martedì 24 marzo 2020

Francesco Saverio Vaccaro (Severo)

di Giuseppe Carlo Siciliano
“La mia famiglia fu quella che più di tutte patì le conseguenze del post unitarismo”

(Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

Nato a Lungro nel 1875, due anni dopo si trasferì a Buenos Aires, in Argentina, dove il padre inseguì l’antico sogno di una vita più agiata, lontano dalla miseria, voluta dalla politica unitaria.
Ancor giovinetto, in terra starniera, lavorò come venditore di giornali. Autodidatta, dopo aver imparato a leggere e scrivere , si apposionò allo studio e alla diffusione della letteratura.
Ancora giovanissimo, assieme al fratello Luigi ( Lligi), fondò la “Casa Vaccaro”, un negozietto dove vendeva libri, giornali e riviste. Ben presto l’azienda si allargò, giungendo a fungere da ufficio cambio per gli emigrati e casa editrice di alcune riviste locali, tra le quali ” Los Sucesos Ilustrados”, il primo periodico illustrato d’Argentina donando il proprio contributo per la nascita della “Revista de Derecho, Historia y Letras” diretta da E. Zeballos e della “Revista de Filosofia”, diretta da J.Ingeneros. A queste aggiunse due iniziative che riscossero notevole successo di pubblico, la stampa e la diffusione dell’opera ” La Cultura Argentina” in 135 volumi, curata da J. Ingegneros e distribuita a prezzi popolari, e il “Giornale d’Italia”, che aveva l’intento di mantenere inalterati i legami tra gli emigrati e la madrepatria. Egli, lentamente, divenne un punto di riferimento della stampa e della cultura argentina, anche perchè ben presto si collocò tra quegli intellettuali che si opponevano alla censura sulla stampa perpetrata dal governo.
Scrittore egli stesso di numerosi articoli di vario genere, raccolti in una pubblicazione postuma nel 1946 dal titolo “Pagina dispersas”, fu anche un filantropo della cultura, distribuendo fra i giovani argentini centomila copie  dell’opera di Smiles “El Caracter”, con l’intento di contrastare l’analfabetismo giovanile e diffondere la cultura. Attratto sempre da nuove esperienze, fu fra i fondatori dell’Aereo Club Argentino, dove per dieci anni ricoprì la carica di tesoriere. Nel 1946, ancora in piena efficienza, improvvisamente morì, lasciando un incolmabile vuoto nella cultura Argentina. In suo onore, il fratello Vincentino, fondatore del partito comunista Argentino, nel 1950 fondò il “Museo della Caricatura Severo Vaccaro” e la fondazione culturale ” Severo Vaccaro”, che ancora oggi ha lo scopo di premiare con una medaglia d’oro ed un contributo in denaro la migliore opera editoriale dell’anno e che, in Argentina, viene considerato un premio nazionale simile al Nobel. Tra i vincitori di questo premio basti citare Louis Federico Leloir ( premio Nobel). il pittore Raul Soldi, il medico Renè Favaloro e lo storico Felix Luna.
Un’altra grande anima della mia Arberia.

venerdì 20 marzo 2020

Sottoscritto a Civita il protocollo d’intesa per la costituzione dell’Aggregazione dei comuni Arbëreshe










