domenica 20 maggio 2012

Nominato dal Papa il nuovo Eparca degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale

Il 12 maggio scorso è stato nominato Eparca (vescovo) della Diocesi Bizantina Greco Bizantina degli Albanesi dell'Italia Continentale, l'Archimandrita Donato Oliverio, arbëreshe di Lungro. La Diocesi, con sede a Lungro, in provincia di Cosenza, è stata eretta con Bolla di Papa Benedetto XV il 13 febbraio del 1919.
Il motivo della sua erezione fu dovuta principalmente dalla forte esigenza delle popolazioni Italo Albanesi della Calabria di continuare a professare la avita fede dei padri. Essa è stata la prima diocesi greco bizantina riconosciuta ed elevata a tale dalla Santa Sede. In precedenza gli Italo Albanesi di rito Bizantino erano soggetti all'ordinario latino del posto, che non poco abusarono con perangherie su queste popolazioni. La Chiesa di Roma cominciò a riconoscere le giuste prerogative delle sopraggiunte popolazioni già dal 1732, che con la bolla "Suprema dispositione"di Clemente XII, nominado un vescovo "in partibus infidelium", cioè senza diocesi, preposto alle ordinazioni sacerdotali dei greco albanesi. L'Eparca, oltre ad ordinare  i nuovi sacerdoti arbereshe, svolgeva compiti di Vescovo Presidente del primo seminario greco bizantino in Calabria, che prima venne istituito a San Benedetto Ullano, su interessamento della famiglia Rodotà e in seguito trasferito, per volere del vescovo Bugliari, a San Demetrio Corone, dove nel corso degli anni, perdendo le caratteristiche originali, venne laicizzato.
L'Eparchia (Diocesi), su una popolazione di 33 mila italo albanesi, conta 32.900 battezzati, corrispondeti al 99,7%  del totale e  attualmente conta 29 parrocchie di cui 25 in Calabria, 2 in Basilicata, una a Lecce e la più lontana nel villaggio di origine albanese di Villa Badessa in provincia di Pescara. L'Archimandrita Donato Oliverio è il quarto vescovo dell'Eparchia di Lungro.

(Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)



sabato 28 aprile 2012

Firmo 30 Aprile 2012. Convegno dibattito, La Vallja

La Vallja, patrimonio culturale dell'Arberia calabrese

Firmo 30 aprile 2012 c/o Protonvento dei Domenicani alle ore 18.30

Introduce e modera: Paolo Cuzzolino (Dip. Arte Musica e Spettacolo UNICAL)

Saluti del Vice Sindaco del Comune di Firmo Pietro Roseti e di



INTERVENGONO:

Alessandro Rennis- Filologo e musicologo

Papàs Pietro Lanza- Rettore Seminario Italo Greco Albanese dell'Eparchia di Lungro

Emanuela Capparelli- Presidente fondazione minoranze linguistiche per l'Arberia Italiana

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro- Redattore del Nuovo Monitore Napoletano

Kikina Martino- Sportello linguistico Comune di Firmo

Saverina Bavasso- Sportello linguistico Comune di Lungro

Pietro Napoletano- Scrittore, giornalista pubblicista.

domenica 15 aprile 2012

Le leggi eversive della feudalità

Convento dei Domenicani a Firmo (CS)
Di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro



