sabato 13 aprile 2013

Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo secondo il manoscritto di Agostino Tocci

a cura di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Sulle immigrazioni Albanesi in Italia, la più accreditata storiografia propone tra le più importanti quella avvenuta dopo la morte di Skanderbeg (1468-1470), quella della caduta di alcune regioni della Grecia, cadute in "mano turcorum" ( Eubea o Negroponte, Acaia ) del 1473 e quella della resa di Corone, Maupasia o Malvasia e di Napoli di Romania (1533- 1570).

Un documento manoscritto, però, di Agostino Tocci risalente al 1650, rinvenuto in San Cosmo Albanese, nella casa di Flaminio Tocci e pubblicato a Firenze nel 1866 da Gerolamo De Rada e Niccolò Jeno de' Coronei come appendice alle "Rapsodie di un Poema Albanese", fornisce una versione che, oltre ad essere di prezioso ampliamento, trascende dai dogmi prefissati dalla storiografia.

Ritengo opportuno non commentare il manoscritto in quanto già una valida esegesi della fonte è stata accuratamente data dal Prof.Domenico Cassiano, sostenendo, in sintesi, che La Memoria di Agostino Tocci del 1650, quasi due secoli dopo la morte di Skanderbeg, nel suo complesso, costituisce un documento storico di rilevante valore e può essere considerata una silloge del ricordo popolare, oralmente tramandato di generazione in generazione, del viaggio travagliato dall'Albania all'Italia, contenente notizie veritiere e drammatiche.

Agostino Tocci, nel suo memoriale, prospetta, in maniera epica, una serie di avvenimenti risalenti il periodo in cui Giovanni, figlio di Giorgio Castriota Skanderbeg, ormai stabilitosi nei suoi feudi pugliesi con la madre Donica, vocato dai suoi compatrioti albanesi, nel 1481 tentò, con ardua impresa, la riconquista di quei territori d'Albania ormai soggiogati dall'orda turca. Giovanni si battè valorosamente e più volte vinse, ma sicuramente facevano difetto in lui, come scrisse Alessandro Cutolo, se non il valore, l'accortezza nel guerreggiare di suo padre e quel grande fascino che mai altro principe aveva avuto prima di Giorgio Castriota e nessun capo poteva più possedere.

Stremato da forza avversaria, numericamente più grande e logisticamente più organizzata, Giovanni radunò a sè i suoi ufficiali con l'intento di far evacuare dall'Albania la maggior parte di popolazione facendo loro raggiungere le più sicure coste italiane.
Sulle immigrazioni Albanesi in Italia, la più accreditata storiografia propone tra le più importanti quella avvenuta dopo la morte di Skanderbeg (1468-1470), quella della caduta di alcune regioni della Grecia, cadute in "mano turcorum" ( Eubea o Negroponte, Acaia ) del 1473 e quella della resa di Corone, Maupasia o Malvasia e di Napoli di Romania (1533- 1570).
Un documento manoscritto, però, di Agostino Tocci risalente al 1650, rinvenuto in San Cosmo Albanese, nella casa di Flaminio Tocci e pubblicato a Firenze nel 1866 da Gerolamo De Rada e Niccolò Jeno de' Coronei come appendice alle "Rapsodie di un Poema Albanese", fornisce una versione che, oltre ad essere di prezioso ampliamento, trascende dai dogmi prefissati dalla storigrafia.
Ritengo opportuno non commentare il manoscritto in quanto già una valida esegesi della fonte è stata accuratamente data dal Prof.Domenico Cassiano, sostenendo, in sintesi, che La Memoria di Agostino Tocci del 1650, quasi due secoli dopo la morte di Skanderbeg, nel suo complesso, costituisce un documento storico di rilevante valore e può essere considerata una silloge del ricordo popolare, oralmente tramandato di generazione in generazione, del viaggio travagliato dall'Albania all'Italia, contenente notizie veritiere e drammatiche.
Agostino Tocci, nel suo memoriale, prospetta, in maniera epica, una serie di avvenimenti risalenti il periodo in cui Giovanni, figlio di Giorgio Castriota Skanderbeg, ormai stabilitosi nei suoi feudi pugliesi con la madre Donica, vocato dai suoi compatrioti albanesi, nel 1481 tentò, con ardua impresa, la riconquista di quei territori d'Albania ormai soggiogati dall'orda turca. Giovanni si battè valorosamente e più volte vinse, ma sicuramente facevano difetto in lui, come scrisse Alessandro Cutolo, se non il valore, l'accortezza nel guerreggiare di suo padre e quel grande fascino che mai altro principe aveva avuto prima di Giorgio Castriota e nessun capo poteva più possedere.
Stremato da forza avversaria, numericamente più grande e logisticamente più organizzata, Giovanni radunò a sè i suoi ufficiali con l'intento di far evacuare dall'Albania la maggior parte di popolazione facendo loro raggiungere le più sicure coste italiane.







