giovedì 15 marzo 2018

Dell'importanza di scrivere Arbërisht con alfabeto adeguato


Di Nando Elmo
Girando per Internet nei siti occupati da volenterosi arberischi che scoprono improvvisamente il piacere di scrivere nella lingua degli avi, consapevoli che solo se si esprimono nella loro lingua possono trasmettere significati peculiari al loro “mondo”, trovo che sono molti, i più, anche tra persone insospettabili, quelli che non lo sanno fare e per ignoranza dell’alfabeto e per morfosintassi approssimata per difetto, e per incapacità di individuare nel continuum fonetico le unità semantico-lessicali.
Lo so, le lingue mutano, anzi la lingua è il più mutevole degli strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare: ognuno potrebbe avere la sua – ma una lingua che non sa come comunicare, che non sa come mettersi in rapporto con gli altri, non è lingua. Comunichiamo infatti per esprimere un “mondo”, il “nostro” mondo .
Per esprimere un “mondo” – il nostro “mondo”- che è una realtà tutta spirituale, invisibile, che muta come muta la nostra maniera di interpretare ciò che ci viene innanzi, ciò che “viene alla luce” (ἀ/λήθεια, a/letheia) da quell’enorme, infinito serbatoio che è il ni/ente, il luogo del non/ente, del non(ancora)ente e che presentandosi come nuovo chiede di essere nominato, per assumere senso, posto, nel “mondo”, appunto.
“Mondo”come Κóσμος, Kosmos, da cui “cosmetica”, è parola eminentemente filosofica, inventata da Pitagora per dire che tutto ciò che “viene alla luce” può entrare in un ordine armonico, di rapporti matematici, linguistici (logico/logistici – da λóγος, logos, parola).
Anche “Mondo”, dal latino “mundus” (pulito, grazioso, ma anche: abbigliamento, acconciatura), fa cenno all’ordine, imposto da scienziati e da filosofi che accolgono ciò che ci viene innanzi dal non/essere mentre cercano di pulirlo da tutto il buio da cui proviene e dal niente di cui è impastato – buio e niente, come indicibile, che avvolge poi le cose col mistero abitato dai poeti.
Muta dunque la lingua se mutano le “cose”, ma mutano anche le cose se muta la lingua in cui le esprimiamo: è un conto dire “djath”, altro dire “udhos”, altro dire “formaggio”, altro “fromage” e altro ancora “cheese”. Il “mondo” di esperienze che esse espressioni dicono è davvero intraducibile. Per questo ogni volta che cito autori greci e latini preferisco farlo in lingua, con a fianco una traduzione approssimativa: ultimamente ci hanno insegnato che un conto è dire ἀλήθεια (più o meno “venire alla luce”, “uscire dal nascosto”) altro dire “veritas” (che ha senso di “imposizione” e che secondo me – si licet parvis – traduce più propriamente il greco έτητυμία, termine mai usato, però, dai filosofi), altro dire “verità”, termini, questi due, troppo compromessi con la mentalità scientifica occidentale (c’è da dire però che gli scienziati hanno talmente diffidato del termine “verità” da averlo tolto dal loro vocabolario: una scoperta non è “vera”, “funziona o non funziona” entro i limiti delle ipotesi che hanno avviato la ricerca).
È , forse, per tale motivo che oggi c’è un revival arberisco. Molti capiscono, o credono di capire, che possono esprimere il loro “kosmos, mundus, mondo” solo se possono farlo arbërisht.
Se i nostri arberischi, dunque, ricorrono alla lingua dei loro avi per trasmettere contenuti che diversamente non potrebbero, devono affidarsi a un alfabeto comune, a uno ξυνóν (dicevano quelli che per primi si sono occupati di queste cose), a un codice comune a emittente e ricevente – direbbero i semiologi – che li faccia intendere tra di loro – a una corrispondenza biunivoca tra significato (astratto) e significante che lo renda sensibile, al di là delle connotazioni “poetiche , oggetto dell’ermeneutica dei singoli.
E ciò perché?
Perché l’alfabeto italiano non ha tutti i segni capaci di rendere i fonemi arberischi. È vero che anche l’italiano ha più fonemi che grafemi che li rendano percepibili a chi legge. L’italiano usa un solo grafema per la “S” dolce e la “S” dura: scriviamo nella stessa maniera il fonema “S” di “rosa” e quello di “sono” e pure pronunciando le due parole usiamo suoni (fonemi) diversi (al Nord per lo più sonora, al Sud per lo più sorda). Ma questo è possibile perché “S” sonora e “S” sorda in italiano non hanno rilevanza fonologica, vale a dire: pronunciando “rosa” con l’una e con l’altra “S” il significato della parola non cambia.
Invece in arbëresh la rilevanza fonologica tra i due fonemi (“S” dolce e “S” dura) s’impone, muta il significato di parole: è un conto dire “sa” (quanto/i/e) altro “za”(prendi), non posso scrivere le due parole usando (“uzando” con alfabeto albanese) lo stesso grafema perché in italiano non c’è differenza tra i due (la pronuncia italiana di “chieza” o “chiesa” non ha rilevanza fonologica, significano lo stesso). Forse ho usato un esempio improprio perché in “sa” (quanto/i/e) e in “za” (prendi) i due fonemi non sono in corpo di parola, ma provatevi a cercare voi esempi più consoni e ne troverete quanti ne vogliate.
Ma prendiamone altri: “Thertur / tertur”. Se non so che l’arbëresh ha un grafema come la “th” (“θ” in greco, che molti professori non sanno pronunciare) come posso scrivere le due parole il cui significato varia “per un soffio”? Come distinguerò tra “thelë” (fetta) e “tel” (corda)? E tra “tash” (già) e “thash”(ho detto)? Se non so che anche la “ë” ha rilevanza fonologica non solo per distinguere lemmi come “dëm” (danno) e “dem”(giovenco), “ë” (è) e “e” (e, anche), ma anche un maschile da un femminile, un singolare da un plurale, la semplice parola sincopata o tronca all’italiana non mi aiuta.
E tuttavia vedo che alcuni usano i grafemi “sh”, “th”, qualcuno la “dh” e qualche altro la “ë”, ma allora perchè non fare lo sforzo di imparare il resto dell’alfabeto?
A suo tempo il problema lo ebbero anche gli scrittori dell’Ottocento arberisco i quali essendo buoni intellettuali che conoscevano il greco si misero a cercare in quella lingua i grafemi per fonemi che l’alfabeto italiano non ha. Usarono il grafema greco “χ” per scrivere “χiromér” (prosciutto – in greco “pezzo di maiale”). Provate a pronunciare questa parola e datemi una prova che sapete come si scriva con l’alfabeto italiano.
Unificato a Monastir nel 1908 l’alfabeto, oggi scriviamo in Arberia, come in Kosovo, come in Shqiperia ecc… “hjiromer”. Questo fonema/grafema “hj” in italiano semplicemente non esiste. E i nostri antichi scrivevano “θom” quello che noi scriviamo per intero con lettere latine “thom”. Capite che pasticcio per noi che scriviamo al computer, se fosse prevalso quell’uso antico e non si fosse pensato di scrivere tutto in lettere latine predisponendo, per tutti, grafemi come “th”, “dh”, “xh”(“g dolce” in italiano come in “Giovanni”, essendo la “g” sempre dura in arbëresh/ geg – pron. ghegh), “zh” (“j” francese come in “jardin” / vedi “gozhdë” – chiodo), “ll” (per gli arbëreshë di Calbria “elle” scempia, come in “lavoro”, “i llavur” – pazzo) , “l” (per gli arbëreshë di Calabria come il gruppo “gl” di “gli”/ “lahem” – mi lavo) “rr”, “r” (notate la differenza tra “rre” (falso) e “re” (nuvola) ecc.. Oggi possiamo scrivere senza confusione “duronj” (sopporto) e “dhuronj” (regalo) – è da questi confronti che nasce la rilevanza fonologica e dunque un alfabeto.