Le province meridionali del regno di Napoli furono l'ultima roccaforte del sistema feudale nell'Europa Occidentale.
All'avvento della  Repubblica Napoletana, nonostante i tentativi operati in precedenza dal riformismo carolino, la situazione nelle province dell'Italia meridionale rimase immutata rispetto a quella del XVII secolo.
A sostegno dell'azione eversiva della feudalità, la Repubblica, in 26 articoli aveva proposto la "Dichiarazione dei diritti e doveri dell'uomo, del cittadino e dei suoi rappresentanti e un "Progetto di Costituzione" composto da 421 articoli raggruppati in 15 Titoli. Per la sua breve durata, il Governo Provvisorio non potè proclamare la Costituzione, nè potè procedere all'abolizione della feudalità. La reazione borbonica annullò tutte le leggi emanate dalla Repubblica Napoletana, salvo quella riguardante la soppressione dei fedecommessi. I baroni laici ed ecclesiastici rientrarono in possesso dei loro feudi, continuando ad esercitare indisturbati perangherie ed incredibili abusi. Ma tanta crudele ed ostinata reazione non produsse variazioni di intensità e di estinzione delle idee dell'Illuminismo, fondamenta del pensiero liberale, forza motrice del processo per l'abolizione della feudalità. Degli abusi e delle indescrivibili angherie dei baroni, ecclesiastici e laici, chiare sono le testimonianze che ci vengono riportate da Davide Winspeare nella sua opera, " Storia degli abusi feudali": "..in alcuni feudi i vassalli erano soggetti a capricciose tasse, e talvolta obbligati a lavorare per un determinato numero di giorni gratuitamente pel Barone; in altri luoghi diverse servitù personali erano state cangiate in prestazioni pecuniarie. I Baroni poi avevano generalmente il diritto di percepire sui terreni dei loro feudi una porzione del prodotto, che talvolta era della decima parte, ed alcune volte si estendeva sino alla quinta. Essi godevano inoltre il diritto del pascolo, nè il contadino poteva seminare il terreno che un determinato giro di due, di tre e talvolta anche di sei anni. Le acque dei torrenti appartenevano esclusivamente ai Baroni, ed essi solamente potevano avere molini, come pure forni ed alberghi. Di più in molti luoghi avevano imposto pedaggi pel transito che si faceva alle barriere de' feudi. Eranvi quasi da per tutto latifondi che denominanvansi demanj, ed in questi aveano diritti misti di pascere, si seminare, di legnare tanto i Baroni che gli abitanti de' feudi. La giustizia criminale, e in parte quella civile era esercitata in nome de' Baroni, ed erano appunto Baronali la maggior parte delle terre e delle città del regno. Questo sistema feudale rendeva i Baroni comunemente ricchi e spesso prepotenti, senza invidia dell'autorità regia". Altro esempio di tali esacerbate angherie, questa volta perpetrate dal baronato ecclesiastico, ci viene riproposto dal rapporto fra i PP. Domenicani e la popolazione albanese di Firmo ( CS) in un documento del 1775: "......la popolazione suddetta è obbligata oltre li carlini tre a fuoco ( famiglia), a pagare a detto Venerabile Convento altri due carlini a fuoco, una gallina, due uova ed una giornata di fatica".
Con la riconquista francese del regno di Napoli, Giuseppe Bonaparte con la legge n.130 del 2 agosto 1806 aboliva la feudalità. Da tale legge riporto gli articoli più significativi:
art.1: La feudalità con tutte le sue attribuzioni viene abolita;
art.2: Tutte le città, terre e castelli, non esclusi quelli annessi alla Corona, abolita qualunque differenza, saranno governati secondo la legge comune del Regno;
art.5: I fondi e rendite , finora feudali, saranno, senza alcuna distinzione, soggetti a tutti i tributi;
art.6: Restano abolite, senza alcuna indennizzazione, tutte le angarie, le preangarie, ed ogni altra opera o prestazione personale, sotto qualunque nome venisse appellata, che i possessori dei feudi per qualsivoglia titolo soleano riscuotere dalle popolazioni e dai particolari cittadini;
art.7: Tutti i diritti proibitivi restano egualmente aboliti senza indennità...
art.8: I fiumi, abolito qualunque diritto feudale, restano di proprietà pubblica...
art.15: I demani che appartenevano agli aboliti feudi, restano agli attuali possessori. Le popolazioni conserveranno ugualmente gli usi civici, e tutti i diritti, che attualmente posseggono su dei medesimi, fino a quando di detti demani non ne sarà con altra nostra legge determinata e regolata la divisione proporzionata al demanio e diritto rispettivi. Intanto espressamente rimane proibita qualunque novità di fatto;
Davide Winspeare
 art.19: I suffeudi restano parimenti aboliti...ma qualunque prestazione suffeudale, che soleano pagarsi ai possessori dei feudi principali, saranno conservate col carattere di censi riservativi, soggetti però ad essere ricomprati in danaro per lo giusto prezzo da valutarsi.Con la legge del 23 ottobre del 1809 si giunse infine alla istituzione dei Commissari incaricati della liquidazione degli usi civici e con legge 588-589 del 10 marzo del 1810 si davano disposizioni ai Commissari ripartori circa la divisione dei demani comunali. Fra i più importanti membri della Commissione feudale vanno ricordati il napoletano Davide Winspeare e l'italo albanese Angelo Masci.
Gli usi civici delle popolazioni sui territori vennero distinti in tre categorie e adottate in base ai criteri delle commissioni feudali: usi civici essenziali (diritto di pescare, acquare, legnare, pernottare, erbare ecc..); usi civici utili (raccolta di ghiande, di giunchi, di legna secca ecc.); usi civici dominicali erano infine quelli che davano la possibilità alle popolazioni di usufruire dei frutti e al dominio del fondo.
I terreni appartenenti ai Comuni ( ex Università), sia nella qualità di demani originali propri ( demani universali), sia assegnati come demani feudali, venivano distinti secondo l'uso cui potevano essere destinati. Si prevedeva, infatti, per i terreni suscettibili di essere coltivati, la quotizzazione e relativa assegnazione alle famiglie contadine prive di ogni bene rustico e che davano garanzie di poterli coltivare. Tale assegnazione si doveva legalizzare attraverso un contratto di enfiteusi, prevedendone il riscatto da parte dell'assegnatario, allorquando si fossero apportati i miglioramenti previsti nell'atto di concessione.
Tutto ciò, però, non trovò piena e pronta attuazione e fu solo dopo la unificazione dell'Italia che i governanti, nella speranza di accattivarsi la simpatia delle popolazioni meridionali così gravemente raggirate, cominciarono a promuovere la individuazione dei demani e qualche lieve quotizzazione in altri luoghi dove lo strapotere baronale ancora resisteva.