Dal Manoscritto di Agostino Tocci:



"Don Giovanni, figlio di Skanderbeg,fece levata di tutte le donne, i fanciulli, i vecchi inabili alle armi unendo navi e barche di negozio, dalle città albanesi di Vallona di Particci, Musachese, Durazzo, Bojana Dulcigno e Antivari, via facendo verso il porto di questa, ove erano unite le navi, col convoglio di quattro galere veneziane, con tutta la sua gente fatti d'armi. La causa di tanti mali è stata la discordia avvenuta fra Chimara che è parte dell'Albania e Scodra: divise essendo queste province da un gran fiume detto Bojana ricco di pesci e di anguille, di cui si fa traffico.
Vedendo che l'inondazione dei Turchi sotto la condotta del Granvisir Joussuf Bassa soggiogava tutta l'Albania, e doveva investire la porzione al di là dal fiume, i Chimarioti dubitando delle loro case là vicine, uniti in parlamento e divisi dagli Scodriotti, scrissero al sudetto Joussuf Bassa che si ritiravano quieti e lasciavano le armi se non desse molestia alla Chimara; e fu accordato e questi si ritirarono ne' paesi loro.
Restò l'altra parte che era della provincia di Scodra che non lasciò l'arme, ma per non star soggetta a' Turchi, deliberò la partenza, con aver questi mantenuto con l'armi la loro parola.
Le donne e i putti mandati furono da essi ad unirsi con altri uomini, che seguirono D. Giovanni ed altri principi Albanesi. I Cavalieri Albanesi che comandavano alla soldatesca si chiamavano Cola Mark Shini, Elia Mallisi, e Marco de Mathia i due Itri erano primarj di Scodra. Nella milizia erano molte donne vestite militarmente e che accompagnavano con l'armi in mano i loro mariti, e poi unitamente co' detti militi s'imbarcarono.
I Turchi condotti da Joussuf Bassa giunsero fino ad Antivari dove si erano raccolti gli Albanesi con D. Giovanni Castriota e l'assediarono, impedendo agli Albanesi di uscire per raggiungere, nella Dalmazia, il porto di Pastrovich, dove erano già pronte per la partenza le navi veneziane assoldate.
Gli assediati, dato fuoco al castello, uscirono alla disperata contro i Turchi, prendendoli di sorpresa e menando strage nel loro campo, riuscirono a fuggire nei principi di primavera (si riferisce sicuramente a qualche anno dopo il 1481) e dopo aver guadato un fiume non senza perdita di molti Albanesi, pervennero finalmente a Pastrovich, dove s'imbarcarono per l'Italia. Sulle navi salirono prima le donne, i vecchi, i bambini e poi D. Giovanni con gli altri soldati.
E facendo il computo degli imbarcati e delle barche, si trovò molta gente mancante e morta per strada d'infermità e di mancanza di viveri per la repentina partenza, e molte barche dalla tempesta di mare disperse, delle quali non si ebbero più notizie. E piangendo il loro misero stato e consigliatosi D. Giovanni con i capi de' suoi, si diressero verso Palermo, dove allora si trovava re Ferrante, al quale rappresentando il loro misero stato chiesero ajuto e che concedesse sbarcare tutta la gente.
Ma il re conoscendo chi erano non volle riceverli nel regno se no avria mandato a fondo le navi; e così comandò a tutte le sue terre e comando gente che impedisse lo sbarco per tutto il suo regno. Furono ricacciati onde sbarcare a Salerno lo fecero dentro Napoli, ed il popolo Napolitano li acclamava amici e difensori della fede, e li mise in Castel Nuovo rassettandoli in pochissimi giorni. D. Giovanni lasciò in Napoli la maggior parte di Albanesi sotto le cure di Cola Mark Shini e giunse a Roma con pochi soldati ed altri capi e ai piè del Papa con pianto prorruppe.
Egli essere uno sventurato che per la Fede combattè dodici anni, e che prima di l'avo padre Skanderbeg e i fratelli di questo avvelenati dal Turco avevano speso la vita e la fortuna per difendere la Chiesa e che ora egli caduto e perseguitato da essi nemici de' cristiani, disfatto dal mare, profugo in terra altrui e senza trovare compassione, anzi non ricevuto da re Ferrante ne' suoi stati veniva ad implorare soccorso".
Il Santo padre gli rispose:
"Che tornasse a Napoli fra i suoi e governasse il suo popolo con amore e carità; che era suo pensiero conciliare ogni cosa. Così fece che scrisse a re Ferrante al re di Spagna, al re di Francia e all'Imperatore che accomodassero D. Giovanni come sovrano e dessero soccorso alla sua gente. A Napoli, in Castel Nuovo gli Albanesi dimorarono per quarant'anni.
Ma per disavventura, sorti dissapori fra il re e i suoi, gli Albanesi popoli tutti senza mutare stato, furono d'accordo però dispartiti con le loro famigli in tutto il regno di Napoli e la Sicilia.
Dopo di ciò il re di Spagna mandò soccorsi a re Ferrante e si fecero a perseguitare D. Giovanni e tutti gli Albanesi per scacciarli dal regno; ed essi fattisi forti a non volere uscire, ridotti in Avelline chiamarono i suoi più vicini e fecero de' fatti d'arme ad Avelline e ad Ariano.
Poi ritiratisi a Trebisaccia a riunir le altre gente delle Calabrie, vi si fermarono alquanto giorni. Ma essendo giunto alle spalle re Ferrante verso Corigliano, trovatosi in mezzo due eserciti, D. Giovanni dimandò trombetta di pace, domandando che la pace fosse decisa dal Papa e dalli altri re cristiani, e che ei si starebbe alla sentenza di quelli.
E fu accordata la tregua dove si decise che D. Giovanni prendesse San Pietro Galatina e li altri Albanesi sua grazie privilegi di Franchigie e distribuzione di denaro per sussidio siccome quelli della Dogana di Ferro: dover però gli Albanesi andare distribuiti pel regno tutto di Napoli e di Sicilia ed esservi incorporati ne fare città essi senza il consenso del re di Spagna."
Il manoscritto è una sintesi, in realtà, di una raccolta di annedoti che in tutte le comunità Albanesi i nostri vecchi, ancora, con acceso fervore epicamente raccontano.
Sulla autenticità del documento alcuni storici si sono espressi con riserbo, ma io ho pensato di riproporlo ugualmente con il beneficio del dubbio.
Fonte: Manoscritto di Agostino Tocci