Anche il greco moderno ha dovuto trovare soluzioni al fatto che oggi si usano fonemi (il “c” dolce italiano) che nel greco antico non esistevano. Così per scrivere “Cipras” hanno dovuto ricorrere all’escamotage di combinare due lettere dell’alfabeto antico per comporre, convenzionalmente, il nuovo Tζιπρας (traslitterato, Tzipras/ pron. Cipras).
Ma ci sono altri fonemi che nell’alfabeto italiano non trovano riscontro come, ripeto, la “ë”. Come scrivere “lënësi”senza la “ë”? “Lnsi” come scriverebbe qualcuno è difficile da intepretare, non vi pare? E così “nng” per “nëng”. E’ vero che ci sono lingue che non usano le vocali – come negli short messages – ma perchè sottoporci alla fatica di indovinare il pensiero altrui, quando c’è la comodità di scrivere chiaro?
Ora, imparato l’alfabeto, diventa più facile capirci, perché, se no, va a finire che chi scrive correttamente non è letto, perché pone difficoltà di comprensione, e chi scrive scorrettamente è considerato un ignorante.
Una volta imparato l’alfabeto potete poi esprimervi come volete nella lingua del vostro paese, della vostra infanzia, per dare sapore ai vostri scritti, ai vostri messaggini simpatici. E più simpatici (vedi le spressioni idiomatiche) per noi, solo se scritti in arbëresh.
Nessuno, sia chiaro, censura l’idioletto dell’altro.
Abbiamo avuto Storia, no? E la Storia ci ha forgiati come ha voluto – in una maniera i calabresi, per dire, in altra i siciliani. Ma, anche qui, c’è un limite, un’avvertenza.
Non posso credere di scrivere arbëresh se scrivo : Mio figlio ngë di e fjet l’albanese; o “im bir non sa parlare l’albanese”. Facile qui capire l’inghippo: o si sta da una parte o dall’altra – e capisco che l’interferenza dell’italiano è vastissima anche nel parlato degli intellettuali. Questo fenomeno potrebbe andare sotto il nome di “citazionismo”. Parliamo come se mettessimo continuamente tra virgolette espressioni che appartengono all’altra lingua “più autorevole”, soprattutto se si tratta di luoghi comuni, di frasi fatte. E questo si dà quotidianamente. Ma quando si scrive bisognerebbe evitare ogni interferenza.
Che va su due direzioni, una sulla morfosintassi, una sul lessico.
Non censuro l’interferenza del lessico, sicché dire “kapirinj” al posto di “kuptonj” non è peccato capitale.
Tutte le lingue, essendo sistemi aperti, soprattutto dal punto di vista del lessico, perdono e acquistano lemmi. Così hanno fatto lo Shqip e il greco moderno, che hanno preso molto dal turco. Il greco ha preso anche parecchio dall’italiano, per via della dominazione Veneziana e poi italiana nelle isole. E poi è il mercato globale che inserisce parole nuove che seguono gli oggetti delle importazioni: oggi dappertutto il linguaggio informatico è anglosassone e non ci sogneremmo di chiamare il “computer” “macchina del calcolo” -ma come tradurremmo “Ipad”, “Iphon” ecc…? – e così via. Abbiamo sperimentato ultimamente l’invasione dei termini inglesi del vocabolario dei nostri politici (i quali essendo politici vanno presi come sono): Renzi, il fiorentino, non si perita di dire “Jobs Act”, per dare, forse, autorità alle sue riforme, devastanti per i sottoposti – è come se sacrificasse la sua volontà a un’entità sopranazionale, soprasensibile, necessaria e universale, a un moloch incontestabile e inemendabile, come dicono i filosofi del new realism, ecc …
Questo possiamo dirlo con tranquillità e assumerlo come principio delle nostre deduzioni: non esiste lingua pura, ogni lingua come il “Mondo/Kosmos/Mundus”, ripeto, è un’entità spirituale sottoposta a tutti i venti e gli eventi della Storia. Neanche in Albania potrete trovare una lingua “pura”, “e pastër”, per quanto siate imbevuti di fanatismo etnico – lo Shqip è strapieno di francesismi per un certo “sciovinismo” di Hoxha: per fare un dispetto agli italiani capitalisti e fascisti i linguisti shqipetari scelsero “tablo” piuttosto che “kuadër”, come diciamo noi arbëreshë – e noi scrittori arbëreshë, senza pruriti etnocentrici (?), preferiamo “kuadër”; abbiamo altra storia , no?
Andate, dunque, e prendete dove vi pare tutto il lessico che volete, l’importante che lo rivestiate di panni (ricordate? uno dei significati di “Mundus”/“Kosmos” è “abbigliamento”) arberischi – i nostri avi non si sono peritati di importare dall’inglese “Slliba” da “sliping” (sonno), “suvere” da “Sweater” (maglione) “Shapka” (cappello) dal russo ecc…
“U kapirinj, ti kapirin, ai kapirin” sono entrati di prepotenza nel sistema morfologico arbëresh e sono dunque termini arbëreshë a pieno titolo – non trovereste simile coniugazione in nessuna grammatica italiana, tali morfemi hanno significato solo nella grammatica arberisca. Per capirci: un conto è Kosenxa, altro Cosenza. Le due desinenze sono morfologicamente diverse. La desinenza della parola arberisca indica una parola singolare femminile “determinata” – la “a” cioè è anche un articolo; la “a” della parola italiana indica solo genere e numero (Kosenxa significa “la Cosenza”).
Se dicessi però: “U kapisko se ti je una persona e mirë”, capite che interverrei pesantemente sulla morfologia, e che vorrei far passare per albanesi parole che dell’albanese non vestono i panni. Se dicessi, e scrivessi “U kapirinj se ti je një personë e mirë” niente da eccepire perché tutte le unità semantiche sarebbero rivestite con morfologia arberisca – la morfologia dei queste parole non la trovereste nella grammatica italiana.
C’è senz’altro il problema del vocabolario che va impoverendosi con la morte di coloro che quella lingua, da buoni analfabeti (qui ci vuole), hanno conosciuto e hanno tramandato. Ma gli intellettuali (pochi) hanno lasciato un patrimonio (scripta manent – non solo gli antichi, ma anche i nostri, per questo bisogna averne cura) a nostra disposizione, dove andare a pascolare.
Per quanto mi riguarda sono figlio di De Rada, di Serembe, di Variboba, di Don Orazio, ma più e più di Emmanuele Giordano il cui vocabolario sempre compulso. In quel Fjalor trovo tutte le parole che ho conosciuto nell’infanzia e che ora ad Acquaformosa non s’usano più.
Sono amico/figlio di Skiro di Maxho -di cui ho letto tutto. Senza la sua vicinanza non avrei preso così a cuore la lingua dei miei avi.
Ma sono figlio anche di quell’altro Skiro che fu Papa Gjergji la cui “Historia e shëjte” leggo spesso con immenso piacere, come leggo spesso “Vangjeli” di Giordano.
Insomma voglio dire: il faut coultiver son jardin ma studiando accostarsi a quanti più sapienti, per ovvi motivi, hanno molto da insegnare. Soprattutto quel sistema morfosintattico senza il quale non si dà lingua. Il Latino è divenuto Italiano quando ha perso la sua morfosintassi. Forse è troppo tardi per fermare la deriva storica della fine dell’arbresh. Ma finché siamo in vita dobbiamo operare consapevolmente in quel “come se” (als ob, come amano dire i filosofi) che è l’“arbëreshë a tempo pieno”.