Bibliografia essenziale:


Annali d'Italia dal 1750 compilati da A.Coppi; Tomo IV dal 1803 al 1810. Roma 1829 Presso libreria Moderna via del Corso n.348;
Le idee dell'Illuminismo nel pensiero degli Italo Albanesi alla fine de XVIII secolo. Vittorio Elmo, Marco Editore 1992;
Davide Winspeare, Storia degli abusi feudali, Tip. Trani Napoli 1811.





mercoledì 11 aprile 2012

Il riformismo borbonico

Ferdinando IV e famiglia
  ( di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)

Durante il regno di Carlo III ( 1734-1759) e di suo figlio Ferdinando IV (1759-1806), anche la monarchia borbonica, emulando quelle europee ed italiane, intraprese a conformarsi alle nuove trasformazioni, inserendosi nella evoluta cerchia dei monarcati assoluti illuminati. Padre e figlio, avvalendosi delle straordinarie capacità del Primo Ministro Bernardo Tanucci e Ministro delle Finanze Giuseppe Zurlo, quest'ultimo operò in seguito anche con i napoleonidi, cominciarono le opere di modernizzazione sociali ed economiche nel regno di Napoli. Carlo III, figlio del re di Spagna Filippo V e dell'italiana Elisabetta Farnese, nel 1734, durante la guerra di secessione polacca, essendo la Francia e la Spagna in conflito con l'Austria, spinto dalla madre, da Parma mosse, ancora diciottenne, alla testa di un numeroso esercito, numerato maggiormente da truppe spagnole, alla conquista dell'Italia Meridionale, costituente, in quel periodo, un vicereame sottoposto al dominio degli Asburgo. Con l'entrata in Napoli di questo giovane ed intraprendente principe, nipote del Re Sole, iniziò una nuova fase storica, politica e sociale per l'Italia meridionale ed insulare ( la Sicilia ), infatti nasceva la dinastia dei Borbone di Napoli, sotto i quali, dopo secoli di dominazioni straniere, veniva a consolidarsi un regno unitario ed autonomo, anche se agli inizi ci fu la ingerenza spagnola, con un personale coinvolgimento di governo del monarca. Formatosi, Carlo, alla colta corte di Francia e in quella cattolicissima spagnola, ben presto venne apprezzato dalle altre monarchie europee per saggezza e cultura riformista. Conscio delle condizioni di arretratezza del suo nuovo regno, rispetto agli altri stati del veccchio continente, circondandosi di valenti illuministi napoletani, quali il Filangieri, il Genovesi ed altri e avvalendosi , come prima notato, del superbo stile di destreggiamento nei rapporti sociali e politici nonchè dell'acuta visione riformatrice del suo Primo Ministro Bernardo Tanucci, si elevò a capo dei principi, dando lustro e rinomanza al suo nuovo regno. Soleva egli sostenere, da quanto scritto dal fiornalista Aldo Canale, che il suo "opus rei" si basava sulla felicità del popolo: "Le ricchezze dei re sono fatte dai poveri, diamo lavoro e diamo da vivere". 
Ma tutto ciò veniva da lu espresso , forse, da come annotato da dallo storico Armando Oriolo, solo per giustificare le pazze spese affrontate per la costruzione delle reggie di Capodimonte, Portici e Caserta. In realtà, molte opere pubbliche vennero portate a termine, come acquedotti, strade, riomdernamenti di porti e nuove architetture. Tra i più significativi provvedimenti risultò essere quella della introduzione della lingua italiana come " uffficiale" del regno, in sostituzione di quella latina e spagnola, dando così un'impronta di stabile nazionalismo al nuovo monarcato. Ma per l'attuazione delle riforme era necessario attingere dal patrimonio finanziario pubblico, che per la precedente politica smodata dei vicerè, si rivelò inesistente.
La disponibilità del giovane re e il genio del suo primo minstro, tutto fecero per risistemare la caotica situazione ereditata dal passato, ma a frenare i loro disegni, si interposero due secolari endoparassiti: la Chiesa e il potere baronale laico. La Chiesa, da parte sua, vantava privilegi feudali sul regno di Napoli fin dal periodo normanno e Carlo d'Angiò nel 1625, accentuando lo stato di vassallagio istituì la "Chinea o Acchinea", un tributo di 7000 ducati da versare alla Chiesa di Roma come segno di omaggio e sottomissione. La Chiesa veniva così ad essere indenne da ogni tributo, con ampi poteri su tutto ciò gravitasse nella sua sfera.Il potere feudale laico, male endemico nelle aree meridionali, costituiva la barricata centrale, sia per lo sviluppo della società sia per la sovrantà personale del monarca, infatti, in Sicilia, il re era coadiuvato, in maniera rilevante, da un parlamento formato dai feudatari dell'isola. Nonostante tutti questi fattori concorsero al rallentamento del processo delle riforme, la ferrea volontà e la lucida visione nella propugnazione della ragion di stato del Tanucci, portarono, anche se parzialmente, accorti rimedi alla manovra innovativa.