venerdì 12 aprile 2013

Giosafat Frascino ( Dhen Fatuçi)

DHËN FATUÇI
(Giosafat Frascino)

www.ungra.it



Nasce in Acquaformosa il 30 ottobre 1907.

Frequenta per pochi anni le scuole elementari, e in seguito, da privatista, nel 1924, consegue l'ex licenza complementare.

Comincia a comporre poesie in "arbëresh" dopo aver conosciuto Papas Vincenzo Selvaggi, che gli diede l' alfabeto albanese e alcuni libri di poesie di De Rada e Variboba

Le sue poesie sono state pubblicate da diversi giornali e riviste: I Trovieri, antologia dei poeti dialettali e alloglotti - L'Albanie libre - Shejzat - Katundi ynë - Risveglio/Zgjimi - Bashkimi - Zëri i Arëbreshvet - Koha e Jonë - Rilindja Arëbreshë - Zjarri - La Voce degli Italo-albanesi - Parallelo 38 - Bollettino Parrocchiale di San Costantino -

Cessa di vivere in Acquaformosa il 24 luglio 1985.


Da "ZGJIMI"

Giosafat Frascino è nato ad Acquaformosa (Uj e bukur), nella provincia di Cosenza, il 30 ottobre 1907. Ispirato e delicato poeta arbëresh, canta, prevalentemente nella schietta parlata del suo paese natio, le vicende eroiche della gente albanese, il culto delle avite tradizioni e della Patria; i suoi versi semplici e spontanei e per questo veri esprimono, altresì, amore verso il creatore e le umane creature, comprensione verso chi soffre, verso gli uccelli, verso coloro che piangono e sperano.