Sottoscritto a Civita il protocollo d’intesa per la costituzione dell’Aggregazione dei comuni Arbëreshe, seguirà la nascita dell’associazione cooperativa che, si auspica, venga varata in tempi brevi anche dagli altri comuni che intenderanno aderire.
Si è svolto, Sabato 7 Marzo c.a. nella suggestiva cornice paesaggistica di Civita la riunione dei comuni Arbëreshe il cui territorio ricade nell’area del Parco Nazionale del Pollino nonché adiacente la medesima area. L’evento rivolto ai rispettivi comuni, è stato promosso dall’Associazione “Sempre Insieme”. A fare gli onori di casa il Sindaco di Civita Alessandro Tocci, il quale ha accolto con un caloroso saluto, sia, l’organizzatore che ha dato impulso all’iniziativa avv. Antonio Chiaromonte e, sia, le autorità intervenute: A. Catapano Sindaco di Frascineto, M. De Lia, Vice-Sindaco del comune di Firmo, giusta delega, Dott. A. M. Troiano Sindaco di San Paolo albanese e R. Iannibelli Sindaco di San Costantino albanese, assenti per giusta causa, i restanti sindaci dei comuni invitati nel rigoroso ordine alfabetico: ACQUAFORMOSA, CASTROREGIO, LUNGRO, PLATACI e SAN BASILE. Ad aprire i lavori il Presidente dell’Associazione “Sempre Insieme”, il quale dopo aver relazionato sui temi dei marcatori identitari delle comunità Arbёreshe e sulla pressante necessità di preservarne il ricco patrimonio spirituale, storico, culturale e ambientale alla luce delle problematiche sorte dall’omologazione contemporanea, auspica un risveglio identitario da operare anche attraverso la costituzione di organismi aggregati in grado di porsi come volano per l’attività di salvaguardia e promozione delle comunità Arbёreshe. Sui temi posti, viene avviata la discussione con l’intervento del Sindaco di Civita, il quale nel ribadire la necessità di formare aggregazioni snelle e dinamiche, esprime piena condivisione dell’impostazione della costituenda aggregazione di Comuni riconoscendo altresì nel carattere bi-regionale (calabro-lucano) un importante valore aggiunto. Segue l’intervento del Sindaco di San Paolo, il quale sottolinea alcune differenze di forme giuridiche associative, anche di tentativi esperiti nel passato, concordando pienamente con l’impostazione data alla presente iniziativa. Di seguito il Sindaco di Frascineto, il quale evidenzia l’opportunità di consentire l’ingresso nell’Aggregazione a tutti i Comuni Arbёreshё che volessero farne parte, indipendentemente dalla loro localizzazione territoriale, per fare massa critica e così portare le istanze delle comunità Arbёreshё ai più alti livelli istituzionali. A seguire il Sindaco di San Costantino, il quale esprime piena condivisione per l’iniziativa proponendo la sottoscrizione del Protocollo d’Intesa per, successivamente, allargare lo spettro anche agli altri Comuni interessati, previa loro richiesta di adesione; indi suggerisce di procedere, raccogliendo il consenso di tutti i partecipanti, all’individuazione, sia, del comune capofila e, sia, di chi fungerà da Presidente dell’Aggregazione dei Comuni. All’unanimità viene eletto comune capofila Frascineto e Presidente il Sindaco di San Paolo Albanese. I lavori si sono conclusi con la sottoscrizione del preliminare Protocollo d’Intesa.
avv. Antonio Chiaromonte

giovedì 19 marzo 2020

Brindisi di Montagna tra Storia e memoria collettiva






Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro



Lo storico nelle sue ricerche si avvale prevalentemente delle fonti, materiale di lavoro e condizione fondamentale per le indagini. Non esistono, a mio avviso, profonde affinità tra storia e tradizione o memoria individuale e collettiva quantunque la storiografia si fonda sulla testimonianza e sulla memoria, ma non si identifica mai con essa. Tuttavia molte volte la tradizione o memoria può costituire un elemento necessario e suggeritore per lo svolgimento della ricerca alla quale concorre una edificante esegesi, quest’ultima molto più importante delle fonti stesse. La tradizione a questo punto può essere considerata e relativamente giustificata dal presupposto che nessuna fonte è muta, nessuna presenta lucidità, nessuna è sicura e nessuna riveste poco rilievo. La complessità delle memorie tramandate non si combina con la storia, per quanto essa è oggetto del lavoro storiografico.

La pubblicazione di Andrea Pisani riguardo la comunità di Brindisi di Montagna è un esempio di storiografia elaborata attraverso la memoria collettiva o la tradizione. Non vi sono indicate fonti, ma nella narrazione, i dettagli sono riportati con interessante lucidità. Le date e i luoghi sono descritti con scrupolosità direi quasi maniacale, così come anche i nomi delle persone e le attività da loro esercitate. In questa sorta di monografia, però, inconcepibilmente, non vengono citati gli avvenimenti che hanno determinato in maniera decisiva la storia di questa località. Come si potrà leggere avanti il Pisani non cita il terremoto del 1694 che distrusse centinaia di paesi e casali provocando la morte di migliaia di persone in Basilicata e nel Principato sia Citra che Ultra1 e neppure la immigrazione di albanesi dalla Chimara del 17742 citata da molti scrittori e sulla quale sto cercando di acquisire maggiori notizie attraverso gli archivi regionali, diocesani e napoletani. Ritengo sia importante riproporre una parte della pubblicazione, poiché, fondamentalmente, gli indizi riportati meritano attenta valutazione.