Indispensabile ed urgente si prospettò l'esigenza di un riordino fiscale basato su solide perequazioni esattoriali ed in cosiderazione di questa, venne istituito il catasto onciario o carolino ( dal  nome del monarca, Carlo III ). La sua istituzione, tutt'oggi, viene cosiderata come un'opera di ingegneria finanziaria, infatti la maggior parte dei moderni catasti sono improntati, in linea di massima, su quello carolino. Esso venne denominato "onciario", in quanto, i patrimoni fondiari venivano valutati in once, unità di misura utilizzata in quasi tutta Europa, prima dell'adozione del sistema metrico decimale;  l'oncia, inoltre,  nel periodo della Roma repubblicana, era una moneta di bronzo equivalente la dodicesima parte dell'asse e, probabilmente, anche per questo motivo, Carlo III la fece coniare nel 1749. Il 17 marzo del 1741, con la Prammatica Reale " De Catastis", affidata,per l'approvazione nel regno, alla Regia Camera della Sommaria, inizio per il mezzogiorno d'italia una nuova era. Non vi erano più gli agenti feudali, laici ed ecclesiastici,  ad esigere i tributi, ma agenti fiscali incaricati dal re; ad acquisire e produrre gli atti preliminari, questa fu eccellente cosa, furono incaricat i Sindaci delle Università ( attuali comuni) e i capo eletti del posto. Il catasto era prettamente descrittivo, non essendoci stato tempo disponibile per consolidarne le forme, era privo di mappature dei luoghi, ma come trampolino di lancio per la perequazione fiscale, si rivelò abbastanza efficace.
Tutto questo, sicuramente, non è stato gradito dai feudatari laici e dagli ecclesiastici, in quanto molti privilegi, da loro acquisiti in passato decaddero e fu proprio in questo periodo che i loro ribaldi soprusi fuoriscirono dagli argini del vivere civile. Lo stato fu laicizzato, le tasse da pagare alla Curia Romana furono diminuite e le secolari prerogative feudali della nobiltà e del clero decisamente ridimensionate. Con il concordato del 1741 raggiunto con la Santa Sede, la giuridizione dei vescovi venne limitata e quest'ultimi, non più come in passato, venivano sì, nel regno, ordinati dalla Curia Romana, ma la loro nomina ufficiale era divenuta prerogativa del re che avvaleva di una commissione speciale da lui presieduta: il Sacro Regio Consiglio). Quando, nel 1759, Carlo III venne incoronato sovrano di Spagna, salì al suo posto al trono del regno di Napoli il suo terzogenito Ferdinando. Avendo egli appena nove anni, suo amministratore fu nominato il Tanucci e anche quando il piccolo re raggiunse la maggiore età, lascio il governo nelle mani dell'abile statista senese, che aveva l'onere, però,  di rendere conto del suo operato alla corona spagnola. Bernardo Tanucci era un tenace sostenitore della "ragion di stato", riformista determinato, ingegno politico; uno statista di razza che intuì che solo attraverso le innovazioni nella politica sociale, era possibile  porre il regno napoletano su un podio dove  gareggiare, in seguito, con le maggiori potenze del vecchio continente. Fu proprio durante il periodo della reggenza tanucciana che il rifomismo borbone raggiunse maggiore attuazione, infatti in quel periodo, 1767, su sollecitazione del sovrano di Spagna fece espellere i gesuiti dal regno. I vuoti lasciati dai Gesuiti, in tutto il regno, furono prontamente occupati da uomini di cultura, laici e religiosi, che si ispiravano, anche se in maniera moderata, a Voltaire,Diderot e D'Alembert.
Con l'espulsione dei Gesuiti e la conseguente confisca del loro considerevole patrimonio ( 42.000 ettari di terreno agricolo in Sicilia e 18.500 nel continente, innumerevoli chiese e scuole, biblioteche ecc..) il Tanucci, su consiglio di Antonio Genovesi, professore di economia all'Università di Napoli, con saggia decisione, preferì non incamerare al regio demanio i fondi agricoli confiscati, ma di parcellizzarli e concederli in uso alle classi meno abbienti, ponendo così le basi per la creazione di una classe operaia contadina fino allora emarginata ed oscurata dal prepotente regime feudale. Altra grande riforma, per luogo-tempo, attuata per effetto della espulsione gesuitica, fu la istituzione della scuola pubblica, sostituente quella privata, quest'ultima retta prevalentemente dalla casta religiosa. L'innovazione non ebbe molta fortuna, in quanto i costi di mantenimento si erano rivelati consistenti e quindi il più delle volte, l'accesso all'istruzione, per i figli delle popolazioni meno agiate, veniva precluso.
Con l'entrata in scena di Maria Carolina, tratta in moglie da Ferdinando IV, la politica del regno di Napoli mutò direzione politica. La nuova regina, all'inizio della sua attività di governo, si interessò analiticamente delle riforme in atto, avendo premure, particolarmente di realizzare opere pubbliche e militari; tutto ciò che mirassee alla elevazione del popolo, veniva da lei considerato inutile e dispendioso. Cercando di allontanarsi dalla sfera politica spagnola, ben presto si trovò in attrito con il Tanucci, il quale nel 1776, per volere di lei, fu sollevato dall'incarico di Primo Ministro e sostituito dal siciliano Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca, uomo, più cortigiano che politico e con vedute meno ampie del validissimo toscano. Con l'ingerenza della politca asburgica nel regno di Napoli vennero a cessare quegli intenti atti alle riforme. Il processo di riformismo intrapreso dal Tanucci non si interruppe del tutto, dopo la sua estromissione, anche negli ultimi anni del secolo decimo nono, non mancò la volontà di " cambiare in meglio": esemplare fu la battaglia che Domenico Caracciolo, vicerè di Sicilia, mosse contro lo strapotere baronale e gli abusi signorili. L'età dello splendore finì con la politica filo asburgica.

