ma una riflessione sull’evento mi è doveroso avanzarla. Se la scelta di tale sede è motivata con quanto ha rappresentato il Collegio di S.Adriano, oggi  in S. Demetrio,  ma già ex Collegio Corsini -  trafugato nel tempo a S. Benedetto Ullano  attraverso varie operazioni di dubbia legittimità -  perché  nella circostanza non si è privilegiato questo Comune , testimoniando, almeno una volta, onesta volontà di parziale ricomposizione della verità storica ? E chiedo, ancora, ai vari esponenti del Governo centrale, di quello Regionale, di quello Provinciale , ai vari  amici di cordata… “mariniana”…., che  hanno messo in piedi la prossima parata storica,  come mai è stata scavalcata l’istituzione centenaria diocesana di Lungro ,  nella figura del suo Eparca, dei suoi papàdes , dei fedeli arbëresh di rito greco/bizantino ? Per chi non lo sapesse, è stata riservata una sola parentesi  : una visita “PRIVATA” del Presidente Ilir Meta , a Lungro, presso il palazzo vescovile, all’Eparca Donato Oliverio: e ciò  soltanto alla vigilia dell’incontro ufficiale, al quale il Vescovo resta come invitato (…di lusso?). Di certo, nella circostanza, si magnificherà la figura di Skanderbeg come  “defensor fidei”, come colui che ci ha sottratto all’oppressione musulmana e , forse, qualcuno lo ricorderà come destinato a guidare perfino una Crociata anti ottomana; ed allora perché , nella circostanza, viene scavalcata la Diocesi e la sua sede centenaria, dove fede, rito, lingua arbëreshe hanno maturato storica continuità? Forse non è vero che  se oggi nei nostri paesi ancora sopravvive  la lingua arbëreshe, se sopravvivono alcune tradizioni – seppure ridimensionate, per ovvi motivi che in questa sede non vado a dipanare -, se  il popolo ricorda ancora in madrelingua  preghiere e canti paraliturgici ecc…, lo si deve alla tenace difesa dell’arbëresh da parte dei nostri papàdes? A conferma di ciò, sta il fatto che nei paesi ex arbëresh non rientranti nella giurisdizione della Diocesi di Lungro e dove, pertanto,  non hanno operato i papàdes di rito greco/bizantino, nel volger di pochi decenni si è perso l’uso dell’arbëresh. Ed all’insegnamento della lingua arbëreshe nella scuola dell’obbligo; in barba alla necessità di avviare corsi, corsetti e….corsette verso finanziamenti a sostegno di progetti scuola ecc…ecc , come si vorrebbe ancora poidomani chiedere ai due Presidenti. In quale scuola dell’obbligo hanno imparato a scrivere l’arbëresh e a promuoverne l’uso i vari papàs Sepa Ferrari, i Solano, i Giordano,  i Bellizzi, i Bellusci, gli Alessandrini,  i Selvaggi, i Fortino, i Matrangolo, i Capparelli, i Faraco ( ma di quanti altri mi dimentico…!) e i tanti che ne hanno idealmente seguito l’esempio, come i Peppino Roma,  i Demetrio Emanuele, i V. Bruno, i Nando Elmo, gli Italo Elmo,  i F.Marchianò, Attilio e Vincenzino Vaccaro ecc…ecc…(  quanti mi sfuggono al momento!!!….chiudo l’elenco per non stancare !) ?  Alzi la mano chi sappia dirmi quale lingua mai sia stata strappata all’oblio per effetto di una legge, di un decreto, di un articolo di questa o quella Costituzione, che ne abbiano convintamente sposato la  necessità di salvaguardia! Ma poi, ( problema ancor più grave !),  a quali scolari e studenti si vorrebbe insegnare l’arbëresh ? I nostri paesi si svuotano inesorabilmente di anno in anno; le poche nuove famiglie e loro figli non ne vogliono sapere di albanesità che comporti dilatazione di orario scolastico. E allora ai Presidenti, al Presidente Mattarella in particolare, se proprio si voglia chiedere qualcosa , sarebbe opportuno ricordare loro che sollecitino i Governi ad avviare concrete iniziative economiche mirate a mantenere in piedi i nostri paesi , con lo scopo primario di trattenere nei luoghi di nascita le nuove generazioni; e saremo vivi fino a quando si sapranno avviare sul posto attività lavorative ( promozione del turismo, recettività alberghiera, conserve di prodotti locali, industria olearia ecc..) alternative  ai vecchi mestieri,  tramontati  per drastica legge economica; saremo vivi fino a quando a tutti gli arbëresh,  pur lavorando fuori, risulterà vantaggioso, sia economicamente sia  sotto il profilo sociale ed affettivo, rientrare per abitare nei rispettivi paesi d’origine: altro che lezioni di lingua arbëreshe !