giovedì 8 marzo 2018

Quarant'anni di ateismo di stato. Poi l'Albania è stata terra di conquista di vari movimenti religiosi ma non senza reagire contrapponendo una propria identità culturale. L'analisi di Miranda Vickers, nota studiosa di questioni albanesi.


Cattedrale Ortodossa di Tirana


Quarant'anni di ateismo di stato. Poi l'Albania è stata terra di conquista di vari movimenti religiosi ma non senza reagire contrapponendo una propria identità culturale. L'analisi di Miranda Vickers, nota studiosa di questioni albanesi. Nostra traduzione


03/11/2006 -  Anonymous User

Di Miranda Vickers, Bota Shqiptare, 21 ottobre - 3 novembre 2006 (tit. orig. Feja ne Shqiperine paskmuniste)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Marjola Rukaj
Uno degli aspetti più importanti del periodo della transizione post-comunista in Albania è la ricomparsa delle fedi religiose dopo l'abolizione della norma emanata nel 1967 che vietava tutte le forme di pratiche religiose. La moderazione con cui gli albanesi hanno riabbracciato le religioni rispecchia l'atteggiamento cauto che si è tradizionalmente avuto verso il benessere spirituale. Nell'arco della loro storia movimentata gli albanesi sono passati facilmente da una religione all'altra, diventando così cattolici, ortodossi o musulmani a seconda degli interessi del momento storico. Molto nota poi l'espressione coniata nel XIX secolo da Pashko Vasa: "Feja e shqiptarit eshte shqiptaria", "La fede dell'albanese è l'albanesità".
Nel tardo Medioevo le terre albanesi erano diventate campo di battaglia tra l'occidente cattolico e l'oriente ortodosso. Ogni volta che l'Occidente aumentava i territori controllati i feudatari albanesi - imitati poi dai rispettivi sudditi - si convertivano al cattolicesimo, ogni volta che ad avere la meglio era Bisanzio e l'Occidente si ritirava, essi riabbracciavano l'ortodossia.
Dopo il disfacimento dell'Impero Ottomano e la formazione dello Stato indipendente albanese nel 1912, il governo si proclamò laico. Le esperienze delle Guerre Balcaniche e della Prima Guerra Mondiale, hanno comportato l'esigenza di accantonare ogni distinzione religiosa in nome dell'etnia comune a tutti. Per questo motivo nel periodo tra le due guerre mondiali in Albania non si conosce una religione ufficiale di stato, veniva però garantita la piena libertà di culto a tutte le confessioni religiose. Dopo la vittoria del comunismo nel 1945, gli albanesi inizialmente erano teoricamente liberi di professare la propria fede. Però la forte spinta ad educarli ad accettare e a capire l'ideologia socialista mirava alla distruzione degli usi e delle vecchie tradizioni patriarcali e conservatrici. Fu così che la religione ebbe un ultimo colpo nel 1967 con l'interdizione di tutte le pratiche religiose, cosa che fece dell'Albania il primo stato totalmente ateo nel mondo.
Dopo il crollo del regime monopartitico nel 1991, fu abolita l'interdizione delle pratiche religiose e ci fu una rinascita graduale della religiosità, che comportò il restauro e la ricostruzione di chiese e moschee. La ricomparsa della religione nella città musulmana di Scutari è un esempio dell'armonia tradizionale delle religioni in Albania: Scutari è anche la culla spirituale dei cattolici albanesi. Nel 1992 quando fu riaperta la chiesa cattolica della città, musulmani e cattolici diedero un notevole contributo, 5 giorni dopo a loro volta i cattolici aiutarono l'apertura della seconda moschea di Scutari. In tutta l'Albania, gli emigrati ricchi della diaspora incominciarono a finanziare la costruzione di nuove moschee nei propri villaggi d'origine, inoltre molti stati stranieri hanno versato aiuti e hanno mandato esperti per la costruzione e il restauro di edifici religiosi.
L'Arabia Saudita finanziò l'importazione di più di mezzo milione di copie del Corano, cifra che ha superato la domanda effettiva, tanto che nelle moschee si potevano vedere nei primi anni '90 innumerevoli pacchi mai scartati di questi volumi. Un portavoce dell'agenzia dell'aiuto islamico impegnato nella distribuzione degli aiuti ha affermato che gli albanesi musulmani erano come spugne asciutte, disposti ad assorbire qualsiasi cosa venisse loro offerta. Verso la metà degli anni '90, furono costruite scuole islamiche e bambini e giovani furono mandati in Turchia, Siria, Malaysia, Arabia Saudita ed Egitto per potervi studiare teologia islamica. Varie organizzazioni islamiche straniere hanno finanziato le spese degli albanesi che hanno espresso la volontà di recarsi alla Mecca al pellegrinaggio del Haxhi.
In quel periodo, in Albania si trovavano rappresentanti di tutti i culti, ma la manifestazione più ardente del credo religioso fu quella degli evangelisti cristiani. A causa del proclamato ateismo del Paese, questi sostenitori molto motivati, ritenevano cruciale l'enorme bisogno di insegnamenti cristiani in Albania, più che in ogni altro paese ex-comunista. Gli albanesi considerarono l'arrivo di questi gruppi come qualcosa di molto curioso, anche perché molti di loro provenivano da sette poco conosciute nell'infinità delle confessioni religiose. Ricordo che nel luglio 1991 mi sedetti sulla spiaggia di Durazzo con un gruppo di giovani missionari olandesi che suonando la chitarra cantavano davanti a un gruppo di albanesi stupefatti: Zoti e do Shqiperine Dio ama l'Albania - uno slogan che decorava anche le loro macchine.