martedì 14 febbraio 2012

Villa Spinola, il telegramma celato a Garibaldi

 

Non sempre la cronaca, al tempo dell'Unità d'Italia e negli anni successivi , riflettè su diari ,  testimonianze genuine e non subdole, alla quale, accorpandosi  anche la distratta storiografia, essa,  poco si prodigò per il raggiungimento del vero. Ombre aleatorie ricoprono , tutt'ora,  il cielo,  sotto il quale,  la spaziosità della Storia ricerca respiro. E'd'uopo che un vento ben augurante spiri e faccia  scostare sopra questa nobile vastità,  dubbi d'ogni sorta. Eventi precipitosi, come quello della spedizione dei Mille, ben poco predisposti ad una raccolta associata della Storia  e non  enunciati dall'erudizione libresca, nella loro incurata dispensa, possono glorificare o demonizzare.  Allogando la poetica  aristotelica, mi appropinquo alla cronaca. Il 3 maggio del 1860 avvenne un fatto che avrebbe potuto rinviare, se non addiritura vanificare, le sorti del processo di unificazione dell'Italia. A Quarto e precisamente a Villa Spinola, si era insediato il quartier generale di Garibaldi,  dove si consumò un episodio poco conosciuto dagli estimatori di storia risorgimentale. E' noto che Garibaldi,  il quale aveva promesso di guidare la spedizione in Sicilia, solo a patto che gli insorti vi si tenessero in armi fino al suo arrivo, decise negli ultimi giorni, dopo aver appreso che l'insurrezione era stata domata, di non prendersi più cura e di salpare per Caprera. Ma le premure esternategli dagli Italo Albanesi, Crispi e Damis, mettendo in giro, abilmente,  notizie favorevoli, lo fecero ritornare sulla deliberazione precedentemente presa, ordinando che si facessero in fretta i preparativi della partenza. Ma proprio due giorni prima, il 3 maggio, si delineò una situazione che avrebbe potuto arrecare gravi ed irreversibili conseguenze all'impresa stessa.
L'emigrato calabro-albanese Angelo Scura, figlio di Pasquale, in seguito Ministro di Giustizia nel governo proditattoriale,  impiegato  nell'ufficio telegrafico di Genova, fece pervenire al patriota calabrese Luigi Miceli la copia di un telegramma ufficiale con il quale il Marchese D'Aste, comandante di una parte della squadra navale piemontese nelle acque di Palermo, annunziava al governo di Torino, che gli insorti di Sicilia - che Garibaldi considerava ancora in armi - erano stati completamente sconfitti e dispersi.
Questa notizia avrebbe, sicuramente potuto far ritardare o perfino far recedere Garibaldi dall'intento di capitanare la spedizione, e nell'uno e l'altro caso modificare i disegni già ben predefiniti. Miceli tacque e risolvette di non dire nulla, neppure a Garibaldi. Ma poi non volendo assumersi una tanto grave responsabilità, poco prima di salpare da Quarto, decise di informare gli albanesi, Crispi, Mauro e Damis, suoi, sempre, compagni di lotta. Confortato da loro al silenzio, si stabilì che il Damis avrebbe parlato del telegramma a Garibaldi, solo quando si sarebbe stati in alto mare. Difatti, lì per lì non se ne  fece alcun accenno. Damis che era sul Piemonte con Garibaldi, fece quanto si era stabilito, e allorchè si giunse a Talamone, Garibaldi chiamò Miceli, gli chiese altri particolari del telegramma, e avutili, secondo la testimonianza diretta del Damis, gli disse: "Solo l'anima dannata di un calabrese, amico degli albanesi, poteva fare questo: bravo Miceli!" Tenutosi poi consiglio fra i capi si decise di proseguire ad ogni costo, e poichè nel telegramma era specificato che solo a Marsala c'era ancora qualche banda di insorti, si scelse quella città come luogo di approdo.