Riguardo la migrazione del 1532-1534, coronea o peloponnesiaca, Andrea Pisani, nel suo libro Dall’Albania a Brindisi di Montagna, ci racconta:

Tra il 1532 e il 1534, trenta famiglie, originarie di Corone, sbarcate a Napoli, furono accolte dal Principe di Bisignano Pietrantonio feudatario di Brindisi di Montagna e mescolate ai pochi indigeni superstiti per ripopolare il feudo che era rimasto fra i ripetuti terremoti e per sessantanove anni quasi deserto. I Coronei, dopo molti giorni di cammino e di disagi per luoghi sconosciuti ed aspri, senza mai perdersi di animo, giunsero affamati ed estenuati alla Torre della Serra del Ponte. Quivi ebbero la prima indicazione del luogo che, in prossimità del fortilizio, doveva essere loro perenne dimora; ma, secondo tradizione, appena traversato il Basento, si trovarono in così folta boscaglia, smarriti all’inizio dell’ascesa, da dover una prima ed una seconda volta retrocedere per riprendere esatta visione, migliore orientamento e precisare la meta.

Dallo sbocco del Vallone Monaco, risalendo nella valle per il Tufo, ove ora son l’orto di Antinori e la vigna di Spera, raggiunsero con molta fatica la sommità del monte.

Le trenta famiglie  albanesi prime giunte furono quelle di Barbati, Basta, Bellezza, Beccia, Bello, Bianco, Biluscio, Bodino, Bubbich, Busicchio, Canadeo, Cappariello, Caporale, Colossi, Como, Creasi, Cresio, Greco, Lech, Licumati, Manes, Mattes, Molicchio, Musciacchio, Plescia, Prete, Pulmett, Rennisi, Scura, e Truppa.

Molti di questi cognomi come si può notare furono sicuramente oggetto di rotacismo perpetuato dagli amanuensi ecclesiastici e dagli impiegati del feudatario.

Gli Albanesi, dopo le escursioni fatte nel territorio e tra le ruine dell’antico Brindisi, scelsero come luogo di dimora, com’è naturale, la parte più sicura presso il castello, cioè sul blocco roccioso e inespugnabile. Le prime loro abitazioni, in tanta fittezza di alberi annosi, furono capanne di legno, e, invero, ricordiamo noi stessi umili casette con muri a loto, coperte non di embrici o tegole,ma di scannule (tavolette a spacco, lunghe circa cm. 75 e larghe cm. 25, in media): copertura che ancora si osserva su qualche casetta di campagna.

Il primo periodo di attività dovette essere di scorrerie nella contrada, ove molte comodità mancavano e la disperazione cresceva pel triste governo del vice reame spagnuolo, che spingeva gli abitanti di tutto il napoletano, anche quelli della campagna, ad abbracciare come ultima risorsa, il mestiere di bandito in ischiere, che venivano poi capitanate da signori di nobilissime famiglie. E non pochi tra i nuovi venuti si diedero alla caccia e al servizio militare mercenario nelle case dei principi e nei regi tribunali: con un passato tutto di guerre non potevano non essere esperti ed inclinati alle armi. Il lavoro, sempre tenuto in dispregio dagli uomini era serbato alle donne.

Alcuni dapprima, e in seguito quasi tutti, si dedicarono alla pastorizia e all’agricoltura: la pastorizia è sempre stata ed è l’occupazione prediletta degli Albanesi. Poi piantarono vigne, le popolarono di alberi da frutto e migliorarono le loro abitazioni. Per la loro vita spirituale e per seguire le loro supreme e ferme aspirazioni avrebbero voluto conservare e praticare il culto cattolico orientale che, insieme alla loro lingua, ai costumi, alle loro tradizioni formava la caratteristica spiccata della loro razza; non avevano, però, sacerdoti connazionali e furono dagli arcivescovi della diocesi di Acerenza accumunati nel rito latino ai prossimi Vagliesi: non agli abitanti di Trivigno che era un casalotto di Anzi, e non a quelli di Albano che era nella diocesi di Tricarico. A Vaglio, dunque, si recavano i nostri per tutte le pratiche religiose, ma con loro disagio, maggiore durante le intemperie e nei casi urgenti.