Temo , invece, che la incensata occasione di incontro dei due Presidenti si risolverà in una magnificata esaltazione del tema dell’emigrazione e dell’accoglienza e sento già il Mattarella che scivolerà a paragonare l’arrivo in terra italica  di noi arbëresh a quello variegato dei nostri giorni: argomento di cui , in questa sede, non voglio discutere.  Ma non  si farà memoria di quali sofferenze, di quante umiliazioni  furono vittime gli albanesi , una volta giunti in terra italica ! Poiché ritenuti tutti ladri e , in quanto tali, da costringere a vivere in piccoli agglomerati  recintati da adeguate muraglie, non potevano uscire e rientrare liberamente, ma ad orario, senza armi, in cavalcature ( per chi ne disponeva!) senza sella e tutti sotto rigoroso controllo.  Mi si dirà che erano altri tempi:  si era sotto i baroni terrieri di allora, protetti dagli spagnoli che ne difendevano l’arroganza impositiva di tasse  insostenibili per i poveri arbëresh impegnati a strappare da vivere zappando la terra. E perciò i casali di quegli arbëresh che non versavano quanto ritenuto legittimo “da lor baroni “, venivano sottoposti a rappresaglie feroci: incendiate le casupole, mozzate le teste di uomini e donne, distrutti i pochi frutti delle terre lavorate. Lungro ( e parlo del mio paese soltanto, per amor di….patria!) fu incendiata per ben due volte ( nel 1558 e  nel 1648, sempre dagli spagnoli) ed i lungresi, notoriamente teste alquanto calde e per nulla disposti a sopportare soprusi ) si ritrovarono sgozzati e massacrati con azioni delittuose di rara ferocia!
Allora vogliamo parlare dell’accoglienza riservata agli shqjpetari del nostro tempo? Il Presidente Mattarella farà memoria delle deportazioni programmate nella triste alba del  3 dicembre 1997 dai campi profughi di Ancona, Lecce, Foggia , dal Camping “Orsa Maggiore” di Cassano Murge ( circostanza registrata sotto i miei occhi!!!) per decisione dell’allora Ministro degli Interni del primo Governo Prodi, da tal G. Napolitano, poi Presidente della Repubblica? Se ben ricordo, le prede ammontarono a 544 ! E ricorderà la piccola “MIRSADA”, un batuffolo di poche carni e ossa, sordomuta e con problemi di deambulazione, salvata per miracolo da un militare che l’ha strappata al fuoco delle baracche, mentre la madre ne gridava il nome e inveiva contro gli italiani “ criminala…italiani criminala…”( gridava!) : ricaricati su autobus, opportunamente predisposti in fila di carico? E ricorderà che madre e figlia furono , senza pietà, affastellate sull’ultimo autobus in partenza ? Di certo, non saprà che dall’Albania queste sventurate furono riportate in Italia non con azione di governo ma  per intervento di Renzo Arbore, che attivò “Filo d’Oro” di Osimo al fine di far curare la piccola. ( Non so che fine abbia fatto! Ne ho perso notizie).

E cosa saprà dire del 28 marzo del 1997, Venerdì Santo, allorché la nave corvetta della marina militare  italiana, SIBILLA, mandata lungo il canale di Otranto per impedire ogni prova di sbarco sulle coste pugliesi di fuorusciti albanesi, nel tentativo di  ostacolare la motovedetta albanese “Katër i Radës “ ne determinò quel delittuoso  speronamento,  che portò a morte 81 albanesi, mentre altri 24 ( o 27 ?) rimasero dispersi e solo 34 sopravvissero ? Non voglio parlare delle vicende del motopeschereccio “Dukati”, primissima operazione di fuga dall’Albania, coronata da successo, (anno 1990 ), perché mi ha visto protagonista e in pochi ne conoscono la trama, ed ancor menola conosce  il Presidente Mattarella. Ecco l’accoglienza ricevuta in ogni stagione i fratelli nostri albanesi . No so dimenticare.
Per tutti questi motivi non salgo sul carrozzone presidenziale del 7 di novembre prossimo. Per tutti questi motivi resto a piedi.