Battisti, mormoni, testimoni di Geova e avventisti del settimo giorno, tutti erano in competizione tra di loro per offrire il più possibile uno stimolo materiale, in alimentari, vestiario e lattine di Coca Cola per invogliare la gente a convertirsi. I missionari cristiani si sono sentiti come l'avanguardia di una nuova crociata cristiana. Di conseguenza, centinaia di migliaia di Bibbie furono stampate per raggiungere il numero dei Corani arrivati dal mondo islamico. Comunque a metà degli anni '90 molti albanesi si sono sentiti infastiditi dalla presenza di questi missionari ostinati e dogmatici - chiamati compratori di anime. L'adesione alla chiesa protestante in tutto il paese è stata stimata come non superiore a 3.500 persone. A mio avviso questi cristiani ardenti vennero eclissati dalle altre grandi religioni poiché non avevano niente di tangibile da offrire ad un popolo che in quegli anni era disperato e mirava a ben altro. Potevano promettere solo visti per il paradiso dell'aldilà e non per allontanarsi dalla povertà di questo mondo con qualche visto per la Grecia o l'Italia, facilitato a volte dalla conversione al cattolicesimo o all'ortodossia.
Tra le quattro religioni principali in Albania, la Chiesa ortodossa è strettamente legata alla minoranza greca nel sud del paese. La Chiesa ortodossa albanese è stata fondata nel 1908 a Boston dal vescovo Fan Noli, ed è stata riconosciuta autocefala dal Patriarca Ecumenico nel 1937. Nei primi anni '90, la Chiesa ortodossa greca guidata dal metropolita nazionalista ed estremista Sevastianos Drinoupolis, aveva cominciato a sfruttare la neonata Chiesa ortodossa albanese, per fini di propaganda greco-massimalista tramite la sua associazione panellenica dell'Epiro del Nord. L'arcivescovo era a capo di una diocesi molto estesa con sede a Konica, nell'Epiro, nella Grecia settentrionale. Questa diocesi comprendeva altresì buona parte dell'Albania meridionale - conosciuta dai greci come Epiro del Nord - patria della minoranza greca in Albania. Deciso nel far arrivare il suo messaggio ai seguaci albanesi, Sevastianos organizzava cerimonie nel villaggio di confine di Mavropulo utilizzando gli oratori più potenti in Grecia, che riportavano il messaggio spirituale presso ogni albanese che poteva ascoltare. Nonostante l'associazione panellenica dell'Epiro del Nord fosse al margine della politica contemporanea greca, i suoi sostenitori erano tra i primi ad intraprendere la distribuzione di aiuti nell'Albania meridionale nel 1991. In questo periodo molti albanesi hanno cambiato il proprio nome con uno greco, facendosi battezzare nella fede ortodossa, non solo per ottenere aiuti ma anche per un visto di lavoro in Grecia.
Dal 1992, nell'Albania meridionale, le chiese ortodosse sono state riconsacrate e restaurate con zelo, da artigiani finanziati dalla Grecia e dalla comunità greco-americana. Tuttavia, molte di esse oggi non hanno fedeli a causa dell'esodo massiccio verso la Grecia di buona parte della popolazione greca e ortodossa. Il conflitto tra i governi greco e albanese sulla questione del numero, dello status, dei diritti della minoranza greca nell'Albania meridionale, ha comportato inevitabilmente che il risveglio della religione ortodossa in questa regione diventasse una questione molto più discussa che in altre regioni.
Attualmente in Albania vi sono relativamente pochi segni dell'Islam conservatore. Al di là dell'aumento graduale delle donne con il velo, e la questione recente del foulard a scuola, la stragrande maggioranza dei musulmani albanesi sono fieri della propria tradizione di tolleranza e maturità religiosa. Molti si stupiscono dello zelo islamico così evidente nelle zone albanofone della Macedonia occidentale, dove le giovani sempre più spesso tendono a coprirsi con il velo, e dove è veramente difficile trovare un bar o un ristorante dove bere bevande alcoliche. Ad ogni modo negli anni passati la comunità islamica albanese si è trovata alle prese con il conflitto tra gli anziani, sostenitori dell'interpretazione liberale e tradizionale dell'Islam, noto come Hanefita, e i giovani che appena rientrati dall'educazione religiosa nei paesi arabi optano per la scuola Salafita dell'Islam che è meno tollerante, e più radicale. Questo fenomeno ha preoccupato i membri della comunità bektashi in Albania, la forma più liberale dell'Islam che si trova in evidente contrasto con i salafiti.
I bektashi sono molto diffidenti nei confronti degli islamici conservatori all'interno del Centro Arabo dell'Informazione, che essi accusano di cercare in modo aggressivo di sottoporre il mondo musulmano albanese sotto il controllo della setta estremista wahabita, reclamando sotto il proprio controllo il campo appena legalizzato dei bektashi. I bektashi sono una "setta" islamica panteista - trovano dio tra la natura, gli animali e gli uomini. Storicamente essi invocavano alla vendetta sciita contro il potere ottomano sunnita, e predicavano la tolleranza di tutte le religioni non islamiche. Provocano l'ira dei musulmani conservatori deviando alle regole convenzionali islamiche come l'interdizione dell'alcol, il velo delle donne, e il rivolgersi verso la Mecca durante la preghiera. Momentaneamente i bektashi sono la tradizione religiosa meno protetta, poiché la loro guida religiosa manca di sufficente formazione e i seguaci si recano alle Teqé con la stessa frequenza con cui un cristiano occidentale si reca in chiesa: principalmente per i battesimi, i matrimoni, e i funerali.