Note di bibliografia essenziale:
Giuseppe Garibaldi, conferenza tenuta a Milano il 25 giugno del 1882 da Gaetano neri;
Pietro Camardella, I Calabresi della spedizione dei Mille, Ortona a Mare, Off. Grafiche, 1910;
Archivio familiare su corrispondenza con Pier Domenico Damis.

lunedì 13 febbraio 2012

Europeismo ed albanesità nelle lotte per l'indipendenza

Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro
Di sicuro un popolo, come quello albanese,  il cui patrimonio spirituale, ereditato da antichi padri e tramandato ad attenti ed intraprendenti posteri,  incentrato sulla libertà e che, fin anche dopo  le luttuose vicende che hanno determinato flussi di migrazione incontrollata, diligentemente ha custodito,  non potendo non esternare,  seppur in patrie accoglienti,   il forte, indomito ed avito sentimento. Se incertezze ed oscurità aleggiano sulle sue origini , la storia  è ricca, come quella di Sparta  e di Roma , dei suoi fatti guerreschi.  Era ancora in auge la Grecia quando l'Aquila Macedone spinse il suo volo - come scrive il mio conterraneo Frega - ricovrendo la terra delle sue ali. Questo popolo, con indicibile ardimento, sfidò l'orgoglio della potenza Romana, mentre i campi dell'Epiro fumavano sotto le rovine della amara sconfitta. Vinta, ma non doma,  solo l'Albania rimaneva libera tra i popoli vassalli della complessa organizzazione latina e quando le orde dei Turchi sbucarono dai brulli territori asiatici e la mezzaluna sventolò sulla cupola di santa Sofia in Costantinopoli minacciando la cristianità, la grande anima di Giorgio Castriota Skanderbeg tenne attonito il mondo. Ma non termina qui la storia bellicosa di questo popolo fiero ed indomito, ostante la tirannia e sdolcinato con il tiranno.  In terre ospitanti, come l'Italia e la Grecia, gli albanesi,  oltre a dover riprendersi un posto decoroso, nell'ordine sociale precostituito,  diedero, con estremo disinteresse, un forte contributo in tutti gli accadimenti sviluppatisi per il raggiungimento della libertà e della indipendenza dalle diverse statualità tiranniche.  In Italia, adusi ma non acquiescenti, alle sovverchierie  del feudalesimo laico ed ecclesiastico, si resero protagonisti  in  tutti i rivolgimenti atti a mutare l'ancestrale tessuto sociale , concretando,  con plaudenti iniziative e risultati,  antiche aspirazioni. Determinanti furono nel periodo illuministico dando la parte migliore di sè alla nascita della Repubblica Partenopea, antònima della Noblese oblige e delle Vergini del focolare e dove, il sofiota Pasquale Baffi ricoprì la carica di ministro.  Nella giacente e stagnante desolazione su cui si adagiavano le Calabrie, corrose  dalle fauci e dissanguate dal vampirismo della feudalità mista, gli albanesi emersero, con provata dignita, sulle popolazioni autoctone e con la istituzione del Collegio Italo Albanese diedero lustro e onore alla terra matrigna,  evidenziando che il processo di acculturazione è stato impersonato e guidato da una ristretta ma cosciente cerchia locale, dove i valori e i modelli culturali dominanti nelle comunità erano quelli nella quale la classe dirigente si riconosceva. La tradizione venne attualizata in nuove forme più moderne di civiltà e di costume, ma persistendo come identità etnica e come valore sublimato.  Quando il tiranno borbone ricusò la Costituzione, forzatamente concessa, la rivoluzione divampò nella Calabria Citra e ad accenderla furono gli Italo Albanesi. come Domenico e Raffaele  Mauro,  Domenico e Angelo Damis, Grancesco Crispi, i Pace, i Placco  e moltissimi altri, che in rappresentanza e con gli altri fratelli di sangue , sul finire del 1860 entrarono in Napoli,  decretando informalmente L'Unità d'Italia .In quel frangente, dopo la storica battaglia del Volturno , Garibaldi con pubblico encomio cosi si rivolse al Generale arbereshe:" Bravo Damis, i tuoi albanesi si sono battuti da leoni." ( G. Garibaldi in memorie autobigrafiche pag 191). Ma non solo  nelle marziali rivoluzioni  si distinsero e si sopraelevarono, ma anche nella filosofia, dove con Camillo Vaccaro, uno dei padri del positvismo italiano, e  con Vincenzo Stratigò poeta e soldato, espressero, con sublime dottrina , i principi fondamentali dell'unità e della civiltà dei popoli.
Quando gli artigli della potente Russia, dilaniatori i serbo greci, attraverso il suo disegno imperialistico panslavista  ostava  le mire di  indipendenza dell'Albania, forte si levò la voce degli indomiti Albanesi d'Italia, che attraverso Damis, Crispi, Schirò, De Rada e Lorecchio echeggiò al mondo che la terra delle Aquile  riacquistasse la gestione autonoma e la dignità dovutale. Ecco la genialità di questa nobile stirpe: ritrovare e riemmergersi nella propria storia e nelle proprie origini.
Nel primo quarto del secolo XIX,  l'ombra generosa di questò popolo, comparve maestosa e salvò la Grecia fra gli artigli dell'Aquila della Selleide. Il mondo ebbe la seconda volta lo spettacolo di un secondo Leonida e la bara dell'albanese Marco Boçari ebbe il pianto di tutti i generosi della terra.
Byron,  il principe dei poeti moderni, comparve su quelle sponde e la sua ode mandò un fremito guerriero che pare risvegliasse il vecchio genio degli Albanesi: " Feroci sono i figli dell'Albania. Chi è il nemico che li ha veduti fuggire? Chi ha sostenuto il loro sguardo di morte? Tamburgi! Tamburgi! e il loro grido di guerra, al cui rombo scendono come torrenti, volano come le Aquile, stridono come le folgori."
E se anche la crudele politica del Metternich che voleva vedere soffocata la rivoluzione greca, valutandola come perturbatrice del legittimismo, il Miaulli con navi greche tenne in rispetto la flotta turca, Teodoro Kolkotronis a capo dei fierissimi montanari Manioti e Boçari con i Sulioti di  Epiro e di Acarcania, resero sterile quegli infausti intendimenti. Ma il sangue ribolliva nelle vene degli albanesi d'Italia, che facendo loro la causa dei fratelli arvaniti, attraverso l'associazionismo massonico, fecero ridestare  la coscienza della comune civiltà cristiana. La massoneria arbereshe sempre, fraternizzante con quella inglese, fece in modo che banchieri ed investitori  aprissero credito agli insorti. Questo atteggiameno di mutuo soccorso  si manifestò solo grazie alla esistenza di una notevole tradizione intellettuale degli arbeshe, comprovante la reale possibilità che ha l'uomo di risorgere anche nei momenti più tristi della sua storia. Un popolo, quindi, che ha sviluppato nel corso dei secoli una sua civiltà collocandola idealmente nell'ambito della "civiltà moderna" europea, sia pure legata all'altra "Europa", differenziandola per il suo contenuto etico e culturale da ogni altra classificazione sociologica, tale da rendere le condizioni storiche reali della sua particolare fenomenologia come  elementi  straordinari di politica sociogenetica. Le diaspore disgregano le società e le adagia a una miseria più grande di quella contabile e delle statistiche. Gli albanesi sono sopravvisuti alla catastrofe rivalutando la loro storia senza confinarla  entro circoscritte mura  ove lo sguardo dell'orizzonte appare teoretico, asfittico e miope, ma concretamente viva di quella universalità reale in cui si sostanzia la vita spirituale dell'uomo. 