Il 20 giugno 1595 in pubblico comizio, v’intervennero il sindaco Giobbe Barbati, il capo eletto Bolimetti, il governatore Molfese, tutti i capi di famiglia, decisero e giurarono di edificare, sui ruderi di altra cappella la chiesa di San Nicola, ora chiesa madre, mediante oblazione in grano e in denaro, e contrassero obbligo per la manutenzione dell’edifizio e pel mantenimento del parroco.

Lo stesso Barbati si rese promotore d’una colletta per riedificare la cappella di S. Maria Mater Msericordiae: come ho detto altrove.

Ma sino al 1628 non riuscirono ad avere sul luogo preti e cure di anime. Soggiunsero allora altre famiglie croiesi di Lillo, di Aripopoli, di Dorisi (poi detta Dores), di Bizza. In vero, anche queste avevano per un certo tempo dimorato in Italia: gli Aripopoli, colti e nobili, vennero dalla regione leccese; i Dorisi e i Bizza, poi detti Bellezza vennero dalle Calabrie; i Lillo da Barile. Si erano staccate da altre colonie albanesi e furono accolte dai loro connazionali, come di contemporanea provenienza, ed ammesse a godere i loro stessi privilegi. Nacque dalla fusione e dalla concordia una piacevole gara per procurarsi col lavoro assiduo le comodità di vita comune e per nobilitarsi con le lettere, le scienze e le virtù civili.

Con queste ultime famiglie si ebbero i due primi sacerdoti greci: Don Francesco Avianò e Don Demetrio Sannazzari, i quali, con regolare contratto rogato il 21 dicembre di quello stesso anno (1628), accettarono il disimpegno degli ufficii religiosi. I due preti, come consentiva il loro rito, ebbero moglie e discendenti e tra questi non pochi preti, come Don Basilio Bellezza. L’arciprete Avianò e il fratello Alessandro, suocero di Demetrio Bellezza, fecero ricostruire sulle prische rovine la cappella di San Giacomo Apostolo, della quale non rimangono che qualche arco e due basi prismatiche di colonne. La cappella di San Giacomo ebbe una dote di tre case, 50 tomoli di terreno (circa 20,5 ettari), di una vigna in contrada Cornale, di 400 pecore e capre e di due bellissime campane. La cappella con tali benefizi passò nel 1657 al prete Don Basilio Bellezza, avanti ricordato, e poi ad altri discendenti, preti colti e stimati.

La famiglia Bellezza è stata la più numerosa, la più intelligente e la più attiva, quella che più si è diffusa diramata fuori del nostro comune. Abbiamo il dovere di ricordare Andrea Bellezza, che fra le altre opere buone fondò la Congregazione del Rosario e le elargì quanto possedeva: istituì la Lavanda dei Piedi e la Cena del Giovedì Santo, con la distribuzione, a sue spese, di pane benedetto ai poveri, secondo l’uso di case principesche.

Don Vincenzo Capparelli, fratello dell’arciprete Domenicantonio, avvelenato in Vignola ora Pignola per volere di un duca, fu parroco di San Paolo di Roma.

Decoro e lustro al nostro paese diede la famiglia Basta, Croiese. Di essa si occupa lo Strada, autore del libro “De bello bellico” (libro V pag. 308). Andrea fu molto versato nelle lettere; Gerardo, benefico e religioso, fece costruire nella cappella della Madonna il nuovo coro e la cupola del campanile; Nicola fu ufficiale di cavalleria nell’esercito del re di Spagna e nel 1580 combattè nei Paesi Bassi, ove molto si segnalò; Giorgio nato a Rocca (Imperiale?), Conte e valoroso generale nella stessa armata di Spagna (1600), scrisse due trattati: “ Il maestro di campo generale, stampato a Venezia nel 1606 e “Il Governo della Cavalleria leggera”, stampato a Francoforte nel 1612.