Nonostante ciò, mentre pochi albanesi sono andati a studiare teologia islamica nel mondo arabo, la stragrande maggioranza degli albanesi non ha alcun contatto culturale con il mondo islamico. L'influenza degli aiuti da parte di varie organizzazioni straniere islamiche ha contribuito a modificare di poco quest'aspetto. Vi sta sorgendo in tal modo una contraddizione rispetto alle organizzazioni locali che mirano a instaurare la tradizione islamica dalle caratteristiche che ha sempre avuto in Albania a scapito di elementi importati da tradizioni straniere. Le organizzazioni locali non hanno però risorse finanziarie per riuscire a fare fronte ai bisogni materiali e alle esigenze spirituali dei membri. Di conseguenza vi è il rischio che gli anziani albanesi e la loro tradizione di tolleranza siano messi da parte nello sviluppo quotidiano del mondo spirituale albanese, mentre gli stranieri cerchino di fare leva sui giovani che sono facilmente influenzabili spiritualmente parlando.
Dal 1998 quando venne scoperto a Tirana e ad Elbasan, una cellula della Jihad radicale egiziana islamica, tutte le associazioni e fondazioni islamiche in Albania, sono state sottoposte a un severo e continuo controllo. Alcuni membri della comunità musulmana sembrano piuttosto infastiditi di fronte a quest'ultimo mentre molti gruppi cristiani sembrano passare inosservati a qualsiasi forma di controllo. Molti albanesi pensano che una delle ragioni per cui l'Europa non ha fretta nell'accogliere l'Albania sia il fatto che la maggioranza degli albanesi sia di origine musulmana diventando così oggetto della diffusa islamofobia. Però dopo le proteste in tutto il mondo contro le caricature danesi, è da sottolineare il fatto che in Albania non abbia avuto luogo alcuna protesta pubblica da parte dei musulmani albanesi.
Recentemente la massima autorità musulmana in Albania ha istituito un comitato ad hoc per seguire la costituzione della prima università islamica nel paese una volta ottenuta l'autorizzazione del governo di Tirana. La comunità dovrà fornire i finanziamenti volti a tale costruzione poiché la legge albanese vieta il finanziamento delle istituzioni religiose da parte dello stato. L'Università spera di accogliere studenti provenienti dal Kosovo, dalla Macedonia, Serbia e Albania. Le guide moderate islamiche del paese ritengono importante l'apertura di tale università in Albania per far sì che i giovani musulmani non debbano recarsi altrove e inculcarsi con dogmi e ideologie fanatiche che non rispecchiano la tradizione albanese. Finora tutti i tentativi per l'istituzione dell'università islamica in Albania non hanno avuto esito positivo. Gli osservatori ritengono che il governo stia procedendo secondo una logica che renderà possibile l'apertura dell'università islamica dopo l'apertura di una nuova università cattolica.
L'anno scorso il tentativo dei giovani musulmani istruiti nei paesi arabi, di presentare una proposta di modifica dei rituali religiosi all'interno della comunità musulmana, è stato rifiutato in base ad elementi ragionevoli. La proposta consisteva nella sostituzione del medh'hebi della scuola tradizionale hanefita con quello della scuola più radicale salafita. Dopo un lungo dibattito, il Consiglio Generale della comunità Islamica ha accettato unanimemente di non cambiare il rituale tradizionale a favore dei rituali importati, che alla maggioranza degli anziani musulmani sembrano estremisti e fanatici. Questa è stata una vittoria incoraggiante dei musulmani albanesi che hanno sancito in tal modo la continuità della tolleranza e dell'Islam liberale in Albania.
Sembra però che i problemi principali siano economici. Le chiese albanesi sono sostenute dal Vaticano e da Atene - sostegno molto superiore a quello ricevuto dai musulmani, sia sunnita che bektashi, che avvertono il rischio di venire accusati di percepire fondi dagli estremisti islamici per ogni eventuale aiuto straniero che possono ricevere. Ad esempio un'organizzazione islamica egiziana ha finanziato di recente la costruzione di una moschea a Peshkopi, ma anche un nuovo sistema di canalizzazioni e rifornimento d'acqua. Gli abitanti dicono che l'UE queste cose le ha promesse da tempo ma è stato solo grazie agli egiziani che tutto è stato realizzato. I bektashi hanno urgentemente bisogno di fondi per il restauro dei Teqé e la costruzione di un istituto dello studio della tradizione bektashi, però la loro scelta di essere assolutamente indipendenti implica il rifiuto di somme cospicue continuamente offerte dall'Iran. Nonostante la totale mancanza di risorse, essi rifiutano sistematicamente tutte le offerte provenienti dal governo iraniano spesso volte alla costruzione di scuole e altri progetti educativi.
In tutto il territorio albanese si vedono enormi strutture costruite da stranieri, spesso inutili e spaventose. Moschee gigantesche sono state erette in zone dove la popolazione è diminuita, e numerose chiese sono state costruite in luoghi dove i cristiani costituiscono un'esigua minoranza. Ad esempio nel piccolo villaggio settentrionale di Koplik, dove la popolazione è in maggioranza cristiana, una grande moschea gialla costruita dai sauditi nel 1992 adombra le minuscole case e le viuzze sporche della piccola e fiacca località settentrionale. Mentre nella città di Fier dove la popolazione è musulmana e ortodossa, una grande chiesa cattolica è stata costruita in una zona dove non vive quasi nessun cattolico. Nel sud del paese, quasi dovunque si vedono spesso in zone poco popolate, numerose chiese ortodosse di recente costruzione.