E’ un poeta, il Frascino, che merita la nostra riconoscenza e quella di tutti gli Italo-Albanesi: e mentre gli siamo grati, per averci inviato alcune sue mirabili composizioni poetiche, lo incoraggiamo a continuare in questa nobile e preziosa attività: e siamo certi che – dalla sua cara Acquaformosa, ricca di meravigliose visioni panoramiche e di incantevoli bellezze naturali – Giosafat Frascino continuerà a comporre poesie nella cara lingua materna, offrendo in tal modo un prezioso contributo al mondo culturale albanese ed agli studi albanologici. (a.g.)


Da "KOHA E JONË"

Z. Giosafat Frascino àsht nji poet arbresh i mirënjoftun në qarqet kulturore tona. Punimet e tija janë botue ndër revista, të përkohëshme dhe fletore si: “Shëjzat”, “Sqiptari i Lire”, “Zgjimi” “Katundi Ynë”, dhe tash me deshirën e pëlqimin e tij, ne “Koha e Jonë”. Z.Frascino na ka dërgue nji tubë vjershash të cilat, me rasë, do t’i botojmë.

Fallenderojmë mikun për përkrahjen në lamin kulturor dhe, me nji “mirë së ardhet” e përshëndeim përzemersisht bashkpunetorin t’onë. Z. Frascino

Il Sig. Giosafat Frascino è un poeta italo-albanese molto conosciuto nei nostri circoli culturali. I suoi lavori sono pubblicati in riviste, in giornali come: “Shëjzat”, “Sqiptari i Lire”, “Zgjimi” “Katundi Ynë”, e ora per suo desiderio e compiacimento, in Koha e Jonë”. Il Sig. Frascino ci avrà mandato una moltitudine di poesie le quali, con l’occasione, intendiamo pubblicare.

Ringraziamo l’amico per il sostegno nel campo culturale, con un “benvenuto” e porgiamo i migliori auguri al nostro collaboratore Z. Fascino.