Son pur degne di nota le famiglie originarie di Plescia, di Barbati, di Mattes poi Mazza, di Belli, di Manes, di Buscicchio, di Prete, di Pulmetti, di Dorisi o Dores, di Candeo, di Rennisi e di Beccia: perché diedero cittadini probi, colti e stimati, e i Barbati si prodigarono di più degli altri nelle cariche pubbliche. I Truppa, i Malicchio, i Caporale, i Greco, i Creasi, i Crescio, i Biluscio, i Bodino, i Colossi, i Lecca, i Rubico e i Licumati attesero umilmente e modestamente al lavoro dei campi, senza dimostrare mai alcuna tendenza a migliorarsi intellettualmente.

Nei primi tempi di adattamento e di assestamento che durarono più di un secolo e fino alla seconda metà del 1600, nel regime di vita domestica ed agricola la colonia si mantenne gelosa delle sue tradizioni e delle sue consuetudini elleniche originarie. Alle prime incertezze, alle oscillazioni tra il vecchio e il nuovo, tra le armi e la pastorizia, dileguatosi il ricordo delle feroci persecuzioni turche e delle torture, seguì tutto un fervore di attività casalinghe, campestri e chiesastiche, un vero raccoglimento di spiriti concordi, anelanti alla pace e alla quiete. Il raccoglimento, favorito dal silenzio silvestre e dalla inaccessibilità dei monti, aveva ancora una tinta di paura delle convulsioni sismiche e delle furie aeree; era desiderio intenso di placare le ire dei cattivi geni e di avvicinarsi e di avvicinarsi alla clemenza di un supremo regolatore, che una volta chiamavano Allah ed ora hanno imparato a chiamare giusto Iddio.

Lo prova il fatto, di cui il ricordo è preciso, che le famiglie di migliori intelligenze e di migliori sentimenti diedero cure devote e sostanze cospicue all’edificazione ed alla resaturazione di chiese e cappelle e allo studio di lettere latine, di teologia e di storia; mentre fino al 1595 non avevano un prete, e se l’ebbero poi saltuariamente fu un vagliese (di Vaglio), Don Gregorio Catalano.

 Superato tutto un periodo di difficoltà, le famiglie originarie si fecero conoscere dai popoli vicini e guadagnarono credito: contrassero matrimonii e amicizie, stabilirono commerci ed effettuarono scambi di prodotti.

Aumentato con la popolazione il benessere, per i cresciuti bisogni, oltre i primitivi inerenti all’agricoltura ed alla pastorizia, si verificò l’immigrazione di artigiani e di professionisti e di famiglie italiche. Dobbiamo, per la verità, far rilucere col buon nome acquistato dagli Albanesi la bontà del nostro clima, la salubrità dell’aria. L’abbondanza delle acque che sorgevano in molti punti del territorio, la estensione e l’ubertosità del territorio stesso, l’esuberanza dei pascoli e la folta ricchezza dei boschi. Allora facilmente si ottenevano terreni feudali con semplice istanza e col solo pagamento di decime in vettovaglie.3



1 Andrea Pisani, Dall'Albania a Brindisi Montagna all'Italia. Cronistoria dal 1262 al 1927, Palombara Sabina Roma 1927. Ristampa anastatica, Tip. IBMG Matera 1989.


2 R. Giura Longo,La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli, Edizioni del Sole, 1992 p. 218. Riguardo il terremoto dell’8 settembre 1694 e Relatione del Terremoto accaduto a Napoli e parte del suo Regno il giorno 8 settembre 1694, dove si dà ragguaglio de li danni, che il medesimo ha cagionato in molte parti del Regno et in particolare nelle tre Provincie di Principato Citra, Ultra e Basilicata con il numero de’ morti che nella medesime sono rimasti sotto de le Pietre. In Napoli, 15 ottobre 1694- Per Dom. Ant. Parrino e Camillo Camallo.


3 A. Masci, Discorso sull’origine, costumi e stato attuale della nazione albanese, C. Marco ed. Lungro (CS) 1990 p. 102 – M. Scutari, Notizie historiche sull’origine e stabilimento degli Albanesi nel Regno delle Due Sicilie, Potenza 1825.