URL: www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/La-fede-degli-albanesi-34897


mercoledì 7 marzo 2018

La questione Albanese e il panslavismo russo

 (di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)


Per un complesso atteggiamento convenzionalistico, astutamente subdolo, tutt'oggi, non si esprimono valutazioni positive riguardo la totale avversione che gli attuali Albanesi, in particolar modo quelli della parte meridionale, serbano per i greci e per la loro entità giuridica territoriale.  Tale problematica non è da risolversi in un pregiudizio di competente astio derivante da mero campanilismo di frontiera,  ma da una serie di tristi avvenimenti per i quali la Storia è chiamata  ad esercitare le proprie funzioni: la ricerca del vero, allorchè, sereno giudizio possa essere espresso dalle generazioni future.
E' noto che la Grecia, prima del 1830, non è mai esistita come organizzazione statale e tanto meno come culla di una aggregazione sociale, stanziata stabilmente e le cui caratteristiche abbiano avuto fondamenti etnici omogenei. Con il "Protocollo di Londra"  (1830), le potenze europee, Gran Bretagna, Francia e Russia in particolare, hanno cercato di imporre la loro politica protezionistica su quel territorio, senz'altro molto importante per la sua naturale locazione strategica, anello di congiunzione fra occidente, penisola balcanica e medio oriente. Vero è che con la decadenza dell'Impero Ottomano, si rivitalizzarono le nazionalità balcaniche: Serbia, Bulgaria, Romania e Grecia, le quali, per come detto prima per la Greca, patrocinate politicamente da qualche potente stato europeo, proclamarono l'indipendenza.
Dal trattato di S.Stefano ( 1878 ), la Russia ne uscì diplomaticamnte soddisfatta, imponendo al Sultano la proclamazione di indipendenza di Serbia, Bulgaria, Montenegro, Romania e Bosnia Erzegovina, riducendo il territorio turco a due frammenti separati, l'uno sull'Adriatico, attorno all'Albania, l'altro sull'Egeo, attorno alla Tracia con Costantinopoli. Il resto, dal Danubio all'Egeo, da Adrianopoli alla frontiera Serba, avrebbe costituito un principato autonomo. In sostanza rimanevano territori turchi, l'Albania e Costantinopoli.
Questa linea di politica estera, sostenuta dal ministro russo Gorciakov, non rappresentava altro che l'inizio della slavizzazione panrussa della penisola balcanica. L'atteggiamento dei russi fu di palese evidenza tanto che l'Europa Occidentale chiese una revisione internazionale del Trattato di S.Stefano, revisione che si ebbe nel Congresso di Berlino nel luglio dello stesso anno e dove Bismarck, come parte " disinteressata",  moderò  le trattative , consentendone le ratificazioni.
La ripartizione territoriale dei Balcani, ne uscì del tutto stravolta: i territori della Serbia e del Montenegro, vennero ulteriormente ridimensionati, la grande Bulgaria fu dimezzata e all'Austria venne affidata, a titolo provvisorio, l'amministrazione della Bosnia e dell'Erzegovina. Dal congresso di Berlino la sola Albania, senza il sostegno di un organismo statale europeo, fu lasciata a se stessa, venendo considerata nient'altro che una semplice espressione geografica. La Russia di Gorciakov, d'altro canto, ne uscì profondamente delusa; l'accordo degli occidentali fu per loro un astuto raggiro: l'antitesi tra Oriente ed Occidente, sulla quale riposa il panslavismo, trova qui la più evidente giustificazione. D'ora in avanti la Russia, raccolta nel suo intento di propagare lo slavismo, rincrudisce ed esaspera all'interno una violenta russificazione degli allogeni: Polacchi, Finlandesi, Ucraini e Baltici: lo slavismo, in questo caso, diventa panslavismo e lo stesso diventa panrussismo, strumento di politica di uno stato, la Russia determinata a divenire "Grande Russia". Gli slavi dei Balcani, come serbi,  rumeni e bulgari, non potevano considerare paternalistico lo slavismo russo, dopo il trattamento che esso aveva riservato alla Polonia, vittima della sopracitata russificazione. Tutto questo però non si presentava, nel quadro politico orientale, pregiudizevole per il convergente interesse antiturco delle nazioni Balcaniche e della Russia stessa.
Danilevskij e Dostoevskij, teorici del panslavismo, riaccendendo vecchi moti reazionari, come autocrazia, ortodossia, nazionalismo, criteri ideali, questi, dello slavismo, che si contrappongono allo spirito liberale o costituzionale, cattolico o protestante, federalistico o nazionalistico, elementi che sono inerenti e partecipi all'intima composizione degli organismi statali dell'Europa Occidentale, avevano inoltre deliberato che venisse deminizzato e abbattuto, con qualsiasi mezzo, il dogma dell'integrità territoriale dell'Impero Ottomano. L'Albania, seppur simbolicamente, faceva ancora parte, come entità territoriale, di quel, ormai, fatiscente impero. Ma come lenire le sofferenze per le violenze protratte dal panslavismo russo ai bulgari, ai serbi e pur anche agli ambigui greci? Gorciakov e i teorici trovarono rimedio innaturale: i serbi e i greci,  prima con il tacito consenso e poi con accentuato stimolo dei russi,  essendo disinteressati i paesi occidentali, ormai soddisfatti dai positivi risultati del Congresso di Berlino, si sentirono autorizzati a spartirsi il territorio albanese come una preda contesa tra due sciacalli e sciacallaggio fu.