FIRMOZA
Martri udhët jan çë gur kan
se mbi një brinjë të madhe
e me një shëpell
shum lart ka Detj Jon
e anamesa prënjëvet e kronjëvet
Arbëreshi katundin stisi
çë edhe sot ëmrin Fimoz ka
e çë mbjatu i zbuluar,
i ngar ka dielli se si del,
gjithve një dashuri të madhe i lë
pse ktu e madhe natura shifet
e, pir vendin e zgjedhur,
edhe me shpirtin shum mir rrifet.
ACQUAFORMOSA
Testimoni sono le strade pietrose
che su di una grande erta
e con una spelonca
molto alta sul Mare Ionio
e tra burroni e fonti d'acqua
l'Albanese edificò il suo paese
che ancora oggi porta il nome di Acquaformosa
e che subito scoperto,
toccato dal sole come sorge,
in tutti lascia un grande amore
perché da qui immensa appare la natura
e, per il luogo scelto,
anche lo spirito si diletta.
PËR NJË GRUA Ç'U VESH LITIRE
Grua e re,
njherë si të pe?
Këshetë i kishe të pjeksur
e dukshe nerënxë e piekur.
Këshetë i kishe narrele
e dukshe piot me xigarele.
Këshetë i kishe vollostar
e më dukshe malli par.
Nani çë je me lesht e prer
mose thom: e të ver e të ver.
PER UNA DONNA CHE NON VESTE PIÚ ALBANESE
Giovane donna
una volta come ti ho vista?
I capelli avevi intrecciati
e sembravi un'arancia matura.
I capelli avevi a gomitoli
e sembravi piena di nastri.
I capelli avevi a tralci
e mi sembravi il primo amore.
Adesso che sei con i capelli corti,
non farmi parlare: lasciamoci stare, lasciamoci stare.
UNE DHE TI
Unë
do të doja për të qenë ti
vetëm ndëse yll mendim
është lartë
dhe thillmë.
Ndëse është kështu
dhe do të mbjidhia.
Dhaj më e bukura lule.
Ndëse është e mjegulluar,
dhaj hithi,
nga unë
është e llarguar.
IO E TE
Io
vorrei essere te
solo se il tuo pensiero
è alto
e chiaro.
Se è così
lo coglierei
come il più bel fiore.
Se è annebbiato,
come l'ortica,
da me
è allontanato.
TË QARËT DHE GAZE
Të qaret
u le mënjhere se gazi.
Prandaj
njerëzimi
ka më të qarë
se gaze.
IL PIANTO E LE GIOIE
Il pianto
nacque prima della gioia.
Perciò
l'umanità
ha più pianti
che gioie.
STINAT
Paravera
me tallazë shkoj,
dhe kështu
me të qarë vera qendroj.
Tërë
gaze nuk dhan
vjeshtës
që sot
si ato
qan.
Dimëri
neg mund nderroij ngiyre.
Kështu është njerëzimi sotmie
që nuk njeh gaz
por
vetëm lotë.
LE STAGIONI
La primavera
trascorse con tempeste
e così
con pianto rimase l'estate.
Affatto
sorriso non diedero
all'autunno
che oggi
come esse
piange.
L'inverno
non poteva cambiare colore.
Così è l'umanità di oggi
che non conosce sorriso
ma
solo lacrime.
DE RADA
Gjëndej i të hillur kjielli,
e kishë hitur i tërë dielli
një mbrëma çë e diall’ishë,
e lersia të kjieshura kishë,
kur u me ca shok u gjënda,
ket një kopsht çë na mbanij mbrënda.
Këtu shum rrushë kishin udhritë,
çë veshe të piekur jipjin një ditë,
gjuft na u kishin mbulartur
e zëmrin, më lan të ngultartu.
Pir gjithë të errurat foltim,
njera si atiè, na ndënjtim.
Duca shëkrimtar-ra u kultuan,
e ndrishe të mir u harruan.
Jo ka koca ime, çë hijin,
e ture kjieshur, dilin,
këtà fialin kishin ngrëjtur;
njeriu llibru u kishë gjëndur,
ka atà çë piposhë e kishin vën
e shum helme i kishin lën.
Kur ndë ajrit një flamur pè
Më u duk, si të part: ea me né.
De Rada u gjënd shumë i ri
e si sot kultofet, e di.
E di Shëpirti tij i gjall.
se ë i dashur mir, si një mall.
Ai, mbrëla të barda veshnij
E mo se gjithë të jert qeshnij
Pse gjuha çë kishë martuar
Sot nëng ësht e harruar
Pse ndir skollt ësht e mësuar.
Pana vrojti edhe çerin,
iku e më mbuliti derin
ture thon: “arbreshra jan,
çë me rracin e tirve e kan
mos i mirni fare veshë
ndose kan turp të jen arbreshë”.
Mbiatu qielli më u trubullua,
e me koc thashë: “ Deradh’u të dua
të dua, pse seshe rrushi lè
e si sot na mbjidhen, i pè.
Mbjidhen mo shum ndë Shqiprit
ku ti kultonje nat e dit
pse, këto e deshë mir si sit,
si sit tënd çë dojin drit”.
DE RADA
Adorno di stelle era il cielo
Ed era tramontato il sole
Una sera di domenica
che ridente era
Allorché io con amici mi ritrovai
dentro un giardino
dove gonfie di uva erano le viti
che grappoli maturi un giorno avrebbero dato
con le lingue confuse
ed il cuore ingolfato
Di tante cose parlammo
Fino a quando li ci fermammo.
Di alcuni scrittori parlammo
E di molti altri ci dimenticammo
Non io però, poiché nella mia mente entravano
E ridendo se ne andavano
Loro che con la poesia la lingua avevano innalzato
E l’uomo avevano liberato
Da chi che lo aveva sottomesso
E molti dispiaceri avevano causato
Quando in aria una bandiera vidi
Mi sembrò che dicesse: vieni con noi.
De Rada vidi molto giovane
E come oggi si ricorda lo so
Lo sa il suo spirito vivo
Che è ben voluto come un amore.
Abiti bianchi indossava
E più degli altri sorrideva
Perché la lingua da lui sposata
Oggi ancora non è dimenticata
Perché a scuola è insegnata
Poi accigliò il viso
Uscì e mi chiuse la porta
Dicendo : arbëreshë ce l’hanno con la propria razza
Non ascoltate loro se hanno vergogna di essere arbëreshë.
Subito il cielo si annuvolò
E col pensiero dissi: De Rada io ti desidero,
ti desidero perché grappoli di uva ci hai lasciato
che ancora oggi ci raccolgono, hai visto
si raccolgono di più in Albania
dove ti ricordano notte e giorno
perché l’hai amata come i tuoi occhi
come i tuoi occhi che desideravano luce.