sabato 4 febbraio 2012

Il meraviglioso popolo dei Buskali della valle di Hundeza

(di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro)
Oltre cinque lustri fa, curiosando fra le pagine di Lidhja, rivista diretta dal papas Antonio Bellusci,  lessi, con molta curiosità e spirito di annotazione, uno scritto dell'Ing. Ernesto Scura concernente la esistenza di una misteriosa popolazione chiamata Kafira. Il non più fanciullesco desiderio del sapere,  determinò un improvviso e intenso bagliore e non di breve durata nella mia mente e nella mia anima. In quel periodo non era facile poter acquisire notizie con facilità, quel poco a disposizione per la ricerca era disponibile solo attraverso testi di etnologia specializzata e di geografia fisica-politica.

La fortuna di aver soggiornato a Napoli, per studi e per un periodo più o meno lungo, e la instancabile, ridicola, ossessiva passione, caratterizzata da eccesivo ottimismo, fra le innumerevoli  bancarelle di testi antichi di San Biagio dei Librai, ha in parte appagato la mia, già consulta, bramosia di conoscenze e nozioni, anche se non derivanti dall'esperienza e dall'esercizio.
Durante la mia permanenza nelle Forze Armate, grazie ad ufficiali colti, quale caro mi è il ricordo del Generale Fernado Micheli, riuscii attraverso L'Istituto Geografico Militare di Firenze, a raccogliere, seppur avvilupandole, notizie molto importanti riguardo la allogazione dei Kafiri. Il desiderio di approfondimento non si è affievolito con il passare degli anni, poichè, considerandomi un garante ed assertore della evoluzione della Microstoria, che, nella sua tendenza privilegia lo studio di fatti minuti delle vicissitudini dell'uomo in ambiti circoscritti,  con reiterazione, ha maggiormente dato impulso all'opera di ricerca. 