Gli Albanesi nel 1878 , fondando la Lega di Prizrend, fecero sentire l'eco della loro tribolazione in tutta Europa. Le ingiuste misure deliberate a Berlino, fecero sviluppare fra gli albanesi la coscienza dell'unità nazionale , preposta a meglio fronteggiare, con giusta causa, l'usurpante manovra  dei serbi e dei greci. Sorda si rivelò l'Europa a questo grido di dolore. Solo il governo e l'opinione pubblica italiana, spronati dagli  indomiti ARBERESHE", percepirono il lamento proveniente da oltre Adriatico e gli albanesi guardavano l'Italia come unica e fedele protettrice. Il governo italiano, guidato da un'arbereshe, Francesco Crispi, era consapevole  dei vantaggi che ne avrebbe tratto oltre l'Adriatico, ma fu necessario attendere.
Rimane tutt'oggi vivo il contenuto della missiva che Giuseppe Garibaldi inviò alla Principessa e scritttrice Dora d'Istria ( Elena Gijcka) nel 1866:  "La causa degli Albanesi è la mia , ho combattuto al loro fianco per rendere l'Italia Una, li conosco bene; certo sarei felice io felice di impiegare quanto mi rimane da vivere in prò di quel prode popolo".
Patrioti, letterati e poeti italo albanesi, come Lorecchio, Camillo Vaccaro, De Rada, Zef Serembe, Vincenzo Dorsa, Michele Scutari, Guglielmo Tocci, il Generale Damis, il colonnello Schirò ed altri, con missive, libri, riviste, conferenze, mobilitarono all'inizio del XX secolo, l'opinione pubblica affinchè si adoperasse a sensibilizzare il governo italiano, inducendolo a prendere una netta posizione riguardo la questione dei fratelli albanesi. Documenti di rilevante importanza , riguardo la funzione dei letterati e dei patrioti arbereshe, sono stati rinvenuti  da Aurelia Nociti presso gli archivi della Prefettura di Napoli  e presso quelli del Ministero degli Esteri e degli Interni. In uno di questi documenti addirittura si mette in evidenza la possibilità di intervenire con un esercito di volontari  affinchè l'Albania venga liberata dall'ignobile opera di spartizione dei serbi e dei greci , proclamando la propria  indipendenza. Questo documento così catalogato: ( Pacco 666- N 6744- Roma 10-04 1904, dal Ministero dell'Interno-Dir P.S.9 al Ministero degli Esteri),  ritengo sia bene che venga, in questa esposizione, pubblicato nella sua sostanza: "Credo opportuno di comunicare a V.E. ( Ministro degli Esteri) il seguente rapporto del Prefetto di Roma. Pregovi manifestare all'E.V. che nel  pomeriggio del 24 marzo in Via Foro Traiano n. 25 e precisamente nell'abitazione del Generale Ricciotti Garibaldi, ( figlio di Giuseppe), ebbe luogo una riunione dei maggiorenti delle colonie Albanesi d'Italia, allo scopo di prendere accordi per un piano di azione. I convenuti erano 14, tra cui il sig. Lorecchio Anselmo direttore del giornale " L'Albanese d'Italia", l'avv. G. Lusi direttore del periodico  La Nuova Albania, il sig. F . Musacchio, Presidente dell'Associazione Albanese di Palermo, il si. Manlio Bennici  pubblicista, il Generale Domenico Damis di Lungro e il Colonnelo G. Schirò di Piana dei Greci. Il Generale R. Garibaldi avrebbe espresso  il proposito non appena dovessero scoppiare le ostilità nei balcani di organizzare un esercito di volontari. " Da questo documento si evince che molti volontari arbereshe sarebbero stati arruolati per la causa albanese. Nel 1901 il Prefetto di Livorno, informò il Ministro degi Esteri che Garibaldi , Damis , Mereu e Cottorno stavano organizzando un partito albanese in Italia allo scopo di impedire alle truppe austriache di occupare le province albanesi. Costoro non riuscirono nei loro intenti anche perchè nell'ottobre del 1904 venne a mancare il Generale arbereshe Domenico Damis, al quale Ricciotti Garibaldi era legato da fraterna amicizia e nel quale molto confidava.
Il 28 novembre del 1912, Ismail Qemal, alla presenza dei rappresentanti di tutte le regioni d'Albania, proclamò a Valona l'idipendenza della Patria. Grande speranza nutrivano in cuore gli albanesi tutti, ma i greci e i serbi, patricinati dal panslavismo, continuavano a perseguitare le popolazione con incendi e massacri.  Posseggo una ricca documentazione riguardo le usurpazioni e gli eccidi protratti dai serbi e dai greci in Albania all'inizio del XX secolo di cui mi obbligo a rendere pubblica al più presto possibile, ma  da un fascicolo dell'Agenzia Stefanini del 21 giugno del 1911 desidero estrarne un stralcio di telegramma inviato al Comitato Albanese di Milano: "Ieri sessantanove notabili della Ciameria invitati a recarsi a Janina vennero trucidati durante il viaggio. Trecento altri cimarioti trovansi prigionieri per aver rifiutato di firmare indirizzi grecofili.  Nel distretto di Argirocastro le truppe e le bande greche hanno oltrepassato ogni limite: Il Monastero di Bektashi è stato raso al suolo e tutti i religiosi sono stati uccisi.  Molte donne soprattutto cristiane son state violentate; moltissimi i cittadini imprigionati per lesa maestà. A Plaza e nel villaggio di Damesi nel circondario di Tepeleni tutta la popolazione è stata trucidata dalle bande greche. Bande di greci stamane hanno saccheggiato Janina, oltre cento notabili sono stati trucidati......il solo Leonida Frasheri è riuscito a fuggire.
Questi eccidi ed usurpazioni è da ritenere che siano stati compiuti in un solo giorno, quello del 21 giugno del 1912. E' solo una parte di un giorno, di una parte dell'Albania. 