 Foto :  siviaggia.it








mercoledì 18 marzo 2020

Drangoleja




(A cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)



Nelle ricerche etnografiche del Papas Antonio Bellusci sugli gli Albanesi d’Italia, in questo caso particolare su quelli dell’Arberia Calabrese, grande rilievo assume quella delle culture analfabete. Tradizioni e credenze che tutt’ora si riscontrano in Epiro e nelle comunità albanofone della Grecia. Esistono entità defunte individuate e non individuate che prendono sembianze animali. Nelle nostre comunità si è molto ossequienti alla figura del colubro “ Drangoleja”.
<< Si crede che nel colubro (Drangoleja), abiti uno spirito di qualche antenato defunto. Non bisogna, quindi, assolutamente ucciderlo. L’antenato ritorna sotto le sembianze di un animale nella propria abitazione. E i vivi lo rispettano e lo chiamano “Djor”, che può significare spirito derelitto, ramingo ed in cerca di pace. Molto diffusa fra gli Arberesh è la credenza che nei serpenti alberghi lo spirito di qualche trapassato. Da qui nasce il culto e la proibizione “tabù” di ucciderlo.
Ritenendo che lo spirito dei defunti possa emigrare nel colubro ( Drangoleja), esso viene ritenuto “Urja e shepise”,cioè la benedizione, l’augurio, il protettore della casa. “ Nje her ish nje burr e kish dhent e kish kalivjen ne malt. E nga her çe hapnej stjavukun se kish haj, ka qaramidhet i kallarej nje drangulè. Ki burr kish nje bir. Nje dit i la dhent te birit e vate ne katund e mbet di o tri dit. Ki guanjuni, kur erdh miezdita, mua e e tundi se kish kallarej drangoleja te hajen bashk, psè i jati i kish then keshtù. Drangoleja u kallar. Kur drangoleja u kallar ki trim muar toprin e i preu krjet. Kur erdh dita çe u ngjt i jati ne malet i tha: Moj biri im çe bere? Foka non shoh drangolen. Ku e dergove? Tha i biri: i preva krjet se neng mund te shinja te hanej pres neve. I jati: Uuuuu bir çe bere? Psè kish te vrisie? Ajò ish Urja ke sai kalivje. Naten drangoleja i del nde grumi guanjunit e i thot: psè me vrave? U isha tatmadhi. Ti me vrave e e bere mir. Menatet kur u zgjua ja tha t’jatit enderrin e u vun e qajtin te dja. Çe ahjrna neng pan me te mir nde shepì.”
Traduzione:
“Una volta c’era un uomo e aveva le pecore e una capanna in montagna. Ogni qualvolta apriva la salvietta per mangiare, dalle tegole di essa discendeva un colubro. Quest’uomo aveva un figlio. Un giorno lasciò le pecore in custodia al figlio e andò in paese dove si soffermò per un paio di giorni. Il ragazzo, assente il padre, quando giunse mezzogiorno, prese il piatto e lo smosse perché doveva scendere il colubro per mangiare insieme, poiché il padre gli aveva detto così. Il colubro discese e il ragazzo prese l’ascia grossa e gli tagliò il capo. Quando giunse il giorno che il padre risalì in montagna disse: Figlio mio cosa hai fatto? Mi sembra di non vedere il colubro. Dove lo hai mandato? E il figlio: gli ho tagliato la testa, non sopportavo più vederlo mangiare accanto a me! E il padre: uuuu figlio mio che hai fatto? Perché dovevi ucciderlo? Quello era “Urja” la benedizione di questa capanna! In seguito, il colubro appare in sogno al ragazzo e gli dice: T figlio mio perché mi hai ucciso? Io ero tuo nonno. Tu mi hai ucciso e hai fatto bene. L’indomani il ragazzo raccontò il sogno fatto al padre ed insieme si misero a piangere. Da allora non videro più progresso in casa loro”.1
Fino a qualche decennio fa era radicata nelle popolazioni arberesh di Calabria la credenza nella trasmigrazione delle anime dei defunti negli animali e sicuramente questo mito ci riporta alla pre- religione dei nostri avi. Io sono scettico, ma ho per amico un colubro, che puntualmente ai primi di maggio, come se volesse salutarmi, si rifà vivo in un vecchio casolare che era di proprietà dei mie bisnonni. E’ un colubro di grosse dimensioni, avrà forse più di cento anni e quando solleva “il capo”, rivolgendomi lo sguardo, intravedo tenera dolcezza. All’inizio di questa estate l’ho visto avvolgersi ad una grossa pianta di noce… la pianta è seccata dopo alcuni giorni.