Nonostante il territorio dell'Afganisthan sia abitato in prevalenza dai "Pukhtun-khwa o Pashtanah", il loro idioma è di origine ariana e le parole semitiche che si riscontrano nel suo vocabolario, gli sono venute non dall'ebraico, ma dall'arabo, dopo la conversione degli abitanti del Pukhtun-khwa al maomettismo. 
Popolazioni variamente incrociate abitano le asperità di quei brulli territori: Afgani, Persiani, Arabi, Usbecchi e Turchi e vengono spesso chiamati, a Kabul come a Bokhara, con il nome di Parsivan o Parsi -Zeban equivalente a persiani.
Tribù come gli Hindki e i Kzihil Basha pare siano di origine indù, ma sono molto propensi al processo di civilizzazione. Tutte queste etnie sono abituate all'obbedienza e si rendono servili ai loro padroni in maniera incondizionata e tutte astrette alla religione maomettana. 
A nord  e ad est del Kohisthan popolato dai Tagiik, ad ovest degli Swati, dei Mound, a sud ovest dei Dardi di Gilgit e dell'Indo Superiore, la regione montuosa è abitata da indigeni ai quali si da il nome di Kafir o " infedeli", una delle comuntà più piccole e combattive della terra.
Questa meravigliosa popolazione, mai domata  e mai asservitasi alla fede islamica, sciitica e sunnita,  si auto proclama Kalash; più spesso ancora viene designata con l'appellativo di Siah-Posh o "Nero Vestiti", a causa delle pelli di capra nera.
Fra essi si distinguono i Sefid-Posh, che vestono di pelle di capra bianca, ma anch'essi , ed è per un abuso di linguaggio,  rimangono i "Neri Vestiti".
L'unico clan Kafir, di cui le donne abbiano conservato l'antico costume nazionale, è quello dei Buskali (a questo punto ritengo opportuno che il lettore memorizzi bene questi vocaboli); esse portano sul capo una cuffia adue corna, aventi ognuno oltre 25 centimetri di lunghezza.
I Buskali delle valli dell'Hindu-kush,sono riusciti a mantenersi indipendenti, grazie alla difficoltà di accesso del loro paese, circondato ad ovest e a sud  dalle vie storiche della Battriana e l'Indostan: l'asprezza dei colli, la strettezza delle chiuse e soprattutto l'inestricabile intreccio della vegetazione nelle macchie che orlano i fiumi, hanno difeso loro anche meglio del loro valore personale.
Quanti sono? Sono stati calcolati in mezzo milione, ma contando con essi tutte le popolazioni comprese fra l'Indu-kush, il fiume di Kabul e la frontiera indiana, i Kafir propriamente detti non superano le 150.000 unità. 
Nel 1840 , James Wood, al tempo della sua visita al Badakscian, vide alcuni Buskali e fu da essi invitato a recarsi nella loro patria dove trovò "tanto vino e miele quanto ne desiderasse", cosa illogica fra le altre popolazioni afgane.
Nel 1879 una escursione è stata fatta a nord di Gialabad, nel paese dei Kafiri dall'ufficiale inglese Tanner, visitando i villagi dei Buskali di Aret, Sciulut e Kalat, superando il valico del monte Ramkand, da cui la valle, percorsa dal fiume di Kabul - scrive il Tanner - " appare come un abisso, da loro chiamato Ka-hon, con le sue città ed i suoi villaggi, piccoli spazi grigiastri circondati di verzura".
I professori del National Geographic, Yule e Rawlinson, ritengono che i Kafiri non siano altro che Indù arianiti respinti da gran tempo nel "Paese delle montagne", chiamato da essi "Wamastan".
Secondo l'autorevole parere del professor William Trumpp, che ha veduto qualche Buskali, ritiene con certezza essi siano di origine europea. Non è raro incontrare degli esemplari dai capelli biondi e gli occhi azzuri, ma i più  hanno capelli bruni o castagno chiari ed occhi grigi; la tinta della loro pelle non sarebbe più scura di quello che sia in media fra gli Occidentali.
Si è voluto identificare i Kalash Buskali come i discendenti dei Macedoni, lasciati nelle montagne da Alessandro; ma, prima di venire in relazione con la civiltà europea essi ignoravano la loro origine macedone, ma tra essi il capo viene denominato "Sikander o Lisander".
Un altro particolare da aggiungere che i Kalash Buskali del villaggio di Sciulut, nella gola di Hundeza, valle sinuosa a forma di naso, si autoproclamano come gli ultimo eredi di Lisander, che nel 326 a.C. attraversò il Kafiristan alla conquista dell'India. Nei loro canti epici mettono in rilievo come il seme greco e le magiche fatine abbiano generato montanari biondi dagli occhi azzurri.

Coltivano la vite, cosa rara fra le altre popolazioni dell'Afganisthan e bevendo vino alla maniera macedone, cioè mista ad acqua, celebrano riti orgiastici e dionisiaci, dove le belle Kafire danzano similmente alle baccanti. I loro villaggi sono difesi da muraglie in pietra che loro chiamano Kalat " fortezza" e utilizzano per un miglior funzionamento della vita sociale un codice comportamentale consuetudinario simile a quello di Dukagijni o della "Montagna" propriamente detta.
E da come il mio amico di studi liceali, Antonio Borriello, antropologo, mi descrive, avendoli diverse volte visitati, pare che molte volte, il mio idioma si avvicini al loro. Si sta studiando molto sui Kafir Kalash, ma è necessario, anche se arduo, studiare i Buskali: i musi di cavallo, che fieri percorrono ancora le montagne dell'Afganisthan e le gole della valle di Hundeza.


Bibliografia:
Elphinstone, M. An account of the Kingdom of Caubul Londra 1898; Istituto Geografico Militare Firenze;
Journal of the Asiatic Socyeti of Bengal ;
De Saint Martin V., Annèe Geographique, 1863;
Foto www.unimondo.org.