Bibliografia essenziale:
Archivio Ministero degli Esteri Roma
Archivio Ministero degli Interni Roma
Prof. Orazio Irianni I Balcani e la civiltà europea ( Napoli Stab. Tip. Pierro e Figlio 1913)
Aurelia Nociti Contributo degli Arbereshe al Movimento Nazionale Albanese ( Lidhja 11/11 1980)


Eparchia di Lungro degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale
Chirotonia Diaconale di
Giampiero Vaccaro
Cattedrale di San Nicola di Mira
Lungro 8 Aprile 2018
ore 10.00

 

Il Vescovo Donato





Al  Rev.mo  CLERO alle Religiose  e  ai  Fedeli  Laici

ORDINAZIONI  DIACONALI



Lo Spirito Santo fa dono alla nostra Chiesa di due nuovi diaconi. Domenica, 8 aprile p.v., di San Tommaso, conferirò l’ordinazione diaconale, nella Chiesa Cattedrale di Lungro, al lettore Giampiero Vaccaro, nativo di Lungro. Ha intrapreso il cammino vocazionale nel Seminario Maggiore Italo-Albanese di Cosenza. Nel 2016  ha continuato il percorso degli studi nel Pontificio Collegio Greco di Roma per il conseguimento della Licenza in Scienze Ecclesiastiche Orientali.



Domenica 15 aprile p.v., delle Mirofore, conferirò l’ordinazione diaconale, nella Cattedrale di Lungro, al lettore Francesco Mele, nativo di Acquaformosa. Anche lui ha intrapreso il cammino vocazionale nel Seminario Maggiore Italo-Albanese di Cosenza.  Nel 2016  ha continuato il percorso degli studi nel Pontificio Collegio Greco di Roma per il conseguimento della Licenza in Diritto Canonico Orientale.

Nel porgere, a nome dell’Eparchia, i più fervidi auguri, vi invito a pregare affinché scenda su di loro copiosa la grazia dello Spirito Santo e li renda docili strumenti per l’annuncio del Vangelo della Salvezza.

Invoco su di Voi e sulle Vostre Comunità la benedizione del Signore.



    Lungro, 5 marzo 2018

+ Donato Oliverio Vescovo



 www.lungro.chiesacattolica.it/

                                                           




giovedì 1 marzo 2018

Onomastica dei primi Greco Albanesi stabilitisi nei feudi di San Adriano





Cognomi dei profughi greco albanesi nelle colonie sorte nel feudo di Sant’Adriano riportati nella pubblicazione di Domenico Zangari da lui ritrovati nella Sezione Amministrativa dell’Archivio di Napoli e pubblicati nel 1940: <<La Numerazione degli Albanesi, Greci e Sclavoni in Calabria Citra>>, rilevata nel 1543 per ordine della Regia Camera della Sommaria.

San Demetrio

Belluzia ( Bellusci e Bellucci), Brunetto, Buscia, Candreva, Cucchia, Cucci, Cuzzi, Dayca, Deavolizzo, Flocca, Saracino, Sarro, Yanizza”.

Poggio

“ Braila, Drames, Vinci, Singi”

Scifo

“ Braila, Brunetto, Bua, Calenzi, Lopes, Mariano, Nomoyanni, Papada, Sarrachino, Scandera, Stamato”.

Macchia dell’Orto

“ Argondizza, Belluscio, Caparello, Coliconi, D’Avati, Flocca, Lisciosta alias Greco, Marchianò, Rado, Chiurco”.

San Cosmo

Belluscia, Brescia, Buscia, Cartarolo, Dramis, Macrì, Minici, Mosacchio, Pillora, Strigari, Toccio, Tozio, tra i notabili si ritrova il papas Lazzaro Staura, con la moglie Elena”.

Dalla ricerca fatta dall’esimio Prof. Innocenzo Mazziotti attraverso i registri dei Battesimi 1600- 1610 in San Demetrio Corone  si riscontrano i seguenti cognomi:

Andropulo, Archiopulo, Arcondizza, Baffa, Baffi, Barci, Belluccio, Bellucci, Bellusci, Braile, Brescia, Bua, Bugliaro, Burneto, Bruneto, Brunetti, Buscia, Canadè, Capparelli, Cassiano, Chidichimo, Chinigò, Chiurco, Cuci, Cucco, Cucci, Cumano, Daixia, Diavolizza, Dorsa, Dramis, Elmo, Flocca, Frontera, Lata, Ligori, Lopes, Loricchio, Manes, Marchianò, Marino, Masci, Matranga, Melicchi, Minisci, Morfa, Musacchio, Nomojanni, Pisarro, Pisarra, Potta ( Petta?), Previte Rada, Raho, Ribecco, Saracchino, Saracino, Scialis, Scura, Serbiscia, Staffa, Stamato, Strigaro, Toccio, Tocci, Valacca, Yeno, Ieno, Yerbis, Yerbisci o Serbisci.



Foto CM Sila Greca Destra del Crati

Bibliografia:

Domenico Zangari, Le Colonie Italo Albanesi in Calabria, Ed. Casella, Napoli 1941 pag. 65.

Innocenzo Mazziotti, Immigrazioni Albanesi in Calabria nel XV secolo e la colonia Di San Demetrio Corone ( 1471-1815). Ed. Coscile Castrovillari 2004