1 Estratto da Magia, Miti e Credenze Popolari ( ricerca Etnografica tra gli Albanesi d’Italia) di Antonio Bellusci. Biondi Editore Cosenza 1983.


lunedì 9 marzo 2020

L'Italia messa in vendita. La Germania si fa avanti per acquistare.

Mes, l’Europa tira avanti insensibile al Coronavirus.

Di Paolo Padoin

BRUXELLES – Mentre quasi tutti i Paesi d’Europa lottano contro il Coronavirus, che ha ormai assunto i caratteri della pandemia, l’Europa dei mercanti e dei finanzieri, dominata dagli interessi della Germania e delle lobbies della finanza, pensa ad altro, ad affamare i Paesi dove il debito è più alto, come ha fatto con la Grecia, e come si appresta a fare con l’Italia, con il consenso delle obbedienti sinistre al governo.
La riforma del Meccanismo europeo di stabilità torna sul tavolo dei ministri dell’economia e delle finanze della zona euro. Nella prossima riunione, il 16 marzo, l’Eurogruppo è chiamato a dare l’approvazione finale del testo su cui c’è già un accordo politico da diversi mesi, prima negato e poi ammesso da Conte e Gualtieri. Nelle scorse settimane, è proseguito il lavoro tecnico che deve chiudere tutte le questioni legali ancora aperte. L’Eurogruppo dovrà decidere, all’unanimità, se il lavoro è terminato oppure se rinviare ancora. Se i ministri daranno l’ok, saranno poi i rappresentanti dei Governi a firmare il nuovo Trattato in una riunione successiva, e poi potrà partire il processo di ratifica dei Parlamento nazionali che dovrebbe prendere circa un anno.

Fonte: www.firenzepost.it

giovedì 5 marzo 2020

Centenario della fondazione dell'Eparchia di Lungro su Rai 3 digitale

a cura dell'Eparchia degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale Sabato 7 marzo 2020, dalle ore  07.30 alle ore 08.00, sul canale del Digitale Terrestre  RAI 3, trasmissione del Documentario realizzato sulla celebrazione del Primo Centenario dell’Eparchia di Lungro. Rai 3 con la collaborazione dell'Eparchia di Lungro

domenica 1 marzo 2020

D'Annunzio, l'esteta.


di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro



L’erudizione libresca è un male che viene iniettato per la produzione del falso ed affannata è la sua stessa esistenza. Essa ebbe un ruolo esplicativo di primaria importanza tra il XVI e il XVII, secolo soprattutto negli ambienti ecclesiastici e tra i membri degli ordini religiosi, che non poco influirono nelle distorsioni della cultura italiana. L’erudizione libresca imposta può essere paragonata, incontrovertibilmente, alla funzione che un regime statuale oggi, attraverso i media, ingiunge, sotto forma di angheria e con metodi truffaldini la propria stabilità. Tutto questo è da considerare come un peccato dogmatico, fondato su uno o più principii dati come veri e inconfutabili, indipendentemente dalla loro verifica nella realtà e nei fatti, determinanti una precaria comprensione della elementare concezione del termine “Democrazia.” Fin dalla tenera età fummo educati al mito di Garibaldi, dei Mille e del Re Galantuomo..guai a chi scriveva in minuscolo riferendosi a tali personaggi, in seguito qualcosa decisamente cambiò. Con l’irredentismo italico emerse un Vate, che per lunghi anni sbeffeggiò il “duce:” Gabriele D’Annunzio il pescarese, considerato, dopo Dante, il maggior poeta. Morì il primo marzo del 1938 e dopo sei mesi Mussolini a Trieste annunciò che avrebbe introdotto le leggi razziali...perchè dopo la sua morte? I partigiani se lo sono mai chiesto o la risposta fu data direttamente da Mosca? Come mori D’Annunzio? Gli intellettuali dal color ormai rosato sanno rispondere al quesito? NO! Perché quegli intellettuali rossi ed oggi rosati non sapevano dell’odio che nutriva il Vate per il razzismo, in quanto mai hanno letto le sue Opere d’Arte e perché mai hanno cercato di distinguere l’estetismo dal decadentismo e quest’ultimo dal positivismo razionale. Non aggiungo altro lasciando nel dubbio chi non legge e profana.